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IL FANTASMA DI OSAMA BIN LADEN 11/9/07

Mercoledì 08 Settembre 2010 11:48

Esteri e dintorni - Terrorismo

È di Osama bin Laden la voce che accompagna il nuovo video di Al Qaida diffuso in occasione del sesto anniversario dell’11 settembre 2001. Non ha dubbi - benché i dubbi restino tutti aperti - l’intelligence americana che ha confrontato la registrazione con i brani audio di bin Laden che la Cia colleziona fin dagli anni Novanta. Dopo il video di qualche giorno è infatti arrivato un altro messaggio, solo audio però. Osama bin Laden lo affida a un nuovo video a "fotogramma fisso" uscito in occasione del sesto anniversario dell’11 settembre 2001 e analizzato sul sito www.lauramansfield.com, che ha visionato il materiale. Il messaggio presunto del capo di al Qaida dura circa 14-15 minuti su un fermo immagine che lo ritrae con la barba «tinta», com’era apparso nel video precedente del 7 settembre, con sullo sfondo un’elaborazione di una foto che ritrae uno dei due aerei che sta per impattare le Torri Gemelle. Il resto del messaggio è invece dedicato al terrorista saudita, Walid al-Shehri, uno dei componenti della squadra di 19 dirottatori dell’11/9, la cui immagine compare accanto a quella dello sceicco del terrore.

LA SFIDA EUROPEA DEL TERRORISMO ISLAMICO 6/9/07

Mercoledì 08 Settembre 2010 11:48

Esteri e dintorni - Terrorismo

Mentre le autorità tedesche indagano sui tre arrestati e i loro legami con l’estero, la Germania si interroga sui rapporti con i musulmani di casa. Interrogativo, a cui molti rispondono invocando misure più severe, che attraversa tutta l’Europa e che, a giorni alterni, scatena spesso una demonizzazione dell’”islamico”, percepito come nemico. Ma di che entità è la sfida all’Europa del terrorismo islamico che si è fatto sentire come una minaccia reale dopo le stragi efferate di Madrid o di Londra? Il dossier pubblicato in aprile da Europol, organizzazione europea che si occupa di intelligence criminale (EU Terrorism Situation and Trend Report), nel 2006 ha contato nella Ue 489 attacchi terroristici e 706 arresti di sospetti nei 15 paesi nell’Unione. Per Europol il basso numero di arresti dimostra solo le difficoltà di “basi legali e la difficoltà di investigare un simile tipo di reati”. Francia, Spagna e Gran Bretagna, dice il report, sono i paesi a maggior rischio e le indagini sul terrorismo islamico, che mira a stragi a di massa, sono una chiara priorità degli stati membri. Il dossier contiene un rapporto generale sul terrorismo e in realtà gli attentati islamici sono stati sono “solo” 65 ma con la percentuale di gran lunga più alta di vittime. I presunti terroristi islamici arrestati sono invece la metà del totale. Il maggior numero di arresti in questa direzione spetta comunque a Francia, Spagna, Italia ed Olanda. La maggior parte dei fermati è di origine algerina, marocchina e tunisina. Ma Europol segnala, com’è noto, anche il fenomeno di musulmani nati, residenti (o convertiti), specie in Gran Bretagna e Danimarca e disegna il profilo di una macchina della propaganda con matrice qaedista sempre più sofisticata (video soprattutto) che farebbe sospettare una rete organizzata. Avaro invece nel dire quanti arresti sono terminati con una condanna. La sfida terrorista numericamente maggiore che emerge dal rapporto è quella dell’”etno nazionalismo e del separatismo” con 424 attacchi, specie in Francia (60%) e Spagna, nei paesi baschi e in Corsica. Tra questi, 55 sono ascrivibili a gruppi di “sinistra e anarco-terroristi” in Grecia, Italia, Spagna e Germania. Un’analisi a parte riguarda il terrorismo di destra su cui si ammette un deficit di indagine a dispetto di azioni che appaiono organizzate anche in forma transnazionale. Commentando Europol, Julian Richards, del Brunel Centre for Intelligence and Security (Gb), ospitato dal think tank spagnolo Grupo de Estudios Estratégicos, si sofferma sul dibattito che riguarda la minaccia del terrorismo di matrice islamica rispetto ad altri. Benché i numeri degli attacchi siano nel caso islamico nettamente minori, il dato che salta all’occhio è il numero di morti: stragi contro atti in molti casi soprattutto dimostrativi. Richards riprende il tema della scarsa collaborazione tra polizie e fa il caso della Gran Bretagna la cui intelligence avrebbe mappato circa 200 network jihadisti attivi, una trentina di complotti e l’identificazione di almeno 1600 sospetti. Dati da aggiungere al rapporto di Europol. Nondimeno un altro ricercatore, Ziauddin Sardar, i cui commenti appaiono spesso sull’Observer, nota che se i musulmani sono il gruppo a soffrire il maggior numero di arresti esiste anche una forte logica del sospetto che porta e ritenere un terrorista chiunque porti una barba lunga o un velo. In Francia, dice, essere magrebino è sufficiente per finire nella lista dei sospettati. E in Germania? Nel paese con la maggior popolazione musulmana d’Europa dopo la Francia, sostiene un rapporto dell’International Crisis Group, islamismo e jihadismo non sembrano avere un grande appeal sulla massa degli immigrati (turca per la stragrande maggioranza e dunque tendenzialmente secolarista), che di fatto tiene a bada anche il gruppo radicale più noto (Milli Görüş, IGMG). Secondo Icg gli islamisti non sono una sfida così importante per l’integrazione dei musulmani benché il dibattito in Germania si sia polarizzato tra un approccio multiculturale e una difesa ad oltranza della dell’identità tedesca. Icg si preoccupa invece di una tendenza che tende a minacciare la convivenza: misure inquisitorie di Länder e governo federale e l’avanzata di un concetto negativo verso l’islam che ha prodotto, dicono i sondaggi, un 58% di tedeschi che si aspettano un “conflitto imminente” coi musulmani, mentre il 46% ha paura di attacchi terroristici e il 42% pensa che molti terroristi si nascondano tra la popolazione musulmana. Di contro due terzi dei musulmani in Germania hanno una visione positiva del cristianesimo mentre solo un terzo dei tedeschi pensa lo stesso dell’islam. E anche se il paese, dice Icg, si è astenuto da forme di retorica radicale diffuse in Europa, per la prima volta suona un campanello d’allarme. Per chi lo vuol sentire. Questo articolo è uscito oggi anche su il manifesto Leggi il rapporto di Europol Vai al sito di Grupo de Estudios Estratégicos Leggi il dossier dell’Icg Vai al sito del think tank Bciss

