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IN MORTE DI UN DITTATORE 28/1/08

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:17

Esteri e dintorni - I Profili dei protagonisti

L’Ottantaseienne ex presidente indonesiano Suharto, uno dei piu’ longevi ditattori del “secolo breve”, e’ morto nel suo letto d’ospedale, dov’era ricoverato da tre settimane, al Pertamnina di Giacarta. Pertamina e’ la compagnia di bandiera che gestisce il petrolio indonesiano. Un vanto per quest’uomo che si faceva amabilmente chiamare “Bapak Pembangunan”, padre dello sviluppo, e che rivendicava di aver reso il suo paese autosufficiente dal punto di vista alimentare. E soprattutto di averlo vaccinato dalla malattia del secolo: il comunismo. Benche’ il vecchio se ne sia andato con una sfilza di procedimenti giudiziari a carico - mai andati in porto per “motivi di salute” - con il peso di qualche centiania di migliaia di assassini politici alcuni dei quali pubblicamnete rivendicati e che, per gran parte degli indonesiani, quest’uomo abbia rappresentato, per 32 anni dal 1966 al 1998, un regime di terrore, il paese gli ha dedicato una settimana di lutto nazionale e il presidente della repubblica Yudoyhono, l’uomo che gli ha garantito di non finire in questi anni alla sbarra, ha detto che Suharto ha reso un “grande servizio alla nazione”. Se si pensa che Yudoyhono, benche’ sia stato democraticamnete eletto e si sia in effetti dimostrato un presidente democratico, proviene dall’esercito, molto si spiega. L’Indonesia e’ stata per oltre tre decenni un fortino militare. E Suharto, l’uomo che per sei lustri l’ha governata col pungo di ferro, veniva dall’esercito. Il suo compito fu, negli anni Sessanta, quello di spezzare le reni al terzo partito comunista del pianeta che poteva contare su 15 milioni di sostenitori. I comunisti del Pki avevano influenza sul presidente Sukarno, un nazionalista che non amava gli americani e strizzava l’occhio a russi e cinesi. L’uomo che, nel 1955, aveva ospitato, con Tito, Nehru e Zhou Enlai, la prima conferenza dei “Non allineati” a Bandung. Il problema era che Sukarno si era spinto troppo in la’, troppo vicino al Pki. Suharto e’ all’epoca un giovane e brillante generale della divisione Diponegoro che e’ stato anche al comando della temutissima Kostrad, corpo d’elite dell’esercito. Quando il 30 settembre del ’65, con un putsch, alcuni militari di medio grado rapiscono e decapitano il vertice dell’esercito udccidendo sei generali ritenuti in grado di rorvesciare Sukarno, il giovane Suharto si fa avanti. Sa di godere dei favori della Cia e di Washington e apporfitta della debolezza del presidente che gli affida ufficialmente il diritto di fare pulizia.. Ma la pulizia di Suharto supera il mandato. Le cifre non sono certe: forse un milione di morti. In galera finiscono 200mila persone, 13mila delle quali, tra cui il grande scrittore Pramoedya, finiscono nell’isola lager di Buru, l’universo concentrazionario tropicale del “Nuovo Ordine” di Suharto. Nel ’67 e’ presidente ad interim ma, con Sukarno relegato in un esilio dorato, Suharto viene eletto ufficialmente nel 1968 e da allora, con un sistema bliandato, riconfermato per ben sei volte. L’ultima, nel 1998, gli e’ fatale. Nel bel mezzo della crisi finanziaria che attraversa l’intera Asia orientale, aumenta i prezzi dei generi di prima necessita’ e la pentola del malcontento, sigillata per trent’anni, scoppia. Lo scaricano anche Washington e i suoi generali che concordano per lui la tranquillita’ di una vita dorata nella sua casa di Jalan Cendana in pieno centro. E’ davvero una vita dorata. L’uomo che nel 1975 occupa Timor Est e si rende responsabile di 200mila vittime, che guida la repressione nella Papua indonesiana e che mette sotto il tallone la provincia ribelle di Aceh (la cui guerriglia solo due anni fa, dopo lo tsunami, ha siglato la pace con Giacarta) puo’ godersi una pensione miliardaria. E se la rivista Time, che lo accusa di aver messo da parte 15 milardi di dollari, verra’ perseguita dalla giustizia indonesiana, la Banca Mondiale e l’Onu lo accuseranno di essersi intascato tra 15 e 35 miliardi. In realta’ Suharto (o meglio i Suharto, dalla moglie Tien conosciuta come Madame 10% ai sei figli) crea in Indoensia un sistema perfetto di “crony capitalism” - capitalismo famigliare, termine coniato per la dittatura dei Marcos nelle Filippine - in cui figli, amici e parenti controllano completamente l’economia del paese, intascando laute tangenti. Tutti hanno a che fare con la holding di famiglia che non si e’ mai comunque dimenticata dei militari, cui l’impero dei Suharto lascia una buona fetta dell’economia del paese. Questi i servizi che questo grande personaggio della storia ha reso al suo paese. Anche su il mattino

