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VERSO IL G8: AGRICOLTURA E CLIMA , QUANDO L’INAZIONE UCCIDE 21/05/09

Venerdì 10 Settembre 2010 10:01

Economia e Ambiente - Economia

Agricoltura e clima sono un binomio inscindibile dalla notte dei tempi. Ma con l’accelerare dei cambiamenti climatici, lo sguardo che i coltivatori rivolgono verso il cielo per scrutare i suoi umori è sempre più preoccupato. Se da una parte gli agricoltori sono in difficoltà per le bizze del clima, dall’altra i governi si sono dimostrati incapaci di azioni coraggiose per tenere sotto controllo la temperatura e aiutare, in questo modo, anche chi sopravvive col lavoro nei campi. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove la desertificazione sottrae ogni anno terreni fertili, l’acqua scarseggia sempre di più e le catastrofi naturali in aumento cancellano in pochi minuti mesi di lavoro. Di fronte a uno scenario che non invita all’ottimismo, era lecito aspettarsi qualcosa di più dalle due riunioni ministeriali del G8 sull’agricoltura e sull’ambiente del mese scorso. I ministri dell’Agricoltura si sono dati appuntamento a Cison di Valmarino dal 18 al 20 aprile, dove a fare gli onori c’era l’italiano Luca Zaia. Mentre quelli dell’ambiente si sono riuniti a Siracusa la settimana successiva, sulla punta estrema dell’isola di Ortigia cara alla ministra Stefania Prestigiacomo. I suggestivi panorami marini che si godono dal castello di Maniace, sede del G8 verde, non sono stati però sufficienti per ispirare le delegazioni. Come poco ha potuto il Prosecco offerto a profusione a Cison di Valmarino. Le due ministeriali avevano l’obbiettivo di trovare soluzioni concrete o almeno creare delle dinamiche di negoziazione serie su due problemi - fame e cambiamenti climatici - che causano povertà e uccidono. Se non si agisce rapidamente, la crisi alimentare e quella climatica diventeranno incontrollabili e colpiranno un numero sempre più grande di persone, generando a catena instabilità politica e di sicurezza che colpiranno anche i paesi sviluppati. La fame tocca già oggi quasi un miliardo di persone, mentre le catastrofi legate ai cambiamenti climatici colpiscono 250 milioni di persone. In assenza di interventi decisi, questi numeri sono destinati ad aumentare in modo drammatico. Considerate l’ampiezza e l’urgenza delle sfide, i più ottimisti speravano che i due G8 sull’agricoltura e sull’ambiente avrebbero rappresentato un primo passo in avanti significativo, come indicato dai ministri italiani prima dell’inizio dei lavori. Società civile e osservatori si aspettavano decisioni concrete contro la fame e i cambiamenti climatici, concertate non solo tra i paesi del G8, ma anche tra i paesi in via di sviluppo invitati al tavolo delle discussioni. Niente di tutto ciò è successo. Oltre a non offrire soluzioni concrete, i ministri non sono riusciti a fare avanzare delle negoziazioni internazionali in grado di spingere gli Stati verso politiche efficaci. In modo completamente surreale, in entrambe le ministeriali si è però preteso che dei grandi passi in avanti fossero stati compiuti. Sfortunatamente, i testi degli accordi raccontano un’altra storia: vecchie posizioni ripetute e impegni mai rispettati ma ribaditi per l’ennesima volta, nessun programma per migliorare la vita delle popolazioni più vulnerabili. Lo stallo attuale è conseguenza di due fattori principali: la crisi della governance globale e la visione di corto termine dei decisori. La crisi della governance globale fa sì che si fatichi a generare consensi su politiche adeguate alle sfide dell’oggi. Il G8 non è più rappresentativo e non controlla più la stragrande maggioranza delle risorse e del PIL mondiale come qualche decennio fa. Se i paesi che devono negoziare sono venti, la decisione diventa più difficile e spesso meno incisiva. In secondo luogo, i politici hanno un orizzonte sempre più limitato e non riescono o non vogliono capire le implicazioni di lungo termine della loro (in)azione. Esiste una via d’uscita? Solo coalizioni di dimensioni veramente mondiali sono in grado di proporre soluzioni costruttive e realizzabili. I governi delle maggiori economie del mondo dovranno mettere a frutto le prossime ministeriali del G8, soprattutto quella sullo sviluppo e quella sulla finanza - oltre al summit finale dell’Aquila - per decidersi finalmente ad agire. La società civile ed il settore privato, dal canto loro, avranno il compito cruciale di spingere i propri paesi ad agire in modo ambizioso. In gioco c’è la sopravvivenza di miliardi di persone. *Esperto di agricoltura e cambiamenti climatici

