ARMI ITALIANE, AFFARI SAUDITI 23/6/09
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:03
La Camera dei Deputati ha approvato, con appena due astenuti e nessun voto contrario la ratifica dell’Accordo di cooperazione militare fra Italia ed Arabia Saudita, firmato a Roma alla fine del 2007, dal Governo Prodi e che per diventare legge deve essere approvato anche dal Senato.
L’intesa prevede l’elaborazione di programmi addestrativi di reciproco interesse, scambio di visite e di informazioni nel settore addestrativo e dei materiali, scambio di informazioni tecniche per favorire le industrie della difesa. L’intesa contrariamente ad un’analoga sottoscritta in passato contiene la clausola di rinnovo automatico ed è quindi senza scadenza.
L’Accordo secondo quanto dichiarato a Montecitorio dal rappresentante dell’Esecutivo il Sottosegretario Pizza, “costituisce un fondamentale strumento per rafforzare i legami politici, aumentare la conoscenza dell’apparato di difesa saudita e facilitare la penetrazione dell’industria nazionale”. Del resto il paese arabo costituisce un boccoeo ghiotto per i top manager delle società produttrici di armi. Secondo il recente Sipri Yearbook 2009 dell’omonimo prestigioso centro studi sula disarmo di Stoccolma, il regno saudita si è collocato al nono posto mondiale con una spesa militare di 38,2 miliardi di dollari (2,65 della spesa mondiale totale) appena dietro il nostro Paese all’ottavo posto con 40,6 miliardi.
Il Sottosegretario Pizza ha evidenziato che “nel corso dell’ultima riunione bilaterale degli stati maggiore della difesa svoltasi a roma lo scorso mese di marzo, la delegazione saudita ha espresso interesse per la portaerei Cavour”.
L’on. Evangelisti (IDV) ha sottolineato che “con questo accordo, anziché orientarci verso la riconversione produttiva dell’industria militare verso il settore civile, se ne rafforzano, invece le potenzialità. Il paese arabo è retto da una delle ultime monarchie assolute della storia, in cui è vietata la costituzione di sindacati e partiti politici ed è uno dei paesi che utilizzano maggiormente il lavoro del boia”. L’onorevole ha anche chiesto una relazione governativa annuale che, così come per le esportazioni di armi, illustri le attività svolte in base all’Accordo. Il parlamentare ha evidenziato che contrariamente alla legge 185 che nel disciplinare il commercio delle armi italiane vieta le vendite ai Paesi belligeranti, beneficiari che attuino politiche in contrasto con la nostra costituzione ed i cui Governi si siano resi responsabili di violazioni dei diritti umani, nulla di ciò è previsto nell’Accordo.
L’Arabia Saudita è un cliente importante dell’industria militare italiana. Nel 2008 sono stati autorizzati nuovi contratti per 22 milioni di euro mentre le armi consegnate sono ammontate a 24 milioni. Nei giorni scorsi sono stati consegnati i primi due aerei Eurofighter, dell’omonimo consorzio europeo in cui figura anche Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica) della maxi commessa per la fornitura da 72 di questi velivoli del valore di diversi miliardi di euro. La monarchia araba è da sempre uno dei più importanti acquirenti mondiali di armi, tradizionale riserva di caccia statunitense. Di fatto una cospicua parte dei proventi petroliferi si traduce in armi “made in USA”. L’importanza dell’Arabia è tale che nessuno si permette di condannarla per le violazioni dei diritti umani. Le denunce di Amnesty International, che in particolare evidenzia che migliaia di persone sono detenute senza processo in quanto accusati di terrorismo, la tortura ed i maltrattamenti sono risultati diffusi e sistematici, e delle altre organizzazioni similari rimangono lettera morta.
La ratifica dell’Accordo, approvata dalla Camera, rappresenta un’occasione sprecata per condizionare gli aiuti, anche militari, al rispetto delle libertà fondamentali.
