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RAPPORTO UNFPA 2009, DONNE E CAMBIAMENTI CLIMATICI 19/11/09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:13

Ambiente

“Donne, popolazione e clima in un mondo che cambia”. A poco meno di un mese dalla conferenza Onu di Copenaghen sul clima, il Fondo per la popolazione delle Nazioni unite (Unfpa), nel rapporto annuale presentato ieri a Roma, capovolge l’approccio alla questione. Mette al centro del dibattito, e spera delle politiche, la popolazione: quella responsabile degli stravolgimenti ambientali e quella che con le catastrofi naturali fa i conti ogni giorno. Per dire, insomma, che l’attenzione ad energia, ambiente e nuove tecnologie da sola non basta ad arginare siccità, inondazioni, aumento della temperatura e scioglimento dei ghiacci. Servono politiche di sostegno alle persone, sostiene l’Unfpa nel rapporto curato in Italia da Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo, e la promozione dei diritti umani a partire da quelli delle donne, prime vittime e meno responsabili della situazione attuale. Un approccio inconsueto considerando che “nei documenti che andranno a Copenaghen – sottolinea Giulia Vallese, responsabile finanziamenti dell’Unfpa – il termine popolazione non compare neanche una volta”. Ci pensa allora l’Unfpa a stilare un dettagliato promemoria sulle responsabilità e le conseguenze dei cambiamenti climatici nel Nord e nel Sud del mondo. Sono i Paesi più poveri, responsabili del 3 % delle emissioni di gas serra, i più colpiti da inondazioni e siccità: Eritrea e Bangladesh, per esempio, sono i Paesi con il più basso consumo energetico procapite al mondo, non certo i meno colpiti dagli stravolgimenti climatici. Il 50 % più povero del mondo produce appena il 7 % delle emissioni, ma vede crescere la popolazione con maggiore velocità e si ritrova, senza averne gli strumenti, a fare i conti per primo con nuove sfide. Come le migrazioni dovute alle calamità naturali: se non si inverte la tendenza attuale, nel 2050 saranno 200 milioni i “rifugiati climatici” nel mondo. Dati che dovrebbero dare un senso di urgenza: riuscirà il vertice di Copenaghen ad approvare un trattato sul clima? C’è da dubitarne, i segnali sono negativi. ’Unfpa, intanto, ha stilato una serie di punti da cui ripartire, molti si concentrano sul benessere delle donne come primo tassello dello sviluppo delle comunità. Il Fondo Onu chiede politiche immediate di sostegno allo sviluppo per garantire l’accesso alle donne ai diritti fondamentali: cibo, istruzione, salute. Perché sono loro le prime vittime dei disastri naturali (il ciclone che nel 1991 stravolse il Bangladesh uccise 5 volte più donne che uomini) ma sono anche il perno su cui ruotano famiglia ed economie di sussistenza, le prime ad attivare comportamenti eco-sostenibili. Ma la realtà è che l’impatto degil stravolgimenti climatici si aggiunge a una situazione di vulnerabilità impressionante: basti pensare che una donna al minuto muore durante la gravidanza o il parto, e di queste 70 mila muoiono per aborti a rischio.“È necessario finanziare servizi di pianificazione familiare e dare accesso a contraccettivi – sottolinea Daniela Colombo, presidente Aidos - che permettano alle donne di scegliere se e quando avere figli” in contesti dove gravidanza e parto sono spesso la prima causa di morte fra le giovani donne. La realtà à l’opposto: i fondi per la salute riproduttiva sono calati, su scala globale, da 723 milioni di dollari nel 1995 a 338 milioni di dollari nel 2007. Come stupirsi allora se 200 milioni di donne non hanno accesso a contraccettivi. «Le donne subiscono gli effetti maggiori dei cambiamenti climatici – spiega il presidente di Aidos Daniela Colombo - Bisogna quindi permettere loro di contribuire alla ricerca delle soluzioni». Oggi anche sul Manifesto

ANKARA, Sì A SOUTH STREAM: "VITTORIA RUSSA" 7-8-09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:13