FANTASMI PACHISTANI 3/1/08

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:17

Esteri e dintorni - I Profili dei protagonisti

La logica dice che il presidente Pervez Musharraf può contare su almeno due importanti personaggi dell’establishment militare: il capo dei servizi segreti (Isi), Nadeem Taj, e il capo di stato maggiore delle forze armate, il generale Ashfaq P. Kiyani. La nomina di Taj risale al 21 settembre 2007 quando per Kiyani, che si preparava al posto di comando più alto in grado, lasciava la stanza dei bottoni del Directorate for Inter-Services Intelligence dove Musharraf lo aveva nominato nel 2004. Operazione che, attraverso i due sodali dell’allora generale-presidente doveva garantirgli il controllo sui due rami più delicati, controversi e, in parte occulti, del sistema di potere pachistano. Ma dopo la morte di Benazir le cose si sono complicate. E la stella di Kiyani sembra in lenta quanto inarrestabile ascesa. Per tre buoni motivi. Il primo che il generale è diventato molto potente proprio grazie ai favori di Musharraf. Il secondo è che piace agli americani. Il terzo è che il suo patron è in caduta libera. Quando Kiyani fu scelto come capo dell’agenzia di intelligence si disse che la decisione era dovuta alla coniugazione tra le parole d’ordine dell’Isi – lotta, unità, disciplina – e quelle personali del graduato: anzianità, competenza, lealtà. In effetti il 14mo capo delle forze armate pachistane sembra rispondere a tutti i requisiti, come racconta il suo curriculum. Nel quale anche i dati “geografici” dicono della sua fedeltà al presidente. Come Musharraf, Ashaqw Pervez Kiyani è infatti nato nel Punjab. La sua famiglia gli ha dato i natali a Jhelum, un luogo in cui, dicono in Pakistan, si fa un solo prodotto: buoni soldati. Nel marzo scorso, la prima vera dimostrazione di lealtà Kiyani l’ha fornita quando si è prestato a far parte del tribunale informale che si recò dal capo della corte suprema Iftikhar Chaudhry, che molti ora vorrebbero alla testa dell’opposizione civile, il giorno prima che Musharraf lo esautorasse per impedirgli di bloccare la sua rielezione a presidente in netta violazione della Costituzione. Detto per inciso, Chaudhry, che non ama affatto i “poteri forti” spesso in diretta concorrenza con quelli attribuiti ai civili dalla suprema Carta, espresse in pubblico scarsi apprezzamenti verso Nadeem Taj ma non nei confronti di Kiyani che però, alla fine, si è dimostrato uno dei suoi più duri accusatori. Considerato uno dei cervelli dietro l’operazione che ha riportato la Bhutto in Pakistan, Kiyani ha in effetti anche un profilo diplomatico-militare di tutto rispetto. Fu l’uomo che, durante il duro scontro tra Islamabad e Delhi - che nel 2002 rischiarono una quarta guerra indo-pachistana - guidò il dispiegamento delle forze del Pakistan lungo la frontiera con l’India. Ma il capolavoro politico cui ha contribuito è stato proprio l’accordo tra Musharraf e la Bhutto, visitata in ripetute missioni all’estero anche grazie alla fiducia di Washington. La simpatia reciproca con gli Stati Uniti si fa risalire al fatto che Kiyani, dopo i diversi diplomi militari guadagnati in patria alla scuola militare di Quetta e al Collegio nazionale di difesa della capitale, ha frequentato il collegio militare americano di Fort Leavenworth. Ma era anche stato il consigliere militare di Benazir Bhutto all’epoca del suo primo mandato come premier. Ecco perché gli fu affidato il delicato compito di preparare il quadro dell’accordo che, con i favori di Washington, ha poi riportato Benazir in Pakistan. Musharraf si era piegato a concederle l’amnistia; lei a evitare di bloccare il voto che lo rieleggeva presidente. Entrambi erano pronti a una coabitazione tra Musharraf capo di stato e Benazir primo ministro. Ora però Musharraf è sotto accusa per non aver saputo impedire l’omicidio della leader il che fa credere a diversi osservatori che proprio il presidente porti la maggior parte della responsabilità di quello che per molti è un omicidio di stato. Ma in realtà, né Musharraf né tantomeno Kiyani potevano aver interesse alla sua morte. Ecco perché, se Musharraf dovesse diventare sempre più impresentabile, a torto o a ragione, Kiyani potrebbe essere la carta da giocare. Come e in che modo si vedrà. Non per forza con un nuovo golpe. Oggi anche su il riformista

