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ANKARA, Sì A SOUTH STREAM: "VITTORIA RUSSA" 7-8-09

Venerdì 10 Settembre 2010 10:37

Economia e Ambiente - Energia

MOSCA – La solidarietà energetica europea messa a dura prova dall’asse Russia-Turchia, complice l’Italia. Succede ad Ankara, dove ieri il premier russo Putin è riuscito a strappare a Recep Tayyp Erdogan il sì che aspettava da tempo: per il passaggio del gasdotto South Stream attraverso le acque turche, nel Mar Nero. Evitando la “nemica” Ucraina. Dal porto russo di Novorossisk, il progetto mira a convogliare fino a Varna in Bulgaria il liquido estratto in Russia e Asia Centrale per portarlo, attraverso Serbia e Ungheria, alla Ue e in Grecia. Con l’obiettivo di diversificare le forniture di combustibile russo per l’Europa e ridurre la dipendenza da paesi di transito. Presente alla firma il premier italiano Berlusconi - South Stream è un’idea Eni-Gazprom - he ha commentato: «Siamo orgogliosi di un grande successo. La nostra azione di diplomazia commerciale ha portato la Turchia, e in particolare il premier Erdogan, ad accettare questo grande gasdotto che la nostra Eni costruirà al 50%”. Nel protocollo di cooperazione energetica, in verità, il premier turco si impegna solo ad accettare l’inizio delle prospezioni per realizzare il gasdotto. Ma il ministro dell’energia russo Shmatko ne è certo: "è un via libera di fatto", e aggiunge: i lavori inzieranno nel 2010. Si spera entri in funzione nel 2015, consegnando all’Europa il 35% delle esportazioni di gas russo, spiega il Ceo di Gazprom Miller. Investimento: 25 miliardi di euro. Una vittoria per la Russia, concordano tutti i media a Mosca, contro il “rivale” Nabucco: il progetto sostenuto dalla Ue e dagli Usa formalmente avviato il 13 luglio scorso con la firma dei maggiori paesi coinvolti, che mira ad aggirare la Russia pompando il gas centrasiatico via Turchia ad Austria e Germania passando per Bulgaria, Romania, Ungheria. E sganciarsi dalla dipendenza energetica da Mosca, con la complicità probabile del Turkmenistan. Smentisce la rivalità l’ex zar Putin: “South Stream è importantissimo per l’Europa e per la sua sicurezza energetica”. Smorza anche Bruxelles: la Commissione Ue fa sapere che il progetto “non è visto come ’concorrentè del ’Nabuccò”. Ma di certo Mosca incassa almeno due colpi in uno. Dribblando le possibili grane nel dover chiedere il permesso di transito a Kiev, con cui i rapporti sono tesi per le frequenti crisi energetiche. “Non ci saranno piu colloqui con l’Ucraina sul progetto” chiosa secca una fonte del governo russo. "I turchi sono interlocutori difficili" avrebbe detto Putin, "ma siamo riusciti ad accordarci trovando un compromesso". In cambio infatti la Russia deve fare qualche concessione ad Ankara. Anzi, agli esperti la firma pare frutto di un accorto do ut des tra I due partner: Mosca ha concesso appoggio al progetto di oleodottto Samsun-Ceyhan - anche questo sotto il segno Eni – per collegare le coste turche del Mar Nero a quelle mediterranee, cui Erdohan tiene molto per snellire il traffico sul Bosforo. Mosca vi è sempre stata contraria, favorendo invece il progetto alternativo Burgas-Alexandroupolis. Tra gli accordi tra Russia e Turchia c’è poi l’avvio degli studi di fattibilità per il secondo braccio del gasdotto Bluestream (Bluestream-2), che collega via mare i due paesi per esportare il gas russo in Israele, Libano, Siria e Cipro via Turchia. E potrebbe passare anche per Italia e Grecia: un progetto che, è il parere dei commentatori turchi, Ankara vede come molto più realistico di South Stream. E che del resto, doppiandolo in molti punti, potrebbe far cadere la necessità di costruirlo. E il valore politico dell’accordo appare chiaro per i media russi, e per lo stesso Putin che avrebbe cos’ commentato la firma su Bluestream 2: "Speriamo di costruire rapporti con entrambe le parti di Cipro e raffrozare le relazioni economiche anche con la parte turca - ecco la nostra sfida". Ecco come il gas serve anche a scopi di peacekeeping, commentano ironici i russi ricordando se fosse necessario ancora una volta come politica, sicurezza nazionale e la stessa identità russa odierna vadano di pari passo con l’energia. Oggi sul Messaggero in Economia