AL-QAIDA IN AFRICA, TRA FALSI ALLARMI E TIMORI REALI 18/07/07

Mercoledì 08 Settembre 2010 11:48

Esteri e dintorni - Terrorismo

Gli attacchi terroristici che il 10 e l’11 aprile 2007 hanno insanguinato rispettivamente Casablanca e Algeri hanno riportato in evidenza nei dibattiti sul terrorismo internazionale la questione della presenza di al-Qa’ida in Africa, innanzitutto nella sua parte settentrionale, in quei paesi ancora parte del mondo arabo che si affacciano sul Mediterraneo, a partire proprio da Marocco e Algeria. Da anni però studiosi, analisti e governi guardano con crescente preoccupazione a quanto accade più a sud, nella fascia più meridionale del Sahara. Perché è qui, in quello che viene comunemente chiamato Sahel (ovvero spiaggia, sponda) che si teme che al-Qa’ida possa essersi infiltrata o possa ancora infiltrarsi. Complici il deserto, territori vastissimi e spesso difficilmente raggiungibili, lontani dai centri di potere ma confinanti con i paesi nordafricani (Marocco, Algeria, Egitto) che già sono stati colpiti dal terrorismo islamico, confini estremamente porosi e rotte carovaniere transnazionali, potrebbe non essere difficile per le cellule di al-Qa’ida trovare rifugio nelle regioni settentrionali di Mauritania, Mali, Niger e Ciad. Uguali timori riguardano la parte più orientale del continente, quel Corno d’Africa in cui la Somalia, stato fallito per antonomasia, è ormai da anni considerata come possibile porta d’entrata orientale del terrorismo di matrice islamica in Africa. La Somalia ha migliaia di chilometri di coste che si affacciano sull’Oceano Indiano e sul Golfo di Aden, di fronte alla parte più meridionale della penisola arabica. La prossimità sia geografica che culturale e religiosa con il mondo arabo, unita a più di quindici anni di vuoto istituzionale e di guerra, alla porosità dei confini e alle reti commerciali basate sul contrabbando, rendono la Somalia uno degli Stati che più di altri si teme possa trasformarsi in porto sicuro per i terroristi. Un eventuale radicamento di al-Qa’ida in Somalia metterebbe in pericolo soprattutto i paesi dell’Africa orientale, in particolare il Kenya, obiettivo di attentati sia nel 1998, quando in contemporanea delle autobomba fecero saltare in aria le ambasciate statunitensi a Nairobi e a Dar es Salam, nella vicina Tanzania, sia nel novembre 2002, quando vicino Mombasa dei terroristi affiliati ad al-Qa’ida cercarono di abbattere un aereo di linea israeliano con un missile terra-aria e attaccarono un albergo. A fare da trait d’union tra queste tre regioni, c’è il Sudan, il paese più grande dell’Africa, durante tutti gli anni Novanta sponsor riconosciuto del terrorismo internazionale e rifugio ufficiale, fino al 1996 e al suo trasferimento in Afghanistan, di Osama bin Laden. Eccezion fatta per Hassan al-Turabi, eminenza grigia del regime fino al 1999, oggi a Khartoum il potere è sempre nelle mani della stessa leadership che aveva intessuto così buoni rapporti con al-Qa’ida e tutte le altre sigle del terrorismo islamico e una guerra è in corso dal 2003 nella sua regione più occidentale, il Darfur, già a tutti gli effetti parte del Sahel. Il timore che il Corno d’Africa possa diventare base e terreno di coltura del terrorismo islamico non è una novità. È dagli anni Novanta che gli Usa guardano con preoccupazione a questa regione, con qualche regione, visti gli attentati in Tanzania e Kenya, la guerra somala con il crescente ruolo dell’islamismo più radicale e le passate amicizie del regime sudanese e il suo ruolo sia nell’attacco all’USS Cole, una nave da guerra statunitense colpita nell’ottobre 2000 nelle acque territoriali yemenite, al largo delle coste dell’Africa orientale, sia nell’attentato fallito contro il presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba, nel 1995. Più recente è invece la paura che al-Qa’ida sia penetrata anche nel Sahel. È stato dopo l’11 settembre e nel quadro della guerra globale al