BENAZIR BHUTTO, PROFILO DI UNA LEADER 28/12/07

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:17

Esteri e dintorni - I Profili dei protagonisti

Sapeva di rischiare la vita, ma è tornata ugualmente in patria. Benazir Bhutto ultima erede di una delle più grandi dinastie asiatiche, è andata incontro alla maledizione che perseguita la sua famiglia: quella di morire in nome della politica. Come suo padre, Zulfikar Ali Bhutto, premier nella prima metà degli anni Settanta, impiccato nel 1979 con l’accusa di cospirazione. E come i suoi due fratelli: Shahnawaz, scomparso in Francia in circostanze poco chiare nel 1980, e Murtaza il ribelle, ucciso nel 1996. Il ritorno della Bhutto sulla scena politica pachistana, dopo otto anni di esilio, aveva riacceso la scontro interno. Benazir puntava a vincere le elezioni parlamentari di gennaio. Con la sua morte se ne va una delle figure politiche più originali dell’intera Asia, diventata primo ministro a soli 35 anni (1988-90): mai nessuno ci era riuscito in così giovane età. Ma, soprattutto, è una delle prime donne a governare un paese a maggioranza islamica nell’era moderna. Dopo la prima esperienza di governo, la Bhutto torna alla guida del paese tra il 1993 e il 1996. La fine dei due mandati è legata ad accuse di corruzione che oscurano la sua stella. Ma su di esse non si è mai fatto veramente luce. La politica fa parte del suo Dna. Suo padre è il primo presidente del Partito popolare pachistano (Ppp), mentre suo nonno paterno, Sir Shah Nawaz Bhutto, è una figura chiave del movimento indipendentista pachistano. Il futuro di Benazir appare subito segnato. Nasce nel 1953 nella provincia di Sindh. I Bhutto, impegnati in politica, sono una ricca famiglia di proprietari terrieri. Dopo gli studi nelle prestigiose università di Harvard e Oxford, comincia ad avvicinarsi alla politica, anche se in principio è riluttante a investire le sue energie nella vita pubblica. Poco prima dell’esecuzione del padre, la Bhutto viene arrestata per ordine del generale golpista Zia ul-Haq. Quest’ultimo, sordo agli appelli per salvare la vita a Zulfikar Ali Bhutto, decide per la sua impiccagione. Benazir trascorre cinque anni in prigione, per lo più in isolamento, un’esperienza che descriverà come “estremamente dura”. Durante i brevi periodi trascorsi a Londra per ricevere cure mediche, fonda nella capitale britannica un ufficio del Ppp e comincia la sua battaglia contro il generale Zia. Fa ritorno in Pakistan nel 1986, radunando enormi folle che accorrono per ascoltare i suoi comizi. Dopo la scomparsa del generale Zia, morto nel 1988 in seguito a all’esplosione di un aereo, diventa una delle prime donne elette in un paese islamico. A gettare ombra sul suo governo contribuisce il discusso marito Asif Zardari. Soprannominato “mister dieci per cento” per le presunte ruberie ai danni delle casse dello Stato, Asif ha scontato almeno otto anni di galera per le accuse di appropriazione indebita. Dei 18 capi d’accusa contro di lui, nessuno ha però trovato conferma. Il marito esce dal carcere nel 2004 con la condizionale. L’ultimo ritorno della Bhutto in Pakistan, nell’ottobre di quest’anno, avviene grazie all’amnistia concessa dal presidente Pervez Musharraf, che cancella così le accuse di corruzione ancora pendenti sul suo capo. Ma i rapporti tra i due rimangono tesi. La Bhutto torna alla carica come il simbolo della democrazia, la paladina dei diritti delle donne e del progresso. La sua è una lotta per una nazione più laica e moderna. Secondo i suoi avversari, è invece la portatrice degli interessi degli Usa nel paese. Una serie di attentati macchiano di sangue la sua campagna elettorale. L’ultimo risulta fatale. Il suo progetto politico rimane per ora senza eredi. Anche sui quotidiani del gruppo Espresso-Repubblica