Energia

MOSCA – La solidarietà energetica europea messa a dura prova dall’asse Russia-Turchia, complice l’Italia. Succede ad Ankara, dove ieri il premier russo Putin è riuscito a strappare a Recep Tayyp Erdogan il sì che aspettava da tempo: per il passaggio del gasdotto South Stream attraverso le acque turche, nel Mar Nero. Evitando la “nemica” Ucraina. Dal porto russo di Novorossisk, il progetto mira a convogliare fino a Varna in Bulgaria il liquido estratto in Russia e Asia Centrale per portarlo, attraverso Serbia e Ungheria, alla Ue e in Grecia. Con l’obiettivo di diversificare le forniture di combustibile russo per l’Europa e ridurre la dipendenza da paesi di transito. Presente alla firma il premier italiano Berlusconi - South Stream è un’idea Eni-Gazprom - he ha commentato: «Siamo orgogliosi di un grande successo. La nostra azione di diplomazia commerciale ha portato la Turchia, e in particolare il premier Erdogan, ad accettare questo grande gasdotto che la nostra Eni costruirà al 50%”. Nel protocollo di cooperazione energetica, in verità, il premier turco si impegna solo ad accettare l’inizio delle prospezioni per realizzare il gasdotto. Ma il ministro dell’energia russo Shmatko ne è certo: "è un via libera di fatto", e aggiunge: i lavori inzieranno nel 2010. Si spera entri in funzione nel 2015, consegnando all’Europa il 35% delle esportazioni di gas russo, spiega il Ceo di Gazprom Miller. Investimento: 25 miliardi di euro. Una vittoria per la Russia, concordano tutti i media a Mosca, contro il “rivale” Nabucco: il progetto sostenuto dalla Ue e dagli Usa formalmente avviato il 13 luglio scorso con la firma dei maggiori paesi coinvolti, che mira ad aggirare la Russia pompando il gas centrasiatico via Turchia ad Austria e Germania passando per Bulgaria, Romania, Ungheria. E sganciarsi dalla dipendenza energetica da Mosca, con la complicità probabile del Turkmenistan. Smentisce la rivalità l’ex zar Putin: “South Stream è importantissimo per l’Europa e per la sua sicurezza energetica”. Smorza anche Bruxelles: la Commissione Ue fa sapere che il progetto “non è visto come ’concorrentè del ’Nabuccò”. Ma di certo Mosca incassa almeno due colpi in uno. Dribblando le possibili grane nel dover chiedere il permesso di transito a Kiev, con cui i rapporti sono tesi per le frequenti crisi energetiche. “Non ci saranno piu colloqui con l’Ucraina sul progetto” chiosa secca una fonte del governo russo. "I turchi sono interlocutori difficili" avrebbe detto Putin, "ma siamo riusciti ad accordarci trovando un compromesso". In cambio infatti la Russia deve fare qualche concessione ad Ankara. Anzi, agli esperti la firma pare frutto di un accorto do ut des tra I due partner: Mosca ha concesso appoggio al progetto di oleodottto Samsun-Ceyhan - anche questo sotto il segno Eni – per collegare le coste turche del Mar Nero a quelle mediterranee, cui Erdohan tiene molto per snellire il traffico sul Bosforo. Mosca vi è sempre stata contraria, favorendo invece il progetto alternativo Burgas-Alexandroupolis. Tra gli accordi tra Russia e Turchia c’è poi l’avvio degli studi di fattibilità per il secondo braccio del gasdotto Bluestream (Bluestream-2), che collega via mare i due paesi per esportare il gas russo in Israele, Libano, Siria e Cipro via Turchia. E potrebbe passare anche per Italia e Grecia: un progetto che, è il parere dei commentatori turchi, Ankara vede come molto più realistico di South Stream. E che del resto, doppiandolo in molti punti, potrebbe far cadere la necessità di costruirlo. E il valore politico dell’accordo appare chiaro per i media russi, e per lo stesso Putin che avrebbe cos’ commentato la firma su Bluestream 2: "Speriamo di costruire rapporti con entrambe le parti di Cipro e raffrozare le relazioni economiche anche con la parte turca - ecco la nostra sfida". Ecco come il gas serve anche a scopi di peacekeeping, commentano ironici i russi ricordando se fosse necessario ancora una volta come politica, sicurezza nazionale e la stessa identità russa odierna vadano di pari passo con l’energia. Oggi sul Messaggero in Economia

