1. Skip to Menu
  2. Skip to Content
  3. Skip to Footer>

CLINTON A SEOUL, PROVA DI FORZA CON PYONGYANG 22/7/10

PDF Stampa E-mail

di Junko Terao

Il segretario di stato americano Hillary Clinton e il suo collega della difesa Robert Gates, binocolo alla mano, scrutano l’orizzonte oltre il 38esimo parallelo che divide la penisola coreana in Nord e Sud: più che una semplice immagine scattata dai fotografi al seguito della delegazione statunitense in visita ieri alla zona demilitarizzata, un messaggio chiaro rivolto a Pyongyang. Perché Kim Jong Il e i suoi sappiano che Washington fa sul serio nell’appoggiare Seoul in questo periodo di rapporti ridotti ai minimi termini tra le due Coree.

E non si è limitata ai messaggi in codice, Hillary Clinton, che dal confine ipermilitarizzato (a dispetto del nome) ha annunciato  nuove sanzioni in seguito all’affondamento, lo scorso marzo, della corvetta sudcoreana Cheonan. Quelle sanzioni che il Consiglio di sicurezza dell’Onu, grazie al veto della Cina, membro permanente e unico “amico” di Pyongyang, non ha approvato. Dopo settimane di lunghe discussioni, infatti, il 9 luglio il Consiglio di sicurezza ha optato per una dichiarazione in cui il suo presidente condannava l’affondamento della Cheonan senza però indicare il colpevole. Un esito accolto da Pyongyang come una vittoria, tanto da farle accettare immediatamente la proposta, pendente da tempo, di un incontro preliminare con il Comando Onu che vigila sull’armistizio firmato nel ‘53 da Nord e Sud. L’incontro c’è stato, e un accordo per intavolare una discussione ad alto livello sull’incidente delle Cheonan - rispetto a cui i nordocoreani continuano a dirsi estranei - pure. Nel frattempo, però, gli Stati uniti proseguono nella loro strategia di risposta alle intimidazioni di Pyongyang e di difesa della sicurezza di Seoul. Le sanzioni, i cui dettagli non sono stati resi noti, “non colpiranno la popolazione ma aumenteranno la nostra capacità di prevenire la proliferazione nucleare in Corea del Nord, di bloccare le attività illecite che finanziano i suoi programmi militari e di scoraggiare ulteriori azioni provocatorie”, ha spiegato Clinton aggiungendo che, finché Pyongyang non cambierà direzione, Washington rimarrà in prima linea nella difesa di Seoul. E per dare seguito immediato alle parole, domenica comincerà un’imponente esercitazione congiunta, che durerà quattro giorni, delle marine statunitense e sudcoreana. Una dimostrazione di forza, già annunciata nei giorni scorsi ma ufficializzata ieri, che coinvolgerà anche la megaportaerei a propulsione atomica George Washington, salpata dal porto giapponese di Yokosuka, vicino a Tokyo, e in rotta verso il Mar del Giappone (o Mare orientale come lo chiamano i coreani). Parte delle esercitazioni, che prevede un grande dispiegamento di navi, sottomarini, aerei e migliaia di militari, si svolgerà anche nel Mar giallo, motivo per cui Pechino ieri ha ufficialmente protestato. “Raccomandiamo di non fare nulla che aumenti le tensioni nella regione”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Qin Gang. Proprio il giorno prima Pechino aveva reso nota un’esercitazione realizzata nel fine settimana scorso sempre nel Mar giallo “per migliorare la difesa dagli attacchi da lunga distanza”, precisando però che si è trattato di un’operazione di prassi, senza alcun legame con quella congiunta. Il dubbio, però, rimane, anche perché il messaggio di Washington ha chiaramente come destinatario ultimo Pechino, determinata a difendere la sua influenza nella regione continuando a mettere i bastoni tra le ruote agli americani e ai suoi alleati. E, mentre nella zona demilitarizzata si consumava la visita ad effetto di Clinton e Gates, a Washington James Clapper, da poco designato prossimo direttore dell’intelligence nazionale dal presidente Obama, paventava l’ingresso in un “nuovo periodo pericoloso con possibili attacchi contro Seoul, una minaccia che non possiamo prendere la leggera”. Insomma, le truppe americane prima o poi lasceranno l’Afghanistan, ma le decine di migliaia di marine stanziati tra Giappone e Corea del Sud sono più che mai necessarie. Il nuovo nemico è pronto, anche se tanto nuovo non è.