Del resto è evidente che un’Arabia democratica contribuirebbe a disinnescare la polveriera Medio oriente. Montecitorio ha invece scelto la strada opposta, fare finta di niente per non turbare gli affari. In questo modo, così come per la recente visita di Gheddafi, si riduce la possibilità di incidere da parte del nostro Paese. Oltretutto, oggi con la nuova amministrazione Obama il mondo è radicalmente cambiato.
L’esclusione dei gruppi di sinistra dal Parlamento, ha di fatto eliminato ogni voce critica e abolito dall’agenda politica le tematiche del controllo degli armamenti e della riconversione dell’industria militare . Ormai è Finmeccanica, fra i primi dieci gruppi del militare al mondo che ha quale azionista di riferimento il Ministero dell’Economia, ad avere sempre maggiore voce in capitolo sulla nostra politica estera e della difesa
NUOVO RECORD DELLE SPESE MILITARI 10/6/09
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:03
La crisi finanziaria globale non tocca l’industria della guerra. A certificarlo il rapporto annuale del Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche per la pace di Stoccolma. Il 2008 ha fatto registrare un vero boom del settore. Le spese militari globali hanno toccato la cifra record di 1464 miliardi di dollari, il 2,4 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Un incremento del 4% rispetto al 2007, ma soprattutto, un aumento della spesa del 45 percento rispetto a dieci anni fa, quando ancora ci si attestava sotto i 1000 miliardi di dollari.
Un aumento causato principalmente dalla “guerra al terrore” lanciata dall’amministrazione statunitense dell’ex presidente George W. Bush. Una strategia che ha portato tutti gli stati a investire in armamenti analizzando il problema esclusivamente sotto l’ottica “militare”.
E sono proprio gli Stati uniti ad aggiudicarsi la medaglia d’oro nella classifica dei paesi che spendono di più. In termini assoluti, con i loro 607 miliardi di dollari, rappresentano il 42% della spesa complessiva facendo registrare un aumento del 58 percento in dieci anni, ovvero 219 miliardi di dollari in più all’anno rispetto al 1999.
Cina e Francia completano il podio. Con 85 miliardi di dollari Pechino si piazza per la prima volta al secondo posto. La spesa della Cina è comunque in linea con il suo sviluppo economico e con le sue ambizioni di potenza emergente. Sebbene ancora lontanissima dagli irraggiungibili Stati uniti, grazie al suo 5,8% Pechino può scavalcare la Francia(4,5%), rientrata a marzo nel comando Nato. Triplica la spesa anche la Russia con un incremento assoluto di 24 miliardi nell’ultimo decennio. Una cifra che le permette di piazzarsi al quinto posto dietro la Gran Bretagna. Completano la top ten della corsa agli armamenti Germania, Giappone, Italia, Arabia Saudita ed India. In Italia però a fronte di un budget militare nazionale del 1,8% il costo per i cittadini è molto alto 689 dollari pro-capite, una delle maggiori al mondo che, per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga quella Germania (568 dollari) e di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).
Ma il boom del settore è soprattutto quello delle aziende che produco armi. Una produzione che premia soprattutto le aziende statunitensi ed europee. Tutti nomi ben noti: Boing, Lockheed, BAE System. Tra le prime dieci aziende troviamo anche l’italiana Finmeccanica, ottava, con un profitto di 713 milioni di dollari, e un indotto di 9,8 miliardi.
Su base geopolitica l’Europa orientale è la zona che nell’ultimo decennio ha avuto il maggior aumento del budget militare, pari al 174%, seguita dal 94% del Nord Africa. Colpisce infine l’aumento del 133 percento fatto registrare dall’Iraq tra il 2007 e il 2008. Un dato che rende ancora più evidente il legame tra spesa militare e lotta al terrorismo. Secondo il Sipri le due guerre in Afghanistan e Iraq sono costate al governo degli Stati uniti circa 903 miliardi di dollari e in futuro «continueranno a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall’Iraq » conclude il rapporto.