RITRATTO DI PARLAMENTARE AFGANA

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:17

Esteri e dintorni - I Profili dei protagonisti

Kabul - Le décoltée color crema e un velo drappeggiato come un foulard. Un filo di matita che unisce, come piace qui, le sopracciglia. E un largo sorriso sul viso tondo e fresco di una donna che ha poco più di trent’anni e la cui luce, in ufficio, si spegne spesso a notte inoltrata. Fawzia Koofi è qualcosa di più della rappresentante delle 68 donne che, per la prima volta, in un emiciclo con 351 seggi, fecero il loro ingresso da elette – era il dicembre del 2005 - nel parlamento afgano. Fawzia è forse la più giovane rappresentante femminile parlamentare di tutta l’Asia a ricoprire un ruolo istituzionale così importante: quello di vicepresidente e portavoce della wolesi jirga, il senato dell’Afghanistan. Con lei si possono affrontare tutti i problemi che riguardano il paese salvo uno: i talebani. Seppur disposta a scendere a patti per pragmatismo con i molti “signori della guerra” che siedono in parlamento, gli ex mujaheddin che conquistarono Kabul nel 1992 e che poi, cacciati da mullah Omar, vi fecero ritorno nel 2001 con la fuga dei turbanti e di Osma bin Laden, sui talebani non vuol sentire ragioni. E ci dev’essere stato un momento di imbarazzo quando, ad aprile, invitata al Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra a Firenze, Fawzia si è accorta che il suo anfitrione era proprio quel Piero Fassino che, qualche settimana prima, aveva tolto, con seguito di polemiche, il veto sul tabù di una trattativa coi taleb. Come molti in Afghanistan, Fawzia ha un pessimo ricordo di quella stagione. “Durante i talebani mio marito fu arrestato, si ammalò e mori. La sua colpa? Essere del Badakshan, come me”, una regione, nel Nord del paese, che suscitava la diffidenza degli uomini col turbante. “La riconciliazione in Afghanistan – dice – è una necessità ma non con chi è una sfida per il mondo intero. Negoziare si, ma non con chi vuole distruggere il paese. Sono terroristi e non possono essere riconosciuti politicamente”. Difficile dire se il resto dei parlamentari la pensa come lei, in un paese dove lo stesso presidente Karzai, seppur con mille distinguo, ha lasciato una porta aperta alla trattativa coi taleb. O almeno con quanti tra loro sono disposti a lasciare la lotta armata. Ma Fawzia Koofi non ama i distinguo sottili: “Qualcuno pensa che sarebbe giusto ritirare i soldati della Nato dal paese? Io penso che sarebbe come uccidere la democrazia afgana. Come uccidere un bambino appena nato”. Lei che i suoi figli li deve tirar grandi da sola, preferisce comunque vedere il bicchiere mezzo pieno a chi le fa notare che la democrazia afgana, per quanto neonata, è molto fragile e in balia, quando non ostaggio, del potere dei signori della guerra. “Vedo i progressi – dice – e in cinque anni ce ne sono stati tanti: un parlamento che funziona e che dà legittimità al nostro governo. E una Costituzione che forse è tra le più avanzate dell’Asia, di fronte alla quale tutti siamo eguali, uomini e donne”. Che le stia a cuore il destino delle donne e quello delle giovani generazioni si capisce non solo dalle parole ma anche dal suo curriculum. E non soltanto perché è donna. Un passato come responsabile