APPELLO PER BONIFACIO 6/8/09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:13

Ambiente

Salvaguardare le Bocche di Bonifacio. Gli amministratori locali della Sardegna e della Corsica lanciano un appello ai rispettivi governi per difendere l’ecosistema del braccio di mare che divide le due isole sorelle del Mediterraneo, messo in pericolo dal transito di numerose navi cargo. Un appello promosso e benedetto da Greenpeace, firmato a bordo della Rainbow Warrior, la nave ammiraglia della flotta dell’associazione ambientalista, ancorata davanti all’isola di Lavezzi, in Corsica, che dal 1 al 4 agosto ha monitorato le coste tra l’isola francese e la Sardegna. Una zona dall’alta valenza ambientale, sia per l’eccezionale rilievo paesaggistico sia per la notevole varietà degli habitat. Famosa peri forti venti e le correnti che aumentano la loro intensità quando si incanalano attraverso lo stretto, e influenzano le condizioni climatiche e, conseguentemente la navigazione. Rendendo il passaggio delle imbarcazioni un percorso arduo e pericoloso. Ogni anno, secondo le stime di Greenpeace, almeno tremila imbarcazioni cargo transitano lo stretto. Il 10 percento di queste trasporta sostanze «pericolose e inquinanti». Un carico di petrolio, gas e sostanze chimiche spesso affidato a «carrette del mare», non dotate di sistemi di protezione come il doppio scafo. Soggette perciò al rischio di oil spills, ovvero il versamento in mare di idrocarburi. Perdite che possono avvenire sia per cause accidentali (collisioni tra navi, incagli ecc...), ma anche volontarie (scarico acque di sentina, di zavorra e di cisterna sporche). Prevenire e meglio che curare. «Chiediamo che si proibisca il transito a tutte le imbarcazioni con carichi pericolosi – spiega Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – o dovremo attendere l’incidente, che presto o tardi ci sarà, perché si prendano le precauzioni del caso?» Attualmente solo l’Italia e la Francia hanno imposto alle navi mercantili dei rispettivi paesi il divieto di transito attraverso le Bocche. Un provvedimento datato 1993, quando l’incontro tra l’allora ministro dell’Ambiente italiano Carlo Ripa di Meana e la sua equivalente francese, Segolene Royal, aveva stabilito il divieto ad attraccare nei porti italiani o francesi, alle petroliere e le navi che trasportano carichi a rischio che siano transitate lungo lo Stretto. Un divieto «zoppo», che non si applica alle navi battenti altre bandiere. L’appello di Greenpeace e degli amministratori locali manda un segnale d’allarme e ha tre obbiettivi prioritari: l’adozione di sistemi di tutela efficaci, quali l’inserimento dello stretto nell’elenco delle PSSA (Aree Marine Particolarmente Sensibili) per vietare il transito di carichi pericolosi, negoziando una proposta da presentare all’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO); l’avvio del progetto del Parco Marino Internazionale sardo-corso delle Bocche di Bonifacio; la protezione del Santuario dei Mammiferi Marini - un triangolo di mare di 96.000 km2 (il 4% di tutto il Mediterraneo), tra Sardegna, Toscana, Liguria, Principato di Monaco e Francia - mediante l’adozione di adeguati piani di gestione. Misure necessarie per evitare nuovi disastri ambientali. Come l’inabissamento della Prestige, la petroliera battente bandiera delle Bahamas affondata nel 2002 al largo della Galizia, insieme alle oltre 77mila tonnellate di greggio che trasportava nelle stive. Ancora prima, nel dicembre del 1999, la petroliera Erika, battente bandiera maltese, ma di proprietà italiana, che spezzatasi in due, disperde 13mila tonnellate di gasolio al largo delle coste della Francia nord-occidentale. O le 50 mila tonnellate di greggio riversate dalla petroliera Heaven al largo delle coste genovesi nel 1991.