terrorismo che anche Mauritania, Mali, Niger e Ciad sono diventati terreno di scontro con la Rete di bin Laden. Ad alzare la soglie di allarme sono state soprattutto le attività dell’algerino Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), che alla fine del gennaio 2007 ha annunciato di aver cambiato il suo nome in “Al-Qa’ida nel Maghreb islamico”. La nuova denominazione non ha cambiato la sostanza. L’ultimo attentato di Al-Qa’ida nel Maghreb islamico è stato quello di Algeri dell’11 aprile 2007, in cui alcune auto sono esplose contemporaneamente uccidendo almeno 24 persone e ferendone più di 200. Ma il Gspc è attivo ormai da quasi dieci anni, da quando Hassan Hattab, comandante per la regione di Bourmedès del Gruppo islamico armato (Gia), uscì dal sanguinario gruppo terrorista algerino per fondare una nuova formazione. Nato quindi in un quadro nazionale particolare, il Gspc ha avuto da sempre contatti (o quantomeno identità di obiettivi e strategie) con la leadership di al-Qa’ida, grazie anche al fatto che i suoi capi sono in molti casi dei reduci del jihad in Afghanistan durante gli anni Ottanta . La formalizzazione del rapporto tra Gspc e al-Qa’ida è giunta però solo l’11 settembre 2006, quando il numero 2 della Rete jihadista, Ayman al-Zawahiri, ha annunciato la nuova alleanza con il gruppo terrorista algerino, presentandolo come “l’osso nella gola dei crociati americani e francesi” . Pur essendo essenzialmente un gruppo nazionale, negli anni passati il Gspc ha cercato di estendere il proprio raggio d’azione nei paesi che confinano a sud con l’Algeria, in primis Mauritania e Mali. In passato le autorità algerine avevano già cercato di dipingere il Gspc come un’organizzazione attiva a livello regionale, senza però supportare queste affermazioni con prove concrete. È però vero che una parte del Gspc è da anni attivo nella regione più meridionale dell’Algeria, sconfinando spesso e volentieri in Mauritania e nel nord del Mali. Quello che viene considerato come il “gruppo meridionale” è stato guidato fino al settembre 2006 da Mokhtar Belmokhtar, militante addestrato in Afghanistan che, grazie anche a legami familiari nella regione, ha saputo usare a proprio vantaggio il difficile ambiente sahariano, capitalizzando sulla miriade di opportunità criminali, a partire dal contrabbando, che il deserto offre. Le attività del Gspc nel Sahara e nella regione saheliana si sono intensificate dal 2003 in poi. Però “nel passato era difficile distinguere tra le attività criminali e quelle terroristiche del comando Gspc del sud dell’Algeria. Mokhtar Belmokhtar, oggi fuggitivo, nel 2003 era ancora più un locale contrabbandiere di armi che il capo di un gruppo terroristico islamico” . Il gruppo meridionale traffica in sigarette e marijuana, oltre che in altri articoli. Per queste attività commerciali illegali, membri del gruppo hanno viaggiato in tutti i paesi vicini, dalla Mauritania alla Nigeria, dal Mali e dal Niger al Ciad e forse addirittura fino in Sudan. Ed è stato sempre il gruppo meridionale a portare a termine negli ultimi anni le operazioni più significative del Gspc. Particolarmente degno di nota e di copertura mediatica è stato il rapimento, a inizio 2003, di trentadue turisti europei, in larga parte tedeschi, spariti nel sud dell’Algeria e ricomparsi dopo mesi e il pagamento di un riscatto da sei milioni di dollari, oltre che dopo qualche perdita dovuta essenzialmente alle estreme condizioni ambientali. Qualche mese dopo il rilascio dei turisti, un gruppo di membri del Gspc ha avuto uno scontro a fuoco entro i confini del Ciad con truppe nigeriane e ciadiane sostenute dalle Forze speciali Usa. Più di quaranta terroristi sono rimasti sul terreno. Tra questi, cittadini di Algeria, Mali, Niger e Nigeria, a conferma della potenziale dimensione regionale del Gspc. Al-Qa’ida nel Maghreb islamico è di fatto l’unico gruppo che pare essersi effettivamente affiliato al network di bin Laden. In altri