per la protezione dei bambini per conto dell’Unicef, Fawzia ha accettato di buon grado, prima di entrare in parlamento, di partecipare a un corso di leadership per “Young Leaders in Governance” - giovani donne di governo - organizzato dalle Nazioni Unite in Thailandia. Non si tira indietro: “Bisogna fare di più specie nel campo della formazione per le nuove generazioni e della giustizia: l’80% dei casi in Afghanistan viene ancora giudicato fuori dai tribunali ordinari e viene regolato delle shura locali”, le assemblee dei capi tribali organizzate secondo consuetudine. Leggi secolari mai scritte e spesso in evidente contrasto con una Costituzione che ha solo un paio d’anni. Per molti aspetti Fawzia Koofi è proprio l’emblema di uno scontro difficile tra i principi della tradizione e le nuove regole di cui la maggior parte degli afgani, che nell’ultima stima del 1999 erano per il 67% analfabeti, stentano probabilmente a comprendere. Un abisso che diventa ancora più grande per le donne: secondo quei dati – che forse un po’ sono migliorati - di quei 4 afgani su dieci che sanno leggere e scrivere, tre sono maschi. Appena eletta al parlamento Fawzia ha voluto chiarire proprio questo punto: “Anche se c’è una forte preoccupazione e una sfida per portare la giustizia nel mondo femminile, questo deve procedere di pari passo con uno sviluppo culturale del mondo maschile. Non si può correre. E’ che se un uomo ha lavoro ed è andato a scuola, smetterà di essere violento a casa. Bisogna iniziare da qui”. Non ha cambiato idea anche se, nonostante si sia ripromessa di accettare un cambiamento graduale, ha tutta l’aria di una donna che vuole fare in fretta. Per la sua terra d’origine ad esempio. In aprile il Badakshan, una delle aree più belle e neglette del paese, è stata travolta da un alluvione. L’effetto serra ha colpito anche l’Afghanistan e, in meno di una settimana, slavine e esondazioni hanno fatto più morti che la guerra nel medesimo periodo. Quasi un centinaio, di cui diverse decine nella “sua” provincia. Fawzia ha convocato gli italiani con cui ha, in effetti, un rapporto speciale. “Amo il vostro paese – dice allargando il sorriso – siete gentili e... anche belli. Diversi dagli altri europei. Scuri come siete, assomigliate più degli altri a noi afgani!”. Fascino latino? Forse, ma anche necessità. Fawzia ha chiesto alla nostra cooperazione di fare una ricognizione nel Badakshan per rispondere a un’emergenza lontana dalla capitale e che corre il rischio di rimanere senza risposta. Non che non ci siano Ong e associazioni di volontariato nel Badakshan, ma il crollo di un ponte di collegamento col capoluogo Fayzabad ha tagliato fuori alcuni distretti periferici, provocando l’isolamento di 35.000 residenti in aree semi rurali. Gente rimasta senza casa dopo aver perso, quando va bene, il tetto e gli animali. “Bisogna fare presto – dice – perché gli afgani devono vedere che c’è una risposta pronta da parte del governo e della comunità internazionale, anche nelle zone più periferiche”. Una percezione che non è molto diffusa. Percorrendo la strada che da Kabul porta verso Nord, nell’area del paese controllata dal governo e fuori dal raggio d’azione dei talebani, la ricostruzione appare infatti come una promessa mancata. Interventi a macchia di