VERSO IL G8: AGRICOLTURA E CLIMA , QUANDO L’INAZIONE UCCIDE 21/05/09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:13

Economia

Agricoltura e clima sono un binomio inscindibile dalla notte dei tempi. Ma con l’accelerare dei cambiamenti climatici, lo sguardo che i coltivatori rivolgono verso il cielo per scrutare i suoi umori è sempre più preoccupato. Se da una parte gli agricoltori sono in difficoltà per le bizze del clima, dall’altra i governi si sono dimostrati incapaci di azioni coraggiose per tenere sotto controllo la temperatura e aiutare, in questo modo, anche chi sopravvive col lavoro nei campi. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove la desertificazione sottrae ogni anno terreni fertili, l’acqua scarseggia sempre di più e le catastrofi naturali in aumento cancellano in pochi minuti mesi di lavoro. Di fronte a uno scenario che non invita all’ottimismo, era lecito aspettarsi qualcosa di più dalle due riunioni ministeriali del G8 sull’agricoltura e sull’ambiente del mese scorso. I ministri dell’Agricoltura si sono dati appuntamento a Cison di Valmarino dal 18 al 20 aprile, dove a fare gli onori c’era l’italiano Luca Zaia. Mentre quelli dell’ambiente si sono riuniti a Siracusa la settimana successiva, sulla punta estrema dell’isola di Ortigia cara alla ministra Stefania Prestigiacomo. I suggestivi panorami marini che si godono dal castello di Maniace, sede del G8 verde, non sono stati però sufficienti per ispirare le delegazioni. Come poco ha potuto il Prosecco offerto a profusione a Cison di Valmarino. Le due ministeriali avevano l’obbiettivo di trovare soluzioni concrete o almeno creare delle dinamiche di negoziazione serie su due problemi - fame e cambiamenti climatici - che causano povertà e uccidono. Se non si agisce rapidamente, la crisi alimentare e quella climatica diventeranno incontrollabili e colpiranno un numero sempre più grande di persone, generando a catena instabilità politica e di sicurezza che colpiranno anche i paesi sviluppati. La fame tocca già oggi quasi un miliardo di persone, mentre le catastrofi legate ai cambiamenti climatici colpiscono 250 milioni di persone. In assenza di interventi decisi, questi numeri sono destinati ad aumentare in modo drammatico. Considerate l’ampiezza e l’urgenza delle sfide, i più ottimisti speravano che i due G8 sull’agricoltura e sull’ambiente avrebbero rappresentato un primo passo in avanti significativo, come indicato dai ministri italiani prima dell’inizio dei lavori. Società civile e osservatori si aspettavano decisioni concrete contro la fame e i cambiamenti climatici, concertate non solo tra i paesi del G8, ma anche tra i paesi in via di sviluppo invitati al tavolo delle discussioni. Niente di tutto ciò è successo. Oltre a non offrire soluzioni concrete, i ministri non sono riusciti a fare avanzare delle negoziazioni internazionali in grado di spingere gli Stati verso politiche efficaci. In modo completamente surreale, in entrambe le ministeriali si è però preteso che dei grandi passi in avanti fossero stati compiuti. Sfortunatamente, i testi degli accordi raccontano un’altra storia: vecchie posizioni ripetute e impegni mai rispettati ma ribaditi per l’ennesima volta, nessun programma per migliorare la vita delle popolazioni più vulnerabili. Lo stallo attuale è conseguenza di due fattori principali: la crisi della governance globale e la visione di corto termine dei decisori. La crisi della governance globale fa sì che si fatichi a generare consensi su politiche adeguate alle sfide dell’oggi. Il G8 non è più rappresentativo e non controlla più la stragrande maggioranza delle risorse e del PIL mondiale come qualche decennio fa. Se i paesi che devono negoziare sono venti, la decisione diventa più difficile e spesso meno incisiva. In secondo luogo, i politici hanno un orizzonte sempre più limitato e non riescono o non vogliono capire le implicazioni di lungo termine della loro (in)azione. Esiste una via d’uscita? Solo coalizioni di dimensioni veramente mondiali sono in grado di proporre soluzioni costruttive e realizzabili. I governi delle maggiori economie del mondo dovranno mettere a frutto le prossime ministeriali del G8, soprattutto quella sullo sviluppo e quella sulla finanza - oltre al summit finale dell’Aquila - per decidersi finalmente ad agire. La società civile ed il settore privato, dal canto loro, avranno il compito cruciale di spingere i propri paesi ad agire in modo ambizioso. In gioco c’è la sopravvivenza di miliardi di persone. *Esperto di agricoltura e cambiamenti climatici

