INDECISI A WASHINGTON, ASSERTIVI A KABUL 28/7/10
Scritto da Redazione Martedì 27 Luglio 2010 17:17
Uomini, idee e strategie nella nebulosa afgana. Cosa ha cambiato l'arrivo di Petraeus
Emanuele Giordana inviato a Kabul
Da un mese alla testa delle truppe Nato e americane in Afghanistan, il generale David Petraeus
Che in Afghanistan il bastone del comando risieda a Washington non è una novità, ma proprio la nebulosa che lo circonda è forse uno degli elementi più preoccupanti. Per ora le idee chiare in Afghanistan sembrano averle soprattutto gli afgani: Karzai e i talebani. Il resto del mondo procede alla spicciolata. Gli europei si limitano a dichiarazioni vaghe e procedono in ordine sparso: i britannici hanno già una data per il ritiro delle loro truppe che, iniziando nel 2011, si dovrebbe concludere nel 2015; in Belgio il governo Balkenende è caduto sul voto che riguardava la missione militare e gli olandesi stanno facendo le valige dal fronte. Fuori dall'Europa, i giapponesi hanno detto stop alla loro missione militare (sono molto attivi sul fronte civile) mentre i canadesi intendono cominciare il ritiro l'anno prossimo. Ma il punto vero è cosa faranno gli americani? Una domanda che al momento non ha ancora una risposta.
Negli Stati uniti le polemiche sul futuro attraversano i democratici e persino i repubblicani, tra i quali le dichiarazioni di Michael Steel, a capo del Republican National Committee ("war of Obama's choosing"), hanno scatenato un putiferio. Giugno è stato il mese peggiore per la coalizione, che ha perso in soli trenta giorni 103 soldati 60 dei quali statunitensi, ma è anche stato il mese in cui la guerra afgana è diventata la più lunga della storia americana, sorpassando persino il Vietnam. E una soglia psicologica. Infine un recente sondaggio dice che il 48% degli intervistati ritiene che finire la guerra sia più importante che vincerla e se 4 su 10 ritengono che il conflitto possa ancora essere vinto, il 59% si divide tra coloro che pensano il contrario e gli indecisi. Anche sul fronte della spesa ci sono difficoltà. Il Congresso discute sui finanziamenti per l'Afghanistan, sempre più onerosi.
Le notizie dal fronte sono confuse. Il passaggio di mano tra McChrystal e Petraeus è in realtà ancora una nebulosa. Con le sue dichiarazioni a un magazine americano, l'ex comandante sul terreno si è praticamente autocondannato alle dimissioni. Perché? Inoltre McChrystal era, non soltanto un sottoposto dell'ex capo del Centocom, ma un amico oltreché un allievo di Petraeus. La sensazione (come già scritto nell'artciolo di Asiaticus) è che McChrystal abbia ritenuto di essere sul punto di rischiare di restare col cerino in mano di una sconfitta, imputabile a suo avviso – e come ha chiaramente spiegato – alle lacune della politica più che alle falle dell'operazione militare. La sua sostituzione con Petraeus racconta due cose: la prima è l'importanza della guerra afgana per l'Amministrazione, che ritiene di poter trovare una via d'uscita “irachena” col militare che in Irak ha quantomeno invertito la rotta del conflitto. La seconda è che McChrystal non stava per nulla eseguendo le indicazioni del suo capo. Sebbene avesse seguito la rotta del manuale Petraeus sulla guerra controinsurrezionale, puntando all'arresto o alla eliminazione dei capi talebani (circa 700 durante il suo comando), McChrystal aveva sposato la teoria del "government-in-a-box", ossia del trasferimento del governo legittimo nelle aree sottratte ai talebani. Teoria rivelatasi fallace dopo lo smacco di Marjah, area liberata con estrema difficoltà ma rapidamente perduta una volta terminata l'Operazione Moshtarak. Era inoltre costantemente in contatto con Karzai e spesso in rotta di collisione con i falchi del Pentagono, irritati da una conduzione troppo “morbida” della guerra che, per evitare vittime civili (uno dei pallini di McChrystal), gli aveva visto modificare troppe regole di ingaggio che, secondo i detrattori, rendono più difficile il lavoro dei marine. Il sospetto che il rinvio dell'Operazione Kandahar, ossia la fase due del piano di McChrystal, non sia dovuta a motivi tattico stagionali ma a una diverso modo di intendere il conflitto appare quantomeno ipotizzabile.