leopardo, magari anche ben eseguiti, ma che sembrano soltanto ordinate bandierine sparse su una mappa piena di buchi. Come quelli sull’asfalto di una strada che le piogge si sono portate via, aggredendo i villaggi, erodendo la montagna e spazzando ponti e case i cui mattoni sono un impasto di paglia e fango. Tornati fango dopo le piogge. Anche Fawzia lo sa. Il quarto Forum sulla ricostruzione, che si è concluso a Kabul a fine aprile, accusa la comunità internazionale di avarizia e diffidenza. Una dozzina di miliardi di euro di cui però solo un quarto ha transitato dai ministeri afgani. E se la diffidenza ha qualche ragion d’essere, in un paese dove la corruzione comanda sovrana, l’avarizia ha meno spiegazioni. Se non quella che, a fronte di un’immensa spesa militare, che solo per l’Italia è di circa un milione di dollari al giorno, per la ricostruzione è stato destinato meno di un decimo dell’intero impegno finanziario internazionale. E i risultati si vedono. Nel lontano Badakshan è ancora peggio. “La mancanza di assistenza pre/post parto alle madri – spiega Gianluigi Schiavo, l’esperto italiano inviato in missione nella provincia - fa registrare uno spaventoso indice di mortalità materno-infantile: il 6,5%, il peggiore al mondo. Ma anche raccogliere dati è difficile per via della distanza dei villaggi da qualsiasi centro attrezzato o da personale medico competente”. Fawzia, che preferisce evitare troppe polemiche sugli aiuti internazionali, crede che comunque il Badakshan sia un ’occasione per dimostrare che la nostra presenza qui serve a qualcosa: a mantenere la promessa di un miglioramento che ancora non si vede. “Cosa si può aspettare una provincia dove la mortalità al parto colpisce oltre sei persone su cento? La comunità internazionale spesso non ha fatto i conti con questa realtà e si è imbarcata in progetti non sostenibili e senza aggredire le esigenze vere: la mancanza di elettricità, di acqua potabile, di condotte per l’irrigazione dei campi. Senza questi investimenti infrastrutturali l’oppio resta per molti contadini l’unica alternativa”. Gli fa eco sultan Mohamad Awranq, un senatore del Comitato parlamentare per l’ambiente anche lui del Badakshan: “La gente è disillusa perché dopo le conferenze di Bonn e Londra (dei donatori ndr) c’erano molte speranze che sono state tradite. Il paradosso è che c’è chi fa persino il paragone con i sovietici – gli sciuravì, com’erano chiamati con disprezzo - che crearono università e costruirono tunnel nelle montagne e silos nei villaggi”. Detto da lui, ex capo mujaheddin, viene da pensare. Ma viene da pensare anche nel vedere, a fianco di una parlamentare donna, un ex capo mujaheddin. La maggior parte fra loro, non dev’essere il caso di Awranq, firmarono nel ’92 un decreto che imponeva il burqa alle donne, ben prima dell’arrivo dei talebani. E adesso hanno appena approvato una legge che lascia impuniti i crimini commessi durante la guerra di liberazione dai sovietici! Fawzia se la ride: “Io e Awranq siamo della stessa provincia e adesso stiamo gomito a gomito in parlamento”. Il suo velo ha un fremito. Come il pakol di lana di Mohamad. Il berretto dei guerriglieri del jihad islamico contro gli sciuravì. Emanuele Giordana foto di Romano Martinis Pubblicato anche su D di Repubblica