casi il richiamo al nome della Rete del terrore, fatto più dai governi che dai diretti interessati, sembra essere strumentale al raggiungimento di altri interessi. In un suo articolo per Le Monde diplomatique, Olivier Roy, uno dei massimi esperti di geopolitica islamica, parlava già nel 2004 di “marchio al-Qa’ida”, pronto per essere utilizzato in franchising. Il ragionamento di Roy, che riguardava essenzialmente l’eventuale presenza di al-Qa’ida in Europa e in Medio Oriente, si adatta bene anche alla realtà africana. “Al-Qa’ida ha un futuro promettente come marchio registrato”, dice Roy, “perché offre una via sicura per massimizzare l’impatto di ogni attacco” . E questo vale non solo per tutti gli attori presenti sulla scena, perché quello di al-Qa’ida è un marchio “vincente”. Dirsi parte del network di bin Laden conviene ai diretti interessati, gruppi locali in molti casi piccoli e disorganizzati, che acquisiscono così immediatamente un riconoscimento e uno status che altrimenti penerebbero a conquistare. Ma in realtà il nome viene usato poco dai gruppi locali. Molto più frequentemente sono i governi a denunciare l’appartenenza dei singoli raggruppamenti alla Rete: sventolando lo spauracchio di al-Qa’ida i paesi “colpiti” o considerati a rischio possono ricevere fondi, addestramento e tecnologie avanzate da utilizzare poi, in più di un caso, per la sicurezza interna. L’utilizzo indiscriminato del marchio conviene anche alla stessa al-Qa’ida, quella vera, che può così accrescere il suo ruolo intimidatorio dicendo di essere presente o di potersi infiltrare in molti più paesi di quanti siano quelli dove è realmente attiva. Abbiamo già visto l’uso che il Gspc ha fatto del marchio al-Qa’ida. In questo caso tutto lascia pensare che sia un utilizzo legittimo, anche se è difficile dire se sia venuta prima l’alleanza con bin Laden e Zawahiri o se invece questa sia stata una scelta strategica fatta dalla leadership della Rete in seguito alle ripetute dichiarazioni – quasi degli inviti – da parte del Gspc. Ma non ci sono altri esempi altrettanto sicuri. A metà settembre 2006, l’assassinio per decapitazione del direttore di un quotidiano sudanese è stato rivendicato da Abu Hafs al-Sudani, il sedicente “leader di al-Qa’ida in Sudan e in Africa”. Nessuno però ha dato molto credito né alla rivendicazione in sé né al ruolo che al-Sudani aveva detto di ricoprire. Neanche le Corti islamiche che nella seconda metà del 2006 avevano assunto il controllo di Mogadiscio e di grande parte della Somalia meridionale hanno mai fatto chiaramente riferimento ad al-Qa’ida. Anzi, nel caso delle Corti islamiche somale è stato vero il contrario. Se il volto pubblico delle Corti era quello del loro moderato presidente Sharif Sheikh Ahmed, l’alto incarico ricoperto da Sheikh Hassan Dahir Aweys, presente nella lista Usa dei sospetti terroristi per il suo passato da leader dell’al-Itihaad al-Islamiya, partito radicale islamico considerato legato ad al-Qa’ida, ha reso possibile tracciare più di un parallelo con l’Afghanistan dei Talebani, nonostante le molte differenze tra le due realtà. Il continuo richiamo al pericolo terrorista è servito all’Etiopia a ottenere il nulla osta da Washington per attaccare e invadere la Somalia negli ultimi giorni del 2006 e agli stessi Stati Uniti a portare a termine un attacco aereo mirato sulla foresta di Ras Kamboni, nel sud-ovest del paese al confine con il Kenya, dove gli islamisti avevano trovato rifugio. Senza arrivare all’estremo dell’attacco etiopico alla Somalia, anche gli altri governi sia del Sahel che del Corno d’Africa e dell’Africa orientale hanno tratto vantaggi dal pericolo terrorista. Nel giugno del 2003 il presidente Gorge W. Bush ha annunciato la creazione dell’Iniziativa antiterroristica dell’Africa orientale (East Africa counterterrorism iniziative, Eacti) con un finanziamento di 100 milioni di dollari da destinare all’addestramento e all’assistenza, compreso quindi