UN MONDO SENZA ATOMICA E’ POSSIBILE? 7/4/09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:13

Energia

Un mondo senza nucleare? Si può fare. Obama continua a far sognare dipingendo scenari utopistici che nessuno, finora, si era azzardato a considerare plausibili. Basta con la paura atomica, sì all’energia nucleare per tutti. Un’ipotesi che stenta a convincere anche i suoi sostenitori più accaniti, ma che, dice Maurizio Martellini, scienziato nucleare e segretario generale del Centro Volta-Landau Network sulla sicurezza globale e il disarmo, non è irrealistica. «Non è certo un’ ipotesi che si realizzerà a breve, ma si tratta di una decisione strategica presa da tempo sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Un punto fondamentale di partenza è che gli armamenti nucleari strategici non servono più come tali. Innanzitutto perché il mondo non è più spaccato in due ma è multilaterale e sempre più vale la countervalue strategy (la possibilità di una potenza di colpire obbiettivi civili), per cui anche un deterrente di pochi armamenti può avere effetto. Questo non esisteva durante la guerra fredda perché allora c’era ancora come condizione la parità nel possesso degli armamenti. Oggi la Corea del Nord o l’Iran, per esempio, possono costituire una minaccia anche per giganti come Usa e Russia. Inoltre quello che non si dice mai è che la tecnologia nucleare è vecchia. Oggi la differenza la fanno le armi convenzionali molto avanzate. Gli Stati Uniti stanno pensando di fare missili in grado di trasportare armi strategiche convenzionali. C’è poi il fatto che mantenere un deterrente di testate nucleari cosa diverse decine di miliardi di dollari. Adesso gli Usa possiedono circa 5500 testate operative e la Russia 4000. Quindi c’è un interesse reale e serio per avviarsi verso quello che viene definito il “nuclear weapon free world”, ossia un mondo senza armi nucleari. E’ evidente che questo percorso non può essere fatto in maniera unilaterale e che deve essere pilotato e controllato. Quindi il pericolo di un mondo senza deterrenza non sussiste. «Il mondo continuerà ad essere rischioso perché è venuto meno il bluff della guerra fredda. L’importante allora era la parità strategica, nessuno doveva avere la supremazia perché il mondo era spartito in due. Nel picco di quegli anni, fino al 1991, si parlava di oltre centomila testate esistenti. Oggi il numero si è ridotto di oltre il 70%. Dopo il ’91 questo mondo si è frantumato, oggi ci sono molteplici attori e nessuna potenza occidentale accetterebbe di perdere una propria città, sia essa Parigi, New York, Roma o Berlino. Perché è di città abitate che bisogna parlare quando si ipotizza un attacco, non di basi militari». Di fatto cosa accadrà nell’immediato futuro? «Usa e Russia hanno intenzione di firmare un nuovo trattato, più ampio di quello esistente, dato che lo Start-1 è in scadenza. Un accordo che soprattutto preveda delle verifiche, non contemplate, per esempio, nell’accordo di Mosca del 2004. E’ necessario creare un meccanismo in cui Usa e Russia, le due maggiori potenze nucleari, quelle che fanno la politica strategica, fungano da controllori». Obama, nel suo discorso, ha parlato di una ipotetica “Banca energetica” a cui tutti i Paesi potrebbero attingere. E’ un’idea realizzabile? Il discorso di Obama è interessante innanzitutto perché cita la ratifica da parte degli Stati Uniti del Ctbt, il trattato che bandisce i test nucleari. Quanto alla Banca internazionale del combustibile, l’idea non è nuova, esiste già un protoesempio. Per fare una bomba servono uranio arricchito e plutonio, che sono sottoprodotti delle centrali: l’idea è di creare delle banche di combustibile che dovrebbero essere controllate dall’Aiea, l’agenzia per l’energia atomica, che ne impedisca la produzione: una cosa in realtà molto complicata. Uscito su il Riformista

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il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

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