G8, L’ECONOMIA DOMINA LA GIORNATA FINALE 10/07/08

Venerdì 10 Settembre 2010 10:01

Economia e Ambiente - Economia

Nel pomeriggio giapponese, ieri nell’isola di Hokkaido è stato tempo di conferenze stampa e bilanci sui tre giorni di vertice dei G8 ormai in chiusura. Nell’ultimo giorno di riunioni, a tenere banco è stata di nuovo la difficile congiuntura che l’economia globale sta vivendo. Oltre ad aver ripreso il tema dei cambiamenti climatici, gli Otto Grandi hanno così trattato i nodi riguardanti il rialzo dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari con il loro conseguente impatto inflazionistico, la stabilità dei mercati finanziari e la lotta al protezionismo. Nonostante le difficoltà congiunturali e l’attuale fase di rallentamento della crescita, però, i G8 hanno ribadito il loro ottimismo sulle prospettive dell’economia globale. Un’attenzione particolare è stata dedicata, ha riferito nella conferenza stampa alla conclusione del vertice il presidente del summit e primo ministro giapponese Yasuo Fukuda, alla questione del caro-petrolio. Per affrontare la quale nel prossimo autunno il Giappone ospiterà una riunione dei paesi produttori e consumatori di petrolio. “Il summit”, ha spiegato Fukuda, “sarà il primo del suo genere” e servirà a discutere le misure per far fronte alle impennate dei prezzi del greggio e gli strumenti per la condivisione di tecnologie per il risparmio energetico. Il premier giapponese, che ha anche ribadito la richiesta del G8 di trovare un migliore equilibrio tra la domanda e l’offerta di greggio, ha inoltre aggiunto che l’agenda del forum sul caro-petrolio dovrebbe tenere conto delle conclusioni del recente vertice svoltosi a Jedda e di quello che si terrà a Londra, in uno sforzo globale per affrontare congiuntamente uno dei problemi che più hanno preoccupato gli Otto Grandi in questi giorni di summit. Non solo. Il G8 ha anche deciso di dare mandato agli organismi internazionali, a partire dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, per esaminare le cause dell’aumento dei prezzi dell’oro nero, così da rendere possibili, ha chiarito il premier italiano Silvio Berlusconi nella sua conferenza stampa, “le decisioni opportune per abbassare il prezzo del petrolio”. Per quel che riguarda invece la crisi dei mercati finanziari, la dichiarazione finale del G8 ha sottolineato “l’importanza di una rapida applicazione delle raccomandazioni del Forum per la stabilità finanziaria” presieduto dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Altro tema toccato è stato quello delle regole commerciali, che ha registrato, ha riferito il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, la maggiore determinazione rispetto al passato del presidente Usa George Bush e di quello brasiliano Inacio Lula da Silva a concludere velocemente i negoziati del Doha Round dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Nella speranza che i problemi dell’economia globale non debbano rientrare nell’agenda del summit G8 del 2009, presieduto dall’Italia, l’appuntamento è quindi per l’isola della Maddalena. Sempre che, come ha avvertito Berlusconi ieri, i ritardi nei lavori non costringano Roma a scegliere un’altra sede che sarà comunque “estremamente funzionale”. L’articolo e’ sui quotidiani locali del Gruppo L’Espresso