la fornitura di equipaggiamento per la lotta al terrorismo, di Gibuti, Eritrea, Etiopia, Tanzania, Uganda e Kenya. Solo per il Kenya, l’Eacti ha utilizzato 10 milioni di dollari per un programma intensivo di addestramento. Qualche mese prima, nel dicembre 2002, erano arrivate a Camp Lemonier, base militare di Gibuti, le prime truppe statunitensi, dislocate nel Corno d’Africa come parte della Combined joint task force Horn of Africa (Cjtf-HoA). Missione della task force: scovare e sconfiggere i gruppi terroristi transnazionali che operano nella regione, impedendo loro di accedere a rifugi sicuri, di ottenere sostegno esterno e assistenza materiale. La Cjtf-HoA, che dipende dal Comando centrale dell’esercito statunitense, ha un raggio d’azione molto ampio, visto che l’area sotto sua responsabilità comprende Kenya, Somalia, Sudan, Eritrea, Gibuti ed Etiopia in Africa e, dall’altra parte del Golfo di Aden, lo Yemen. Anche l’Africa occidentale non è stata lasciata sola. Sempre nel 2003 era stata avviata l’Iniziativa pan-saheliana (Pan Sahel iniziative, Psi), un programma rivolto a Mauritania, Mali, Niger e Ciad che, con un budget di soli 8 milioni di dollari, forniva a governi saheliani assistenza e addestramento. Addestratori delle Forze speciali Usa, dipendenti dall’Eucom, il Comando europeo dell’esercito statunitense, hanno affiancato le forze di sicurezza dei paesi interessati, partecipando anche a operazioni dirette essenzialmente contro il Gspc. Visto il successo del programma, nel 2005 la Psi è stata trasformata in Iniziativa antiterroristica transahariana (Trans-Sahara counter-terrorism iniziative, Tscti), con un finanziamento di 500 milioni di dollari su cinque anni e l’inclusione di Algeria e Senegal e, come osservatori, di Tunisia, Marocco e Nigeria. L’attenzione sempre maggiori che gli Stati Uniti prestano all’Africa come possibile terreno di prossimo scontro con il terrorismo internazionale islamico è confermata anche dalla decisione di Bush, ribadita a inizio febbraio 2007, di creare un Comando africano che abbia la responsabilità per tutto il continente. “Il comando africano”, ha detto Bush in un comunicato, “migliorerà i nostri sforzi per portare pace e sicurezza alle popolazioni dell’Africa e promuovere i nostri obiettivi comuni di sviluppo, salute, istruzione, democrazia e crescita economica in Africa” . L’utilizzo del marchio al-Qa’ida non è però nell’interesse di tutti i governi qui citati. C’è un’eccezione, oltre a quella già ricordata delle Corti islamiche somale, ed è costituita dal Sudan. Il governo del generale Omar al-Beshir, al potere dal 1989, non ha nessuno interesse a paventare la presenza della Rete di bin Laden nel suo paese. Per due ragioni. La prima è dettata dalla scelta, resa evidente immediatamente dopo l’11 settembre 2001, di collaborare con i servizi segreti Usa alla lotta al terrorismo internazionale, mettendo a disposizione le molte informazioni che gli apparati di sicurezza di Khartoum hanno sul mondo del jihadismo internazionale . Un’eventuale ricomparsa di al-Qa’ida in Sudan potrebbe in primo luogo mettere in discussione la buona volontà a collaborare mostrata negli ultimi cinque anni dagli ex amici di bin Laden. Inoltre Khartoum ha già i suoi seri problemi nei rapporti con gli Stati Uniti, dovuti al protrarsi della guerra in Darfur. Da un lato quindi Khartoum o, meglio, i vertici dei suoi servizi di sicurezza interna (peraltro direttamente coinvolti nella pianificazione del conflitto nella regione occidentale) collaborano con la Cia , dall’altro il governo di Beshir è da più di un anno e mezzo impegnato in un estenuante braccio di ferro con Nazioni Unite, Stati Uniti e Gran Bretagna per quel che riguarda l’eventuale invio in Darfur di una forza di peacekeepers dell’Onu, da affiancare a quelli dell’Unione Africana presenti sul terreno dal 2004. Che Khartoum non abbia più legami con al-Qa’ida è confermato anche dai toni forti usati da Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri nei loro video-appelli al jihad nei confronti del governo di Beshir. In una registrazione messa in onda il 23 aprile 2006, bin Laden chiamava “i mujahidin e i loro sostenitori in generale, in Sudan e nelle aree circostanti, inclusa la penisola arabica, in particolare, a preparare tutto ciò che è necessario per combattere una guerra di lunga durata contro i ladri crociati nel Sudan occidentale. Il nostro obiettivo è chiaro”, continuava il terrorista saudita: “difendere l’Islam, la sua gente e la sua terra, e non difendere il governo di Khartoum, anche se ci possono essere degli interessi comuni tra noi. Le nostre differenze sono grandi. Basti dire che Khartoum ha fallito nell’applicazione della shari’a e ha svenduto il Sud” . Ancora più duro Zawahiri, che in un video trasmesso dalla tv satellitare al-Jazeera il 9 giugno 2006 condannava la decisione del “Consiglio di Sicurezza crociato” di mandare esperti militari in Darfur e l’atteggiamento del “perdente governo di Khartoum”, che “si unisce all’America crociata per dividere il Sudan e rimanere al potere. Pertanto, prego ogni musulmano, tutti quelli che hanno un grano di fede nei loro cuori per il Sudan e tutti quelli che vogliono difendere l’Islam in Darfur di fermare il progetto crociato-sionista di occupazione della terra dell’Islam” . Tolti gli appelli al jihad in Darfur, che peraltro non sembra siano stati finora seguiti in alcun modo, non capita di frequente che l’Africa sia citata nei discorsi video e audio che bin Laden e il suo numero due fanno arrivare alle televisioni o su internet. A inizio gennaio 2007, pochi giorni dopo l’entrata a Mogadiscio dell’esercito etiopico e la fuga delle Corti islamiche, è stata la volta della Somalia. Con un messaggio audio su internet, il 5 gennaio Zawahiri ha invitato i mujahidin a lanciare una campagni di attacchi suicidi e imboscate contro la presenza etiopica nell’ex colonia italiana. Anche in questo caso però l’appello non sembra aver sortito grande effetto: è vero che la capitale somala negli ultimi mesi è stata di nuovo travolta da una serie interminabile di violenze, peggiori secondo alcuni di quelle viste nei precedenti quindici anni, ma a combattere contro le truppe delle istituzioni transitorie somale sostenute dell’esercito della vicina Etiopia sono soprattutto le varie milizie legate ai signori della guerra e ai clan di Mogadiscio. I richiami all’Africa nei discorsi di bin Laden e Zawahiri sembrano quindi più dettati dall’interesse a che il marchio circoli il più possibile, per dare l’impressione di essere presenti ovunque, e dall’estrema attenzione che la cupola di al-Qa’ida presta alla comunicazione: tranne qualche generico riferimento alla Mauritania nel passato, gli appelli più articolati e recenti hanno riguardato Darfur e Somalia, le due crisi africane più gravi e sotto i riflettori negli ultimi mesi. Lanciare un jihad in Darfur e Somalia fa notizia e garantisce copertura mediatica, mentre probabilmente parlare di altre crisi meno serie e quasi sconosciute non avrebbe lo stesso effetto. E bin Laden e Zawahiri lo sanno bene. La strategia comunicativa dei due capi di al-Qa’ida sembra quindi confermare che non esistono legami e alleanze strutturate tra il network terrorista e eventuali gruppi presenti in Africa sub-sahariana, con la rilevante eccezione, come abbiamo visto, di Al-Qa’ida nel Maghreb islamico. Rimane quindi valida la tesi di Olivier Roy, secondo cui “con la perdita del santuario afgano, non c’è nessun posto dove i legami tra combattenti possano essere ricostruiti. Sebbene le autorità in Cecenia, nel Sahel e nei territori tribali del Pakistan possano chiudere un occhio, nessuno di questi posti può essere un rifugio sicuro di lungo periodo, al riparo da sorveglianza e attacchi aerei intermittenti” . Il saggio è uscito sul secondo numero della Rivista di Intelligence del Centro studi strategie internazionali, in edicola da luglio

