RAPPORTO UNFPA 2009, DONNE E CAMBIAMENTI CLIMATICI 19/11/09
Venerdì 10 Settembre 2010 09:56
Economia e Ambiente - Ambiente
“Donne, popolazione e clima in un mondo che cambia”. A poco meno di un mese dalla conferenza Onu di Copenaghen sul clima, il Fondo per la popolazione delle Nazioni unite (Unfpa), nel rapporto annuale presentato ieri a Roma, capovolge l’approccio alla questione. Mette al centro del dibattito, e spera delle politiche, la popolazione: quella responsabile degli stravolgimenti ambientali e quella che con le catastrofi naturali fa i conti ogni giorno. Per dire, insomma, che l’attenzione ad energia, ambiente e nuove tecnologie da sola non basta ad arginare siccità, inondazioni, aumento della temperatura e scioglimento dei ghiacci. Servono politiche di sostegno alle persone, sostiene l’Unfpa nel rapporto curato in Italia da Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo, e la promozione dei diritti umani a partire da quelli delle donne, prime vittime e meno responsabili della situazione attuale. Un approccio inconsueto considerando che “nei documenti che andranno a Copenaghen – sottolinea Giulia Vallese, responsabile finanziamenti dell’Unfpa – il termine popolazione non compare neanche una volta”. Ci pensa allora l’Unfpa a stilare un dettagliato promemoria sulle responsabilità e le conseguenze dei cambiamenti climatici nel Nord e nel Sud del mondo. Sono i Paesi più poveri, responsabili del 3 % delle emissioni di gas serra, i più colpiti da inondazioni e siccità: Eritrea e Bangladesh, per esempio, sono i Paesi con il più basso consumo energetico procapite al mondo, non certo i meno colpiti dagli stravolgimenti climatici. Il 50 % più povero del mondo produce appena il 7 % delle emissioni, ma vede crescere la popolazione con maggiore velocità e si ritrova, senza averne gli strumenti, a fare i conti per primo con nuove sfide. Come le migrazioni dovute alle calamità naturali: se non si inverte la tendenza attuale, nel 2050 saranno 200 milioni i “rifugiati climatici” nel mondo. Dati che dovrebbero dare un senso di urgenza: riuscirà il vertice di Copenaghen ad approvare un trattato sul clima? C’è da dubitarne, i segnali sono negativi. ’Unfpa, intanto, ha stilato una serie di punti da cui ripartire, molti si concentrano sul benessere delle donne come primo tassello dello sviluppo delle comunità. Il Fondo Onu chiede politiche immediate di sostegno allo sviluppo per garantire l’accesso alle donne ai diritti fondamentali: cibo, istruzione, salute. Perché sono loro le prime vittime dei disastri naturali (il ciclone che nel 1991 stravolse il Bangladesh uccise 5 volte più donne che uomini) ma sono anche il perno su cui ruotano famiglia ed economie di sussistenza, le prime ad attivare comportamenti eco-sostenibili. Ma la realtà è che l’impatto degil stravolgimenti climatici si aggiunge a una situazione di vulnerabilità impressionante: basti pensare che una donna al minuto muore durante la gravidanza o il parto, e di queste 70 mila muoiono per aborti a rischio.“È necessario finanziare servizi di pianificazione familiare e dare accesso a contraccettivi – sottolinea Daniela Colombo, presidente Aidos - che permettano alle donne di scegliere se e quando avere figli” in contesti dove gravidanza e parto sono spesso la prima causa di morte fra le giovani donne. La realtà à l’opposto: i fondi per la salute riproduttiva sono calati, su scala globale, da 723 milioni di dollari nel 1995 a 338 milioni di dollari nel 2007. Come stupirsi allora se 200 milioni di donne non hanno accesso a contraccettivi. «Le donne subiscono gli effetti maggiori dei cambiamenti climatici – spiega il presidente di Aidos Daniela Colombo - Bisogna quindi permettere loro di contribuire alla ricerca delle soluzioni». Oggi anche sul ManifestoAPPELLO PER BONIFACIO 6/8/09
Venerdì 10 Settembre 2010 09:56
URAGANI E POLEMICHE, "IKE" VERSO CUBA 8/9/08
Venerdì 10 Settembre 2010 09:56
Economia e Ambiente - Ambiente