 

E non si è limitata ai messaggi in codice, Hillary Clinton, che dal confine ipermilitarizzato (a dispetto del nome) ha annunciato  nuove sanzioni in seguito all’affondamento, lo scorso marzo, della corvetta sudcoreana Cheonan. Quelle sanzioni che il Consiglio di sicurezza dell’Onu, grazie al veto della Cina, membro permanente e unico “amico” di Pyongyang, non ha approvato. Dopo settimane di lunghe discussioni, infatti, il 9 luglio il Consiglio di sicurezza ha optato per una dichiarazione in cui il suo presidente condannava l’affondamento della Cheonan senza però indicare il colpevole. Un esito accolto da Pyongyang come una vittoria, tanto da farle accettare immediatamente la proposta, pendente da tempo, di un incontro preliminare con il Comando Onu che vigila sull’armistizio firmato nel ‘53 da Nord e Sud. L’incontro c’è stato, e un accordo per intavolare una discussione ad alto livello sull’incidente delle Cheonan - rispetto a cui i nordocoreani continuano a dirsi estranei - pure. Nel frattempo, però, gli Stati uniti proseguono nella loro strategia di risposta alle intimidazioni di Pyongyang e di difesa della sicurezza di Seoul. Le sanzioni, i cui dettagli non sono stati resi noti, “non colpiranno la popolazione ma aumenteranno la nostra capacità di prevenire la proliferazione nucleare in Corea del Nord, di bloccare le attività illecite che finanziano i suoi programmi militari e di scoraggiare ulteriori azioni provocatorie”, ha spiegato Clinton aggiungendo che, finché Pyongyang non cambierà direzione, Washington rimarrà in prima linea nella difesa di Seoul. E per dare seguito immediato alle parole, domenica comincerà un’imponente esercitazione congiunta, che durerà quattro giorni, delle marine statunitense e sudcoreana. Una dimostrazione di forza, già annunciata nei giorni scorsi ma ufficializzata ieri, che coinvolgerà anche la megaportaerei a propulsione atomica George Washington, salpata dal porto giapponese di Yokosuka, vicino a Tokyo, e in rotta verso il Mar del Giappone (o Mare orientale come lo chiamano i coreani). Parte delle esercitazioni, che prevede un grande dispiegamento di navi, sottomarini, aerei e migliaia di militari, si svolgerà anche nel Mar giallo, motivo per cui Pechino ieri ha ufficialmente protestato. “Raccomandiamo di non fare nulla che aumenti le tensioni nella regione”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Qin Gang. Proprio il giorno prima Pechino aveva reso nota un’esercitazione realizzata nel fine settimana scorso sempre nel Mar giallo “per migliorare la difesa dagli attacchi da lunga distanza”, precisando però che si è trattato di un’operazione di prassi, senza alcun legame con quella congiunta. Il dubbio, però, rimane, anche perché il messaggio di Washington ha chiaramente come destinatario ultimo Pechino, determinata a difendere la sua influenza nella regione continuando a mettere i bastoni tra le ruote agli americani e ai suoi alleati. E, mentre nella zona demilitarizzata si consumava la visita ad effetto di Clinton e Gates, a Washington James Clapper, da poco designato prossimo direttore dell’intelligence nazionale dal presidente Obama, paventava l’ingresso in un “nuovo periodo pericoloso con possibili attacchi contro Seoul, una minaccia che non possiamo prendere la leggera”. Insomma, le truppe americane prima o poi lasceranno l’Afghanistan, ma le decine di migliaia di marine stanziati tra Giappone e Corea del Sud sono più che mai necessarie. Il nuovo nemico è pronto, anche se tanto nuovo non è.

(La foto è presa dal sito de La Razon)

Oggi su il manifesto

Mondo - Asia

Zona22
il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

Comunicazione

Lettera22 opera come agenzia di comunicazione, ufficio stampa e servizi editoriali