Immagine di Jayel Aheram
ITALIA/EXPORT: ARMI DA RECORD 17/4/09
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:03
Aumento record per le esportazioni di armi italiane nel 2008. I nuovi contratti hanno superato i tre miliardi di euro, con un incremento del 29% rispetto al 2007. le armi consegnate sono state pari ad un ammontare di 1,8 miliardi di euro (+500 milioni rispetto all’anno precedente). A questo considerevole flusso vanno poi aggiunte le autorizzazioni relative a programmi intergovernativi, cioè le coproduzioni, pari a 2,7 miliardi di euro.
Questi dati sono tratti dai dati ufficiali di Palazzo Chigi resi pubblici nei giorni scorsi.
“L’industria italiana per la difesa – si legge nel documento della Presidenza del Consiglio- ha quindi consolidato e incrementato la propria presenza sul mercato globale dei materiali per la sicurezza e difesa, confermandosi un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
La lettura dei dati è particolarmente inquietante. E’ sufficiente vedere la lista dei principali clienti per vedere che sono stati privilegiati paesi belligeranti o che non brillano particolarmente nel rispetto delle libertà fondamentali. Nonostante la legge 185 del 1990 che disciplina il delicato settore delle esportazioni di armi vieti le vendite ai Paesi in guerra , responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali dei diritti umani ed a quelli beneficiari degli aiuti alla cooperazione con elevate spese militari. In pratica tutto il contrario di quanto avviene. Infatti il più importante importatore è stata la Turchia con circa un miliardo di euro per l’acquisto di decine di elicotteri di attacco dell’Agusta. Da evidenziare che secondo l’ultimo Rapporto Annuale di Amnesty International “sono continuate a pervenire denunce di tortura e altri maltrattamenti ed eccessivo impiego della forza da parte delle forze dell’ordine”. Va ricordato anche che Ankara sta combattendo contro il movimento guerrigliero del PKK. Al secondo posto figura il Regno Unito, con 254 milioni, nonostante combatta in Afghanistan ed in Iraq , al terzo posto c’è l’India con 173 milioni, in gran parte relativi alla nave logistica della classe Etna, anche New Delhi è in stato di tensione con il Pakistan per il possesso del Kashmir ed è una potenza nucleare. Con importi minori seguono la francia con 130, gli USA con 126; l’Australia con 126;la Germania con 109; la Spagna con 105; la Libia con 93 milioni relativi ad elicotteri, nonostante impedisca il diritto di asilo agli africani in transito per raggiungere l’Europa,l’Algeria con 76, per elicotteri EH 101, la Nigeria con 59 relativi ad aerei da pattugliamento marittimo ATR42. Il paese africano, ricco di petrolio vede la presenza della guerriglia nel delta del Niger. Con minori ancor più ridotti seguono Oman con 57,, Brasile con 43, Emirati Arabi uniti con 39, Venezuela con 36, Kuwait con 30 Pakistan con 30 un Paese che è il retroterra della guerra in Afghanistan ed è una potenza nucleare, Arabia Saudita con 23, Egitto con 17, Malaysia, Indonesia e Cile e addirittura Israele con 1,9 milioni, che si è macchiato di ogni tipo di violazione dei diritti umani.
Le principali aziende esportatrici vedono, come di consueto la prevalenza di quelle Finmeccanica, che ricopre le prime tre posizioni. Al primo posto AgustaWestland con la metà dei nuovi contratti 1.535 milioni, seguono nell’ordine Alenia Aeronautica con 279, Oto Melara con 185 milioni;Fincantieri con 163; Simmel Difesa con 161;IVECO(gruppo Fiat) con116;Selex Sistemi Integrati con 99;Galileo Avionica con 44; Avio con 42; Microtecnica e Selex Communications con 39.
Per quanto riguarda le armi consegnate la lista dei clienti è la seguente: al primo posto assoluto c’è la Germania con 275 milioni, seguono Regno Unito con 247,Spagna con 100, Usa con 98. Fra i Paesi con importi minori sono da evidenziare la Turchia con 56,l’India con 38;il Pakistan con 36, l’Egitto con 34; la Libia con 30; l’Arabia Saudita con 25,; il Sud Africa con 19 e la Nigeria con 14.