Anche se il Congresso repubblicano è finito senza che la furia di “Gustav” rovinasse la festa, la stagione degli uragani e tutt’altro che conclusa. E non smette, oltre che di far vittime e danni, di provocare polemiche politiche. Mentre scriviamo, il terribile “Ike” si sta abbattendo su Cuba dopo aver risparmiato la misera Haiti che, ben più sfortunata della gemella con cui confina (la repubblica Dominicana), è stata prima stravolta da Gustav (una settantina di vittime), poi martoriata dalla tempesta tropicale Faray (altre quaranta) e infine dall’uragano Hanna (bilancio provvisorio sopra i 500 morti e un appello di Croce rossa e Mezza luna internazionale per almeno 3 milioni e mezzo di aiuti onde far fronte ai danni). Hanna è adesso in azione lungo la costa nordorientale degli Stati Uniti e sulla via di spegnersi nuovamente in mare, ma negli Usa le cose, sia per Gustav che per Hanna, sono andate bene. Per Ike, l’uragano di “classe 4” (secondo la scala Saffir-Simpson, un sistema di misurazione dell’intensità dei cicloni tropicali ormai consolidato e messo a punto nel 1969 dai due scienziati statunitensi ) ancora non si sa. La sua traiettoria indica che venerdi dovrebbe battere le coste di almeno tre stati, risparmiando forse la Florida (che però ha predisposto l’evacuazione volontaria). Preoccupa. Ma adesso siamo ancora a Cuba dove l’uragano era atteso per ieri sera dopo aver colpito in parte Haiti (nella notte si stimavano a 30 le vittime), in parte strizzato le Bahamas a una velocità di 215 chilometri l’ora e dopo aver fatto polpette dell’80% delle case di Turks e Caico, territorio d’oltremare britannico formato da un arcipelago di una trentina di isolette da cui i turisti sono fuggiti a gran velocità (anche un paradiso fiscale può diventare un inferno). A dirla con Saffir-Simpson la categoria 4 per gli uragani è tra quanto di peggio ci si possa aspettare: venti e pioggia, capacità di farvi volare il tetto a qualche chilometro, nessun rispetto per alberi e piante di alto fusto, capacità di distruggere piccole e fragili abitazioni e serie difficoltà in materia di allerta da evacuazione: l’uragano può arrivare, ancor prima che con la sua forza vera e propria, con una massa d’acqua in grado di precederlo di 3-5 ore che può dunque tagliar fuori i ritardatari dalla possibilità di fuga. E gente che abita in terreni depressi (oltre i tre metri sotto il livello del mare) non deve pensarci due volte: sprangare porte e finestre e darsi alla fuga. Il gran problema degli uragani non è infatti tanto la loro forza (che oggi si può quantificare) quanto la capacità di allerta ed evacuazione che una protezione civile può mettere in piedi. A Cuba, dove in fatto di uragani la sanno lunga, sono preoccupatissimi per Ike (oltre 500mila le evacuazioni) anche se hanno già visto Gustav, definito “il più devastante di tutti gli eventi meteo che hanno colpito Cuba negli ultimi 50 anni”. Gustav ha fatto piazza pulita nella zona di Pinar del Rio dove ha martellato tutto il territorio, facendo terra bruciata di quanto trovava sul suo cammino in due terzi della provincia. Ma benché il bilancio sia stato durissimo (100mila abitazioni distrutte o gravemente lesionate) non c’è stata una sola vittima. Ad Haiti, come abbiamo ricordato, i tre eventi appena passati hanno ucciso più di 600 persone. Solo sfortuna? Ad Haiti il sistema di allerta funziona come in tutto l’Atlantico ma è il sistema di evacuazione che non va. C’è chi dice che a Cuba funziona perché il bello dei regimi è che nessuno disobbedisce. Ma anche gli asini sanno che a Cuba è in piedi un vero e proprio sistema di allerta che si coniuga ad un’attenta predisposizione del percorso di evacuazione. Evacuare infatti è non solo difficile e spiacevole ma inutile se non si sa dove andare o, peggio, si va nel posto sbagliato. Sotto questo profilo Cuba resta un modello. E la polemica? Ovvio, con gli Usa. L’Avana ha respinto 100mila dollari di aiuti americani per Gustav. “Ci levassero l’embargo che sarebbe meglio”, han detto le autorità esercitando il mantra tradizionale. Ma c’è anche una polemica tutta americana e tutta elettorale. Ai cubani è piaciuta la proposta di Obama di una moratoria dell’embargo di tre mesi per aiutare l’Avana. Ma Bush a questa idea ha detto no. Ai Castro e a Obama. Il tormentone uragano-politico continua. Questo articolo è uscito anche su il riformista Commenta questo articolo sul blog di Emanuele GiordanaAMREF E IL CALCIO ITALIANO PER L’AFRICA 18/3/08