G8, CLIMA E PETROLIO AL CENTRO DEL SECONDO GIORNO 09/07/08

Venerdì 10 Settembre 2010 10:01

Economia e Ambiente - Economia

Le trattative serrate della notte hanno dato frutto. E gli Otto Grandi, riuniti nell’isola giapponese di Hokkaido per il loro summit annuale, sono così riusciti a portare a casa un risultato che alla vigilia appariva difficile da ottenere: l’accordo sul clima. A premere più di tutti perché il G8 che si conclude oggi desse seguito all’impegno sottoscritto l’anno scorso a Heiligendamm, in Germania, di prendere “in seria considerazione” il problema dei mutamenti climatici è stato soprattutto il Giappone, sostenuto anche dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Facile quindi immaginare la soddisfazione del premier giapponese Yasou Fukuda nell’annunciare ieri che il summit aveva trovato l’accordo sulla riduzione, entro il 2050, delle emissioni di gas serra “fino al 50%”. Una meta da raggiungere, dice il documento comune adottato dal G8, attraverso obiettivi di medio e di lungo periodo che coinvolgano non solo gli Otto Grandi ma anche tutti quei paesi (e sono circa 200) che partecipano in sede Onu alle discussioni sul clima. Non è stato chiarito però quale debba essere il livello di riferimento per i tagli, se “i livelli attuali”, come detto da Fukuda, oppure il 1990, come richiesto sia dall’Unione Europea che dalle associazioni ambientaliste. Positivi i commenti sull’accordo degli altri protagonisti del summit, a iniziare da Angela Merkel, secondo cui l’accordo raggiunto al vertice di Hokkaido rappresenta un significativo passo avanti nella lotta contro i cambiamenti climatici. Sulla stessa linea il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, che ha detto che l’intesa raggiunta dal G8 “è sulla strada giusta che porta verso Copenhagen”, che a dicembre 2009 ospiterà “la conferenza per varare il protocollo post-Kyoto”. Soddisfatti per “l’eccellente dichiarazione sul clima” anche gli Stati Uniti. Da parte del fronte degli ambientalisti, invece, le reazioni non sono state altrettanto entusiastiche. Duro il giudizio del WWF, che ha definito l’accordo un “patetico” tentativo di nascondere “le storiche responsabilità” delle grandi economie mondiali. Legambiente, invece, per bocca del suo responsabile internazionale Maurizio Gubbiotti, si chiede “perché rimandare a domani” la soluzione di un problema attuale. Negativo anche il commento della Caritas Internationalis, che in una nota ha detto che il G8 “non ha tagliato a sufficienza le emissioni”. Delusione anche da parte dei cosiddetti G5 (Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica), che ieri, in una dichiarazione congiunta, hanno chiesto ai G8, con cui si incontreranno oggi, di tagliare le emissioni del 25-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Ma non c’è stato solo il clima a tenere banco ieri a Toyako. Gli Otto Grandi hanno affrontato anche il tema dell’economia globale, sulle cui “prospettive di crescita” rimangono “fiduciosi”. A metterla in pericolo, però, ci sono “gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari”. Per questo il G8 ieri ha fatto appello all’Opec, affinché in questa fase aumenti la produzione e la distribuzione del greggio. “I paesi produttori”, dice il documento finale, “dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti”, mentre sul lato della domanda sono necessari “ulteriori sforzi per seguire una diversificazione energetica”. A partire da quella nucleare, per molti paesi “uno strumento chiave per ridurre la dipendenza dai carburanti fossili”. L’articolo e’ uscito anche sui quotidiani locali del Gruppo L’Espresso

G8, PRIMA FUMATA NERA 08/07/08

Venerdì 10 Settembre 2010 10:01

Economia e Ambiente - Economia

Nessun accordo, ma solo un rinvio alle riunioni in programma oggi. È così, con un nulla di fatto sul tema degli aiuti all’Africa, che si è chiusa la prima giornata dei lavori del summit dei G8 a Toyako, nell’isola giapponese di Hokkaido. Un’intera giornata di incontri, iniziata con un pranzo ufficiale a cui hanno partecipato, oltre agli Otto Grandi, anche il presidente della Commissione dell’Unione Africana Jean Ping (poi ricoverato per un malore) e i capi di stato e di governo di Algeria, Etiopia, Ghana, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tanzania, in cui però la crisi dello Zimbabwe ha preso più tempo dei dibattiti sugli aiuti al continente. Sul piatto c’era la richiesta ai G8 di rispettare le promesse fatte negli anni scorsi, in particolare al summit di Gleneagles del 2005, di raddoppiare gli aiuti allo sviluppo diretti in Africa, arrivando entro il 2010 a 25 miliardi di dollari all’anno. Un impegno che, stando alle indiscrezioni dei giorni scorsi, sarebbe sparito dalla bozza di accordo preparata in vista del summit. Ieri il richiamo al rispetto delle promesse di Gleneagles è venuto anche dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che ha sottolineato come il mondo stia affrontando “tre crisi simultanee: una crisi alimentare, una crisi climatica e una crisi dello sviluppo”. A pagare il prezzo più alto, i paesi più poveri, africani in primis, che rischiano seriamente di mancare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. “Quello di cui abbiamo bisogno ora”, ha aggiunto Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, “sono risorse, azione e risultati in tempi certi”. Un invito che non ha dato frutti immediati. Anche l’unica azione concreta già annunciata, la creazione di un fondo da un miliardo di euro per sostenere l’agricoltura nei paesi in via di sviluppo anticipata dal presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso prima dell’apertura del summit, è stata rimandata. La formalizzazione era attesa per oggi, ma nella notte giapponese il portavoce della commissaria all’agricoltura Mariann Fischer Boel ha fatto sapere che “la proposta è stata rinviata per dare tempo alla Commissione di definire le modalità e le condizioni della gestione dei fondi”. Non è andata meglio neanche per l’altro grande tema in programma ieri, tra i principali che il summit deve affrontare. Ovvero quello dei cambiamenti climatici, argomento molto caro alla presidenza giapponese, che ha concordato con la Ue l’obiettivo di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2050. Un piano ambizioso, a cui gli Usa, che secondo Ban Ki-moon dovrebbero “avere un ruolo guida” sul tema, potrebbero aderire solo se vi si adegueranno anche le economie emergenti, e maggiormente inquinanti, come l’India e la Cina. Gli Usa si sono anche detti contrari alla proposta del presidente Sarkozy di allargare il G8 a includere anche Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica. Una posizione condivisa anche dal premier italiano Silvio Berlusconi, che ha detto di essere convinto che la formula attuale “sia da mantenere”. Nella sua conferenza stampa Berlusconi ha parlato degli aiuti all’Africa, che dovrebbero concentrarsi su progetti infrastrutturali costruendo “strade, autostrade, ferrovie e ospedali”, e dell’aumento dei prezzi del petrolio. Tema su cui, dice il premier, l’Italia propone di “incrementare i margini di deposito per gli acquisti in futuro”. L’articolo è uscito anche sui quotidiani locali del Gruppo L’Espresso