A questo ingente flusso sono da aggiungere le coproduzioni internazionali, che rappresentano la parte tecnologicamente più avanzata che hanno costituito nel 2008 ben 1.150 milioni.
La rete Italiana per il Disarmo, il cartello delle associazioni pacifiste ha espresso preoccupazione per il notevole incremento delle vendite rispetto all’anno precedente ed una maggiore trasparenza sulle vendite di armi “made in Italy”.
Un altro aspetto della legge 185 quello che sancisce il principio della riconversione produttiva dal militare al civile è invece totalmente inattuato, non solo, i recenti successi dell’industria militare nazionale spingeranno a perseguire la strada del militare invece che compiere un passo deciso verso un nuovo modello di sviluppo economico basato su produzioni rispettose dell’ambiente e capaci di non aumentare le tensioni nel mondo. Oltretutto i tagli al bilancio annunciati da Obama, in primo luogo agli elicotteri venduti da Agusta a Washington fanno capire quanto sia aleatorio fare affidamento su queste commesse. Purtroppo tutto il contrario di quanto sta avvenendo
UN ELICOTTERO PER DELHI 31/3/09
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:03
AgustaWestland (gruppo Finmeccanica) ha firmato un’intesa con l’indiana Tata che fa capo alla multinazionale di Mumbai Tata Sons per produrre nel paese asiatico l’elicottero militare AW 119. A partire dal 2011 la fabbrica sarà in grado di costruire 30 velivoli l’anno. In ballo c’è un’importante commessa delle forze armate di New Delhi per ben 197 velivoli, che dovrebbe essere assegnata quest’estate. La nuova società sarà partecipata al 26% da Agusta, (la legge indiana non consente una percentuale maggiore) ed al 76% da Tata.
“Realizzare una linea di assemblaggio in india per l’AW 119 ci consentirà – ha affermato Giusepe Orsi di Agusta – di andare incontro alla crescente domanda mondiale per moderni elicotteri monorotore ed allo stesso tempo espandere la nostra presenza in India, dove vediamo grandi opportunità di business”.
Del resto il colosso asiatico è uno dei principali clienti dell’industria mondiale delle armi. Nel periodo 2000-2008 ha speso - secondo il SIPRI, il prestigioso istituto di ricerche sulla pace svedese- ben 13 miliardi di dollari a prezzi costanti (depurati, cioè dall’inflazione). Con tale livello New Delhi si colloca al secondo posto mondiale della classifica degli importatori.
Mentre la crisi economica ha costretto alcuni Paesi a ridurre il flusso finanziario per gli eserciti, ad esempio la Russia, l’India non intende recedere dai suoi programmi ambiziosi di ammodernamento, New Delhi intende destinare il 2,5% del PIL per i militari ed assegnerà contratti per 30 miliardi di dollari. Da evidenziare che la spesa militare indiana ha superato i 21 miliardi di dollari ed ha avuto un cospicuo aumento nel 2007-2008 rispetto al 2006(+12%)
Le aziende di Finmeccanica sono impegnate su diversi fronti: dall’aereo Eurofighter in lizza per una commessa di 126 velivoli da combattimento per un importo da 11 miliardi di dollari, alla gara per la fornitura di 16 elicotteri NH 90 alla Marina. Inoltre velivoli da trasporto e sistemi di elettronica militare.
Tra le condizioni che il Governo indiano pone per assegnare le commesse miliardarie vi è quella di produrre localmente e che parte dei fondi siano investiti nel comparto industriale indiano.
Ma l’India non è solo il Paese che è da decenni in stato di tensione con il Pakistan per il controllo del Kashmir, è una potenza nucleare e non fornisce garanzie sull’uso finale delle armi. In passato New Delhi è finita sul banco degli accusati perché in procinto di vendere elicotteri, anche con componenti italiani, alla Birmania sottoposta ad embargo ONU. Tale circostanza, tuttavia è stata smentita dall’allora ministro degli esteri, D’Alema, a seguito delle rassicurazioni avute dalle autorità indiane.