Venerdì 10 Settembre 2010 09:56
Economia e Ambiente - Ambiente
Il calcio italiano si mobilita per portare acqua in Africa. La Federazione Italiana Gioco Calcio ha accolto la proposta di Amref Italia di sostenere una campagna di sensibilizzazione contro lo spreco dell’acqua e di raccolta fondi per portare acqua pulita a un milione di Africani. L’iniziativa, patrocinata dall’ Aic, è stata presentata oggi durante una conferenza stampa alla sede della Figc a Roma. Presente, insieme al vicepresidente di Amref Italia Thomas Simmons, anche Demetrio Albertini, numero due della Figc nonchè testimonial e portavoce della campagna “Spreco meno subito”, in prima linea a favore di un comportamento idrico responsabile. Albertini ha anche prestato il suo volto al web-cartoon della campagna: con la telecronaca d’eccezione di Fabio Caressa, il protagonista affronta le buone regole per il risparmio idrico in chiave calcistica. Inoltre, l’ex regista della Nazionale ha dato la sua voce per diffondere attraverso le radio italiane gli obiettivi della campagna. Scopo della raccolta fondi di “Spreco meno subito” è finanziare i progetti idrici e di microcredito di Amref in Africa e dare l’accesso all’acqua a un milione di persone. Poche e semplici le regole per ridurre gli sprechi: chiudere il rubinetto mentre ci si lava, usare lavatrici ecologiche, preferire la doccia al bagno sono solo alcuni degli accorgimenti suggeriti per risparmiare fino a 1 euro al giorno. L’impegno del mondo del calcio a favore della campagna per l’acqua si rimmoverà in occasione della 32ma giornata di Campionato, il 5 e 6 aprile, quando i giocatori di Serie A scenderanno in campo con uno striscione e un messaggio a favore del risparmio idrico. Inoltre in 200 scuole calcio si terranno incontri sul valore dell’acqua in Italia e in Africa e tutti i giovani calciatori, collegandosi ai siti www.amref.it e www.figc.it, potranno scaricare materiali informativi sull’acqua, partecipare a diverse iniziative interattive, ricevere in regalo maglie e palloni ufficiali della Nazionale, magliette e gadget di Amref. Dal 18 marzo al 6 aprile sarà possibile partecipare alla raccolta fondi anche tramite un SMS solidale al numero 48588per donare 1 euro dai cellulari Tim, Vodafone, Wind e 3, e 2 euro da rete fissa Telecom Italia. Guarda il web-cartoon della campagnaL’AGONIA DELL’AMAZZONIA, GREENPEACE ATTACCA LULA 07/03/08
Venerdì 10 Settembre 2010 09:56
Economia e Ambiente - Ambiente
La foresta amazzonica ansima di nuovo. Ha avuto breve durata il sogno di porre fine all’agonia della foresta pluviale sudamericana . Un polmone verde che ricopre cinque milioni e mezzo di metri quadrati toccando nove nazioni. A far suonare la sirena d’allarme è Greenpeace, che ha presentato ieri in Brasile il rapporto “Il leone si sveglia”. Il leone è proprio la deforestazione, secondo una definizione presa in prestito dal governatore del Mato Grosso Blairo Maggi. Come una fiera, anche se è assopita, la deforestazione può risvegliarsi da un momento all’altro e ricominciare a divorare alberi. L’Ong internazionale sferra un duro colpo alle politiche ambientali propagandate con orgoglio dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo tre anni di buone notizie, con tassi di deforestazione in calo, il trend si è improvvisamente invertito: la seconda metà del 2007, informa il ministero dell’Ambiente brasiliano, ha fatto registrare un incremento da record. Il commento di Greenpeace è drastico: “La notizia è stata devastante sia per il paese che per la reputazione del suo governo”. In effetti, l’Amazzonia è l’ancora di salvataggio per l’atmosfera del pianeta