UN MONDO SENZA ATOMICA E’ POSSIBILE? 7/4/09

Venerdì 10 Settembre 2010 10:37

Economia e Ambiente - Energia

Un mondo senza nucleare? Si può fare. Obama continua a far sognare dipingendo scenari utopistici che nessuno, finora, si era azzardato a considerare plausibili. Basta con la paura atomica, sì all’energia nucleare per tutti. Un’ipotesi che stenta a convincere anche i suoi sostenitori più accaniti, ma che, dice Maurizio Martellini, scienziato nucleare e segretario generale del Centro Volta-Landau Network sulla sicurezza globale e il disarmo, non è irrealistica. «Non è certo un’ ipotesi che si realizzerà a breve, ma si tratta di una decisione strategica presa da tempo sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Un punto fondamentale di partenza è che gli armamenti nucleari strategici non servono più come tali. Innanzitutto perché il mondo non è più spaccato in due ma è multilaterale e sempre più vale la countervalue strategy (la possibilità di una potenza di colpire obbiettivi civili), per cui anche un deterrente di pochi armamenti può avere effetto. Questo non esisteva durante la guerra fredda perché allora c’era ancora come condizione la parità nel possesso degli armamenti. Oggi la Corea del Nord o l’Iran, per esempio, possono costituire una minaccia anche per giganti come Usa e Russia. Inoltre quello che non si dice mai è che la tecnologia nucleare è vecchia. Oggi la differenza la fanno le armi convenzionali molto avanzate. Gli Stati Uniti stanno pensando di fare missili in grado di trasportare armi strategiche convenzionali. C’è poi il fatto che mantenere un deterrente di testate nucleari cosa diverse decine di miliardi di dollari. Adesso gli Usa possiedono circa 5500 testate operative e la Russia 4000. Quindi c’è un interesse reale e serio per avviarsi verso quello che viene definito il “nuclear weapon free world”, ossia un mondo senza armi nucleari. E’ evidente che questo percorso non può essere fatto in maniera unilaterale e che deve essere pilotato e controllato. Quindi il pericolo di un mondo senza deterrenza non sussiste. «Il mondo continuerà ad essere rischioso perché è venuto meno il bluff della guerra fredda. L’importante allora era la parità strategica, nessuno doveva avere la supremazia perché il mondo era spartito in due. Nel picco di quegli anni, fino al 1991, si parlava di oltre centomila testate esistenti. Oggi il numero si è ridotto di oltre il 70%. Dopo il ’91 questo mondo si è frantumato, oggi ci sono molteplici attori e nessuna potenza occidentale accetterebbe di perdere una propria città, sia essa Parigi, New York, Roma o Berlino. Perché è di città abitate che bisogna parlare quando si ipotizza un attacco, non di basi militari». Di fatto cosa accadrà nell’immediato futuro? «Usa e Russia hanno intenzione di firmare un nuovo trattato, più ampio di quello esistente, dato che lo Start-1 è in scadenza. Un accordo che soprattutto preveda delle verifiche, non contemplate, per esempio, nell’accordo di Mosca del 2004. E’ necessario creare un meccanismo in cui Usa e Russia, le due maggiori potenze nucleari, quelle che fanno la politica strategica, fungano da controllori». Obama, nel suo discorso, ha parlato di una ipotetica “Banca energetica” a cui tutti i Paesi potrebbero attingere. E’ un’idea realizzabile? Il discorso di Obama è interessante innanzitutto perché cita la ratifica da parte degli Stati Uniti del Ctbt, il trattato che bandisce i test nucleari. Quanto alla Banca internazionale del combustibile, l’idea non è nuova, esiste già un protoesempio. Per fare una bomba servono uranio arricchito e plutonio, che sono sottoprodotti delle centrali: l’idea è di creare delle banche di combustibile che dovrebbero essere controllate dall’Aiea, l’agenzia per l’energia atomica, che ne impedisca la produzione: una cosa in realtà molto complicata. Uscito su il Riformista