LA SCOMMESSA VINCENTE DI BANCA ETICA 03/10/07

Venerdì 10 Settembre 2010 10:01

Economia e Ambiente - Economia

Proseguono i successi di Banca Etica, che anche nel 2007 ha visto crescere la fiducia di soci e correntisti, in costante aumento in questi primi otto anni di storia dell’istituto. Lo confermano i dati del bilancio del primo semestre del 2007 presentato oggi a Roma. Cresce la raccolta diretta di risparmio, che in sei mesi è passato da 418,5 milioni di euro a 453,4 davanti ai circa 320 milioni di euro della fine del 2004. Successi anche in campo di finanziamenti, aumentati da gennaio di quasi 40 milioni di euro, e che ormai raggiungono quota 361,9 milioni di euro. Una realtà che ispira fiducia visto il numero crescenti di soci (ormai quasi 28 mila) e che – con un utile di oltre 1.800.000 di euro e una crescita del 50 % rispetto al 2006 – ha una base sociale fra organizzazioni, cooperative sociali e associazioni che rappresenta 4 milioni di cittadini. Di pari passo agli indici economici cresce la soddisfazione e la speranza di vedere la finanza etica raccogliere sempre maggiori adesioni. Una banca che ha fatto di trasparenza, fiducia e sostenibilità sociale – sottolinea Fabio Salviato, presidente della banca – i suoi punti di forza passando attraverso la scelta del micro-credito, l’attenzione per i progetti che promuovono l’impiego delle energie rinnovabili e un ruolo attivo nella cooperazione internazionale. “Noi leggiamo diversamente la realtà e riusciamo a dare risposte ai nuovi bisogni della gente” sottolinea Fabio Salviato, presidente e fondatore della banca, “Abbiamo innovato il mercato bancario con la nostra visione sociale, siamo una banca sicura e trasparente e la gente lo sa”. Illuminante il richiamo allo scorso 18 settembre scorso, quando a Londra davanti alla Northern Rock c’era la fila di clienti che, allarmati per la crisi di liquidità, ritiravano i loro soldi, “mentre a Palermo stava aprendo la nostra filiale e la fila c’era, ma questa volta per portare risparmio” prosegue Salviato. Banca Etica, comunque, oltre a perseguire il valore sociale, ha saputo diventare competitiva anche nei servizi offerti ai semplici correntisti. “Prelevare a sportelli non di Banca Etica o appartenenti alle BCC in convenzione con noi – racconta Mario Crosta Direttore generale di Banca Etica - costa solo 1,25 euro contro 1,75 o addirittura 2 euro della altre banche. Se si pensa alla media di operazioni di un cliente in un anno, parliamo di un risparmio di circa il 70%”. E pensare che, secondo il progetto iniziale, l’istituto doveva essere una banca di secondo livello finalizzata solo al mediocredito per le persone giuridiche. Solo davanti alla richiesta di molti che il gruppo fondatore ha poi deciso di allargare la posta in gioco e scommettere anche sui prodotti e servizi destinati ai singoli. Un investimento che oggi sembra pienamente ripagato.

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