e il Brasile custodisce il 60% della sua superficie. Inevitabile che gli ambientalisti puntino il dito contro Brasilia. In particolare, Greenpeace rimprovera Lula per aver lodato i risultati del suo governo in importanti incontri internazionali, incluso il summit Onu sul clima, tenutosi a Bali lo scorso dicembre. Proprio a Bali, Lula aveva magnificato le sue politiche ambientali, invitando i paesi ricchi a fare di più per ridurre il riscaldamento globale. Negli ultimi tre anni, inoltre, il successo delle politiche verdi è stato un cavallo di battaglia del presidente brasiliano, che ne ha ricordato i benefici anche in campagna elettorale. La buona salute della foresta era poi un buon argomento per difendere le coltivazioni di canna da zucchero per la produzione di etanolo, il biofuel del nuovo millennio. Poco importa se per coltivare la canna si devono dissodare nuovi terreni, visto che la deforestazione arretra. La brusca inversione di rotta cambia ora le carte in tavola e rimette in discussione il piano contro la deforestazione lanciato nel 2004. Un buon programma, anche a giudizio degli ambientalisti, perché dispone per la prima volta di un approccio globale al problema coinvolgendo ben 13 ministeri. Basti pensare che nei primi tre anni i risultati sono stati addirittura migliori del previsto, con un calo della deforestazione - nel biennio 2005-2006 - di circa il 41%. Perché allora il meccanismo si è inceppato? Per Greenpeace le cause sono molteplici. Si procede con troppa lentezza, senza un coordinamento efficace, tanto che solo il 31% del piano è stato realizzato. Errori di valutazione e ritardi fanno sì che molte azioni risultino incomplete o appena avviate. C’è poi l’aumento dei prezzi di soia, dei suoi derivati e della carne vaccina, che aumenta i margini di profitto per allevatori e agricoltori. Un terzo fattore è il trasferimento di competenze agli stati della regione amazzonica, poco attrezzati per affrontare questo compito. In generale, però, è il modello di sviluppo brasiliano a esser messo in discussione. Come conciliare il Programma di accelerazione della crescita (Pac), operativo da oltre un anno, con la tutela della foresta? L’ambizioso new deal voluto da Lula per far crescere il paese può rivelarsi un autogol sul fronte ambientale. Nuove strade e grandi opere sono state annunciate, scatenando gli appetiti di quanti reclamano nuovi terreni. E’ bastato programmare due nuovi impianti idroelettrici a Jirau e Santo Antonio (apertura prevista nel 2012) per generare una nuova corsa alla terra. Per fortuna, non tutto è da buttare. Per Greenpeace, il piano di Lula “ha molte virtù, ma è cruciale stabilire obiettivi concreti, chiari e misurabili per la riduzione annuale della deforestazione”. Fra venti anni, secondo gli esperti, la foresta amazzonica sarà ridotta del 40% se non verrà ridotto il suo sfruttamento. Da sola, l’Amazzonia rappresenta oltre la metà delle foreste pluviali mondiali e l’ambiente più ricco di specie del mondo. Non è però chiaro se l’espansione della canna da zucchero per estrarne biocombustibile sia una minaccia. Per gli ambientalisti, le nuove piantagioni mettono in pericolo la foresta e l’ecosistema noto come Cerrado, una vasta savana brasiliana. Per altri, come il professore olandese Peter Zuurbier, “la produzione di etanolo non causa la deforestazione in Amazzonia”. I veri problemi sarebbero altri: il taglio illegale di alberi e l’assenza di diritti di proprietà. Su metà della foresta amazzonica, infatti, i titoli di proprietà sono oggetto di contesa. Il che equivale a un invito a nozze per le compagnie del legname. Pubblicato anche su Il ManifestoAltri articoli...
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Il titolo, "Lettera22". Il sottotitolo: "L'unica linea che un giornalista è tenuto a rispettare è quella ferroviaria...", lo slogan della nostra Associazione. La trasmissione radiofonica che gli dà voce va in onda il martedì alle ore 15,30 sulle frequenze di Radio Popolare Roma (103.3)