ZARQAWI, LA CHIAVE E’UNA TALPA 10/6/06

Mercoledì 08 Settembre 2010 11:48

Esteri e dintorni - Terrorismo

“Teniamo le dita incrociate. La morte di Zarqawi è un passo avanti nella lotta al terrorismo internazionale, ma non certo la vittoria definitiva. Quello che conta è avere insinuato una crepa nel fronte jihadista. Con l’aiuto di una talpa”. E’ moderatamente ottimista Bahukutumbi Raman, analista indiano esperto di terrorismo in Asia meridionale. Impegnato in passato nell’intelligence indiana e consulente del Primo ministro per le questioni di sicurezza internazionale, oggi Raman si dedica a tempo pieno all’attività di analista, editorialista (come per “Asia Times”) e professore a Chennai, nel Sud dell’India, dove dirige un Centro studi sulla cooperazione e la scurezza nell’area dell’Asia-Pacifico. Prof. Raman, come commenta la morte di Zarqawi? Un successo tutto a stelle e strisce? Prima di tutto sarebbe importante conoscere le autentiche circostanze della sua morte. La versione per i media è stata certamente edulcorata. Non sapremo mai se è stato ucciso da un raid aereo americano o dalla resistenza irachena, che poi ne ha abbandonato il corpo. Nel primo caso sembrerebbe decisiva la presenza di un “fattore umano”, cioè di un talpa che l’abbia fatto rintracciare. Fra l’altro gli americani e il governo iracheno hanno interesse a lasciar intendere la presenza di un infiltrato, che metterebbe scompiglio nel gruppo. Chi, secondo lei, aveva i maggiori interessi nell’ucciderlo o chi potrebbe averlo venduto? Va detto che Zarqawi era un uomo con troppi nemici: gli americani, il governo iracheno, ma anche gli stessi vertici di Al Qaeda, in particolare Al Zawahiri, non vedevano di buon occhio la piega anti-sciita che ava preso la sua azione in Iraq. Ad esempio suoi nemici giurati erano gli iracheni sciiti di Muqtada Al Sadr. Ma anche l’intelligence giordana gli dava la caccia: Zarqawi era ostile della monarchia hashemita, che voleva sostituire con un califfato. Infine non era benvisto nemmeno dall’Arabia saudita e i dai curdi. Un personaggio con 25 milioni di dollari sulla testa: insomma era accerchiato. Crede che la sua uccisione è comunque un duro colpo per Al Qaeda? Siamo vicini alla fine anche per Bin Laden? Va detto che Zarqawi non era un leader con una grande carica iconica e simbolica. Non era cioè un “secondo Bin Laden” e non suscitava nel mondo arabo lo stesso rispetto tributato al capo di Al Qaeda. Era un leader esecutivo: coordinava i terroristi stranieri operanti in Iraq. Insomma, non credo che la sua morte possa significare “l’inizio della fine” per Al Qaeda. La lotta contro il terrorismo è ancora molto lunga. Ma è vero che gli stessi Bin Laden e Al Zawahiri dovranno fare maggiore attenzione alla loro sicurezza personale. La morte di Zarqawi è comunque un segno che l’intelligence americana e quella irachena non brancolano più nel buio pesto. Quale è, a suo parere, la strada giusta per continuare nella lotta al terrorismo in Iraq, Pakistan e Afganistan? Il successo delle operazioni anti-terrorismo in Asia meridionale dipende essenzialmente dalla stabilità della leadership politica, che però non deve esercitare una pressione troppo forte o pretendere risultati immediati. E’ un lavoro che richiede pazienza e arguzia. Certo, risultati positivi come quello Zarqawi sono incoraggianti. Poi è importante che il funzionamento dello stato, dell’economia, della società civile proceda senza lasciarsi intimidire dalle azioni terroristiche. Ad esempio, è un errore rimandare elezioni o altri avvenimenti politici, sociali e religiosi in seguito a un attentato terroristico. Occorre far capire ai gruppi sovversivi che non hanno il potere di modificare l’agenda della nazione.