GAS, VERSO UN NUOVO INVERNO DI CRISI? 3-2-09

Venerdì 10 Settembre 2010 10:37

Economia e Ambiente - Energia

MOSCA – Sos, Mosca chiama Europa: che paghi le bollette del gas per Kiev, o si rischia un nuovo inverno al gelo. Lo ha ventilato domenica il premier Vladimir Putin, al telefono al premier svedese Reinfeldt, presidente di turno d’Europa: gli approvvigionamenti di gas russo ai paesi europei “potrebbero subire perturbazioni in caso di mancato pagamento” da parte di Kiev delle fatture energetiche. Ieri l’ha ribadito più chiaramente al premier danese Rasmussen: «I partner europei raccolgano almeno un miliardo. Tengono i cordoni della borsa così stretti. Che spendano un po’ di più». La Ue insomma faccia la sua parte aprendo il portafogli. Guerra del gas tra Russia e Ucraina, anno terzo. Copione simile, ma stavolta c’è una variabile decisiva: la campagna elettorale a Kiev, appena iniziata. Che il 17 gennaio 2010 vedrà sfidarsi per la presidenza i due ex alleati della rivoluzione arancione, il presidente Victor Yushchenko e la premier Julia Tymoshenko, oggi rivali, e il filorusso Victor Yanukovich. Intorno, una crisi politico-istituzionale ormai cronica dal 2004, cui Kiev oggi vede affiancarsi la batosta della crisi economica. Pagare le bollette, certo, è sempre più difficile. Ma chi ha detto ai russi che l’Ucraina non ce la farà? Ecco il punto. Venerdi, a una riunione del partito al potere Russia Unita, Putin fa sapere di aver ricevuto una telefonata da Yulia Tymoshenko in persona: a suo avviso, Yushchenko starebbe bloccando i pagamenti per le forniture di gas russo. “Deplorevole” commenta l’ex zar. Ricordando che Mosca ha già pagato all’Ucraina 2,5 miliardi di dollari anticipati per il transito di metano verso l’Europa; e secondo l’Imf, le riserve auree di Kiev sono sufficienti per saldare il debito. “Poco amichevole” controbatte da Kiev l’ufficio stampa di Yushchenko, tutto falso: il presidente avrebbe chiesto da tempo al governo di trovare vie alternative al pagamento che non siano la richiesta alla Banca Centrale di stampare più banconote. E poi, i prestiti promessi dalla Ue all’Ucraina ad agosto – almeno 750 milioni di dollari della Bers per comprare gas russo - non sono mai arrivati. Lo conferma lo stesso Putin: “L’Ucraina non ha ancora ricevuto una singola moneta dalla Ue, nemmeno una grivna [la valuta nazionale ucraina]”. A gennaio scorso, dopo settimane di rubinetti a secco, la crisi fu risolta proprio da Putin e Tymoshenko con l’accordo per una firma congiunta tra Gazprom e l’ucraina Naftogaz. Il patto vide la netta opposizione di Yushchenko: per lui, Naftogaz ha perso in tal modo almeno 2,5 miliardi di dollari. Per alcuni analisti, il gioco d’anticipo di Putin con la Ue ha uno scopo chiaro: sostenere la corsa alla presidenza di Yulia – i due, un tempo acerrimi nemici e oggi in luna di miele, dovrebbero incontrarsi a Yalta il 19 novembre – alimentando le paure intorno al gas in funzione anti-Yushchenko, certo non amico della Russia. Chi ne pagherà il prezzo? “Speriamo che Mosca e Kiev risolveranno la disputa da soli, senza mediazione Ue” ha commentato venerdi il presidente della Commissione Ue Barroso. Intanto ha proposto ai 27 di prestare a Kiev 500 milioni di euro. Oggi sul Messaggero negli Esteri