In un contesto così negativo la legge italiana sul commercio delle armi (legge 185 del 1990) potrebbe vietare le esportazioni al Paese asiatico, ma così non è. Infatti New Delhi è uno dei principali clienti. Nel solo periodo 2005-2007 sono state consegnate armi, secondo i dati trasmessi dal Governo al Parlamento, per un valore di 110 milioni di euro e nuove autorizzazioni per oltre 130 milioni. Inoltre i due Paesi hanno stipulato un accordo per sviluppare la cooperazione proprio nel settore della difesa.
AFFAIRE JSF 30/3/09
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:03
Le Commissioni Difesa di Camera e Senato devono pronunciarsi nei prossimi giorni sull’acquisto di 131 aerei Joint Strike Fighter, il velivolo più costoso della storia e della connessa linea di assemblaggio di Cameri (Novara). Si tratta di un affare del valore complessivo di circa 14 miliardi di euro nel periodo 2009-2026, a fronte di ricadute occupazioni quasi insignificanti rispetto all’entità dell’investimento. Le aziende americane, inoltre si tengono stretti i segreti industriali, quindi anche il progresso tecnologico derivante dal programma è assai limitato.
L’aereo è un cacciabombardiere in grado di trasportare anche l’atomica, difficile da rilevare dai radar e dovrebbe sostituire i Tornado gli AMX.
Il progetto è sviluppato dalla statunitense Locheed Martin ed a livello italiano la più coinvolta è Alenia aeronautica del gruppo Finmeccanica. Al programma partecipano oltre agli Usa, Regno Unito, Italia, Olanda, Turchia, Canada Australia Norvegia e Danimarca.
Il costo è già lievitato da 245 a 275 miliardi di dollari, per un costo a velivolo di 50-70 milioni di dollari. Proprio le preoccupazioni per i conti pubblici hanno attirato l’attenzione della Corte dei Conti olandese, che ha rilevato l’aumento degli oneri dell’80% fra il 1996 ed il 2006.
In Italia invece, nessuno si è posto al momento problemi ed è presumibile che le citate Commissioni, non ostacoleranno i piani governativi. Secondo alcuni il rafforzamento dell’industria militare potrebbe essere un antidoto alla crisi, come se produrre arerei militari fosse come produrre lavatrici. Per altri è invece evidente che stanziare tali e tante risorse per la difesa significa sottrarre risorse ai settori veramente strategici, ad esempio alla scuola ed all’università, sottoposti a tagli draconiani, capaci di minarne la stessa esistenza.
Appare assurdo che su temi di così ampia rilevanza, che impongono profonde riflessioni sulla nostra politica estera, di difesa ed industriale, non ci sia alcun approfondito dibattito, se non quello che sta avvenendo nel chiuso delle aule parlamentari, senza nessun coinvolgimento degli enti locali, dei sindacati e della società civile. Soprattutto occorre pensare a cosa servano tanti aerei e per quali motivi.
La crisi invece potrebbe costituire la grande opportunità di cambiare il nostro modello di sviluppo in uno più ecocompatibile, favorendo i settori ad alta intensità di lavoro, ad esempio riconvertendo l’industria militare verso produzioni civili, come prevede una disposizione di legge, peraltro rimasta lettera morta.
Non solo, il Presidnte Obama, vista la diversa priorità rispetto a Bush, potrebbe tagliare i fondi per un programma così oneroso, come del resto ha già annunciato per gli elicotteri venduti dall’ Agusta alla Casa Bianca. Invece il nostro Governo procede come se il mondo non fosse di fronte alla svolta annunciata dall’elezione di Obama.
Ancor più preoccupante è che in presenza di una crisi che è solo agli inizi, si pensi di spendere una montagna di soldi per le armi invece che affrontare i problemi strutturali italiani. L’esclusione della Sinistra dal Parlamento sembra aver eliminato dall’agenda politica i problemi della pace e del disarmo.
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