ADDIO A BORIS ELTSIN 24/4/07

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:17

Esteri e dintorni - I Profili dei protagonisti

Il primo messaggio di condoglianze per l’improvvisa morte di Boris Nikolaevich Eltsin, primo leader della Russia post-sovietica, arriva a pochi minuti dalla notizia da Mikhail Gorbacev, ultimo presidente dell’Urss e suo rivale di sempre. ’’Nella sua storia ci sono state grandi opere per il bene del paese e gravi errori’’, dice l’artefice della perestroika citato dall’agenzia Interfax: ma ’’il suo e’ stato un destino tragico’’. A Mosca la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nel pomeriggio. Il portavoce dell’uffico stampa del Cremlino Smirnov ripete secco il referto medico diffuso dalla Clinica Centrale di Mosca: l’ex presidente è “deceduto alle ore 15.45 a 76 anni per insufficienza cardiovascolare”. Solo due ore dopo arrivano le telegrafiche condoglianze alla famiglia dell’attuale zar: quel Vladimir Putin che proprio Eltsin nel 1999, ormai in declino e con 5 bypass nel cuore, nominò premier da ignoto ex agente del kgb qual era. Secondo lo storico Roy Medvedev, da quando Putin nel 2000 diventa presidente i due avrebbero stretto un “patto di ferro” che garantiva a Corvo Bianco l’impunità dalle accuse di corruzione legate alla fine del suo mandato (il cosiddetto "Russian Gate"), in cambio del silenzio politico. Scarsissime, in effetti, in questi anni le sue dichiarazioni e apparizioni pubbliche, anche se i media nazionali hanno continuato a seguirlo. E silenzio anche sul caso Khodorkovski, ove invece Gorbacev prese posizione cercando di aiutare il miliardario. Nel 1991 in 150mila lo sostennero in piazza mentre riconquistava il parlamento. Oggi per il russo medio la figura di Eltsin evoca ricordi contrastanti. Per i meno abbienti è l’uomo che portò la Russia al caos economico: negli anni Novanta gli stipendi degli statali arrivavano con 10 mesi di ritardo, il welfare veniva seppellito, le grandi industrie chiuse e altre imprese svendute agli investitori internazionali. Per l’elite intellettuale, fu l’era delle libertà: la stampa gode di una eccezionale apertura e fioriscono le migliori firme del giornalismo russo. Le stesse che oggi, con i media riportati sotto il controllo del Cremlino da Putin, stanno cambiando mestiere. Di nonno Boris, fatto senza precedenti nella storia del paese, si poteva ridere: non si contano le barzellette che prendono a bersaglio la sua passione per l’alcool, e per i russi non è un demerito. Rozzo e sanguigno, più simpatico di Gorbacev ai russi, perché seppe prendere decisioni e assumersi responsabilità importanti in momenti difficili, come il tentato golpe del 1991. Ma gli viene attribuito anche l’inizio della tragedia cecena, cui diede avvio nel 1994 mandando per la prima volta i carriarmati nella Grozny separatista: fu un fallimento. Un recente sondaggio del quotidiano Novaya Gazeta lo collocava agli ultimi posti nel gradimento dei cittadini, persino dietro Stalin. Ma nell’ultima intervista rilasciata alla tv russa aveva difeso orgogliosamente tutto il proprio operato. Valanga di reazioni dal mondo politico russo, da destra a sinistra. Il nazionalista Zhirinovski lo omaggia nonostante i rapporti difficili che intrattenevano. Due ex premier di sua nomina, Cernomyrdin e Primakov, ne sottolineano il contributo alla storia russa; l’opposizione neoliberale di Yabloko mette prevedibilmente l’enfasi sulle libertà. Il comunista Zhuganov si rifiuta inizialmente di commentare, poi è critico verso colui che mise la propria firma sull’atto di dissoluzione dell’Urss: la sua politica "si è trasformata in una grande sofferenza per milioni di persone". Ai microfoni di radio Echo Moskvy, nel pomeriggio irrompe da Londra anche Boris Berezovski, che come altri oligarchi accumulò una fortuna grazie alle privatizzazioni selvagge sotto Yeltsin, e oggi è ricercato da Mosca per malversazioni finanziarie. qualche giorno fa ha persino invocato il colpo di stato in Russia: in Boris Nikolaevich celebra “il maggior riformatore di tutta la storia russa”. Anche da Washington giunge il riconoscimento di “una figura storica in un tempo di grandi cambiamenti per la Russia”. In Europa, il cordoglio di Chirac per “l’uomo che ha fatto trionfare la libertà in Russia guidandola sulla via della democrazia”, e di Tony Blair che ne esalta il ruolo cruciale in un momento storico fondamentale. In Italia il segretario DS Fassino riassume: “Il suo nome resterà legato agli eventi che segnarono la crisi dell’Unione Sovietica e il collasso del suo consenso”.

Zona22
il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

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