GAS, MOSCA ESEGUE: CHIUSI RUBINETTI, E LA UE TREMA 7/1/09

Venerdì 10 Settembre 2010 10:37

Economia e Ambiente - Energia

MOSCA – Ormai l’allarme è ufficiale. Notte fonda ieri nei paesi dell’Unione e tra i suoi vicini. Nei condotti gasiferi, uno dopo l’altro, suona l’allarme rosso: ridotto drammaticamente l’afflusso del metano pompato da est. Dopo le minacce, la pratica: Mosca ha chiuso i rubinetti verso Kiev, per “riappropriarsi” del liquido da questa sottratto illegalmente. E l’Europa trema. Stop totale agli approvigionamenti provenienti dalla Russia in Bosnia, Bulgaria, Croazia, Grecia, Macedonia, Serbia, Slovacchia che dichiara lo stato d’emergenza (dipende al 98% dal gas russo), Ungheria, Turchia. I più colpiti i Balcani: molti ricevono gas russo passando per Budapest, e sono privi di stoccaggi. Meno 90% in Austria e Slovenia. Idem per l’Italia, ma il governo tranquillizza: le scorte sono sufficienti e i consumi diminuiti. Calo delle forniture del 75% in Repubblica Ceca e Romania; la Polonia (-6%) attinge al gasdotto Bluestream. Sotto del 70% Parigi: ieri si era detta fiduciosa nei russi, che coprono il 15% del fabbisogno francese di gas. E Bruxelles, stavolta, scende in campo pur continuando a considerare la faccenda “una disputa commerciale tra due paesi”. Chiede il “ripristino immediato” delle forniture, definisce i tagli «inaccettabili». A rischio, dice un portavoce della Commissione, c’è la credibilità di Russia e Ucraina come fornitori di gas: “gli impegni commerciali verso l’Ue devono essere rispettati. I due contendenti nei giorni scorsi avevano assicurato che la querelle per il saldo del debito ucraino e il rinnovo del contratto di transito non avrebbe danneggiato la Ue. Venerdi a Bruxelles, riunione d’urgenza del Gruppo di coordinamento per il gas dei 27: tra le misure straordinarie ipotizzate, la “solidarietà”: i paesi dotati di maggiori stoccaggi dovrebbero aiutare quelli più “poveri”. Ma solo se il taglio delle furniture supererà il 20% - il livello attuale. Preoccupata delle ricadute d’immagine, la delegazione di Gazprom guidata dal vice Aleksander Medvedev ha proseguito il tour diplomatico europeo. A Berlino, il numero due del gruppo è costretto ad ammettere: “il flusso di gas che passa per l’Ucraina è attualmente pari ad 1/7 del normale: solo 40 milioni di metri cubi stanno arrivando ai nostri clienti”, e “le nostre possibilità di compensazione sono ridotte significativamente". Lo si legge anche nella pagina inaugurata ad hoc sul sito web della società. Ma Medvedev, che poi farà tappa a Londra per una conferenza stampa, punta il dito contro Kiev: nella notte avrebbe chiuso unilateralmente 3 dei suoi 4 condotti attraverso cui scorre il gas russo, impedendo di rifornire adeguatamente i clienti Ue: «un evento senza precedenti nella storia del mercato del gas. Siamo ostaggi del comportamento irresponsabile dell’Ucraina». E rifiuta l’intermediazione Ue. Gazprom sta ricorrendo a metodi alternativi per ovviare alle perdite, fa sapere il portavoce Kuprianov: il gasdotto bielorusso "Blue Stream", impianti di stoccaggio sotterraneo in Europa. Ma non basterà. Da Kiev il presidente Yushchenko rimpalla: la colpa dei tagli è di Mosca. Domani riprenderanno i negoziati tra Russia e Ucraina, alla presenza della Ue a Bruxelles. “Siamo disponibili a riprendere le trattative con Naftogaz in qualsiasi momento” ripetono i russi. Gli ucraini si diconi pronti al compromesso, ma per il portavoce Zemlyansky “il prezzo di 450 dollari proposto da Mosca è inaccettabile”. Nel frattempo, i prezzi del petrolio risalgono oltre i 50 dollari a barile. Buone notizie per Mosca, attanagliata dalla crisi proprio in seguito al crollo del greggio. Oggi su Il Messaggero Economia

CARO-PETROLIO,OGGI IL SUMMIT DI GEDDA 22/06/08

Venerdì 10 Settembre 2010 10:37

Economia e Ambiente - Energia

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio – la prima dal 1973 - minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. E’con questa consapevolezza che oggi a Gedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta, per discutere delle cause dell’aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l’Opec, l’Aie e il Forum europeo sull’energia internazionale e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron. Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia,Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso dei sussidi per i carburanti recentemente tagliati, lo si è visto dall’ondata di scioperi e proteste che nelle scorse settimane hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo. Le proteste per l’aumento del costo dei prodotti alimentari, che all’inizio di quest’anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l’insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell’emergenza alimentare – tra cui l’aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio – che recentemente ha raggiunto i 140 dolari al barile –, come dirà domani nel suo discorso il ministro dell’economia austriaco, Martin Bartenstein. Alla viglia del summit di Gedda, l’Arabia saudita – il principale paese produttore - ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire che passerà da 200mila a 9.7 milioni barili al giorno. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. E un ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. E’ possibile che entro la fine dell’anno Riad arriverà a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto. L’Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l’esempio del regno saudita. In realtà è probabile che queste misure, che serviranno a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari al barile, non saranno di grande impatto sulla stabilità dei paesi in via di sviluppo. Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell’Opec di aumentare l’estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affronatre la crisi. «Vado in Arabia Saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi». Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell’emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all’energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori». Uscito anche su il manifesto

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il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

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