Le prima mosse di Petraeus dicono infatti tutto il contrario di McChrystal. Il generale vuole difendere i suoi uomini e rendere più invasive ed efficaci le operazioni speciali per la caccia ai talebani e non solo a quelli di grado intermedio. I suoi rapporti con Karzai sono tutt'altro che idilliaci: Petraeus ha fatto digerire al presidente il famoso piano di costituzione di una milizia civile armata, che McChrystal aveva di fatto ignorato e a cui gli afgani sono generalmente contrari tanto da averlo approvato con mille distinguo. Infine ritiene che l'Operazione su Kandahar debba essere finalizzata a dare una spallata ai talebani, probabilmente solo la prima, tanto da prefigurare, nel caso di un negoziato, una posizione di forza militare non eludibile. C'è anche uno stile Petraeus: l'esatto opposto dello stile McChrystal. Esige che tutti schizzino in piedi quando entra in sala riunioni, è un uomo di appetito e poco incline al cameratismo, si muove solo in elicottero ed evita di andare in tv a scusarsi con gli afgani ogni volta che la Nato commette un errore. E' più distante, più deciso, più assertivo. Funzionerà?
La sua squadra include gente altrettanto assertiva: Stephen Biddle, del Council on Foreign
Relations, Frederick Kagan dell'American Enterprise Institut e Kimberly Kagan, dell' Institute for the Study of War. Il loro compito è quello di fornire gli strumenti dialettici per convincere Obama che, se è proprio necessario ritirarsi nel 2011, lo si può fare con calma. Una tesi che si fa strada e che ha appena, sebbene con altre parole, ricevuto l'appoggio dell'Ammiraglio McMullen a capo dello Stato maggiore.
Naturalmente Petraeus deve fare i conti con la politica. Innanzi tutto con la Conferenza di Kabul appena conclusasi il 20 luglio nella capitale afgana anche se il summit è stato così vago che lo si può facilmente aggirare. Karzai ha fissato il 2014 come l'anno di passaggio delle consegne dalla Nato all'esercito nazionale per le operazioni militari in tutte le province (qualcuno osserva che quella data, concordata, serviva a spostare più in là il 2011....). Per allora Petraeus vorrebbe che le attuali forze di sicurezza nazionali (134mila soldati e 109mila poliziotti entro settembre) fossero effettivamente arrivate al capolinea di un training efficace, già costato 27 miliardi di dollari. Anche il numero è destinato a crescere, probabilmente sino a 400mila unità. Gli americani, nella testa del generale, potranno dunque cominciare ad andare a casa, ma dovrebbero restare in veste assai più efficace che non quella di soli consiglieri e trainer. La Conferenza ha avallato la strategia di Karzai per il reintegro dei talebani ma è ancora evidente la frattura tra quanto Karzai pensa di fare (trattare con la cupola) e quanto Washington e Petraeus intendano lasciargli fare.
Per ora inclini a limitarsi al solo reintegro della truppa (per cui la Conferenza ha stanziato poco meno di 800 milioni) gli Stati uniti non appoggiano le trattative che Karzai ha iniziato con Hekmatyar e la rete Haqqani. In questo senso Petraeus è schierato con chi ritiene che gente così debba essere un target, non un interlocutore. Una mossa che sta irritando anche i pachistani. La pressione dei fautori della linea dura ha però già ottenuto due risultati. Il primo: evitare che alla Conferenza di Kabul la decisione di avallare la cancellazione dalla lista nera dell'Onu dei capi talebani diventi un processo troppo rapido, troppo afgano e troppo nelle mani di Karzai. Il secondo: la decisione americana di imporre nuove sanzioni finanziarie ai capi talebani, colpendo tre uomini chiave della cupola, tra cui Nasiruddin Haqqani, fratello del leader della Rete, Sirajudin.
L'unica cosa veramente chiara della strategia americana in Afghanistan, è che a Kabul è arrivato Petraeus.
Questo articolo, in forma ridotta, è uscito anche su AspeniaOnline il 26 luglio col titolo "La guerra di Petraeus"
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