OSAMA E’ VIVO (?) E LOTTA ASSIEME A NOI 20/1/06

Mercoledì 08 Settembre 2010 11:48

Esteri e dintorni - Terrorismo

Minaccia e al contempo offre una tregua. Dopo oltre 12 mesi di silenzio il capo di Al Qaeda Osama bin Laden si rifà vivo. Ma è proprio questo il termine da usare per un uomo che, più che una primula rossa, sembra un fantasma? La voce è quella di un malato e la registrazione è cattiva come cattiva è la vita tra le pietre del Waziristan o sulle montagne di Chitral. Il messaggio si presta a diverse letture sospeso com’è tra minacce (ve ne accorgerete), profferte di tregua (Non abbiamo obiezioni a offrirvi una tregua che sia equa e a lungo termine) e anche qualche accenno a una difesa d’ufficio (non è l’irrigidimento delle misure di sicurezza la ragione della mancanza di attentati). Si presta persino all’azzardo di un’ipotesi: che sia un messaggio preparato ad arte poco prima di una morte forse già avvenuta mesi fa. Intanto è il suo contesto temporale che va analizzato. Arriva infatti, vero o non vero, vivo o morto, in un momento di difficoltà dei “nemici” proprio sul fronte della caccia ad Al Qaida. Dopo il raid maledetto di venerdi scorso che, se verranno confermate le indiscrezioni pachistane, ha ucciso tre o forse quattro qaedisti di livello, ma che comunque ha mancato Al Zawahiri e in compenso ha ucciso diversi civili, provocando imbarazzo soprattutto in Pakistan, la prima linea della guerra ad Al Qaeda. Venerdi scorso il raid aereo, condotto con droni senza pilota, ha colpito all’alba nella “agenzia” tribale di Bajaur. Distruggendo tre case nella cittadina di Damadola, a sette chilometri dal confine afgano. Le aree tribali (Fata) delle Province della frontiera (Nwfp) sono un posto maledetto e tenuto sotto osservazione dai due lati del confine. In Pakistan dall’Isi, i servizi di Islamabad, e dall’esercito. In Afghanistan dall’intelligence americana, che alloggia nelle baracche che ospitano 20mila soldati impegnati a contrastare i talebani e ha tentare, senza molta fortuna, di neutralizzare i “corridoi” che, lungo la porosa frontiera che taglia in due il Pashtunistan, consentono il passaggio di barbuti e qaedisti. Dopo una girandola di indiscrezioni, smentite, accertamenti, sembra che a Damadola siano stati uccisi almeno tre calibri di un certo livello: il chimico egiziano Midhat Mursi, il capo delle operazioni nella provincia afgana del Kunar, Abu Obaidah al Misri, e, soprattutto, Abdul Rehman al Misri al Maghribi, genero e vice (?) di al Zawahiri. Con il raid gli americani pensavano di ottenere un vantaggio notevole sulla banda dello sceicco decapitandone il vertice che, dopo una lunga assenza di Osama, avrebbe significato al fine di Al Qaida. Ma ecco che il raid non va a segno (se non in parte) e anzi si porta dietro vittime civili e polemiche (forse di sola facciata) tra il governo di Islamabad e Washington, oltre a una levata di scudi capeggiata dall’alleanza dei sei partiti islamisti che governano sia le Nwfp che il Belucistan, la provincia sudoccidentale dove tra l’altro è in corso una lunga guerra sotto traccia (in cui i pachistani usano elicotteri acquistati dagli americani). A questo punto, se Osama torna a parlare dal pulpito di Al Jazeera, il gioco è fatto. Al Qaeda è viva e lotta assieme a noi. Il messaggio serve dunque a dar forza alla sbandata compagine di qaedisti che deve la sua sopravvivenza soprattutto alle asperità di un territorio difficile da controllare. Se non è allora l’audio esce proprio per sottolineare l’insuccesso, stranamente Osama non vi fa il minimo riferimento, il che fa propendere per l’ipotesi, non di un falso in quanto tale, ma di un falso temporale. A ben pensarci son dichiarazioni buone per tutte le stagioni. Analizzando anche altre parti del testo, la cassetta sembra addirittura un testamento : “…avete cercato di farmi vivere una vita poco dignitosa ma non potrete impedirmi una morte dignitosa…per noi è peccato aver timore del Jihad ed è meglio morire nella lotta che restare all’ombra delle spade… la nostra pazienza è l’arma migliore…per chi ha sopportato e sofferto nella guerra all’Urss per dieci anni e combattuto con armi semplici pur mettendola in crisi… vi giuro che non morirò se non libero… ho già trovato nella morte un cibo del quale mi sono già nutrito”. Non resta che aspettare il prossimo “taglia/incolla” del testamento dello sceicco

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