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RUSSIA, KHODORKOVSKY: SCIOPERO DELLA FAME

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario dall'ex Urss

MOSCA – Sciopero della fame “a tempo indefinito” perché la legge russa venga rispettata, e i sottoposti non si facciano beffe delle decisioni di Dmitri Medvedev. Un appello al capo del Cremlino che è anche una sfida per testare la sua autorità di fronte al premier Putin. A lanciarla è Mikhail Khodorkovsky, ex uomo più ricco in Russia, dal carcere di Matrosskaja Tishina, Mosca. Qui fu trasferito un anno fa dal penitenziario siberiano di Chita - dove ha scontato 5 anni su 8 per frode ed evasione fiscale - per affrontare un nuovo processo, stavolta con l’accusa di aver sottratto 350 tonnellate di petrolio al colosso energetico Yukos, al tempo in cui ne era a capo. Accuse che definisce “ridicole” e “politicamente motivate”.

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SMOLENSK, MUORE LECH KACZINSKY

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario dall'ex Urss

MOSCA – Non può che sembrare una tragica beffa del destino, quella che ieri, 10.50 ora di Mosca, vede l’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski schiantarsi tra i boschi brulli di Smolensk, Russia, appena scioltasi la neve di un lunghissimo inverno. Era partito all’alba dalla sua Varsavia, "il presidente più antirusso nella storia della Polonia moderna", a bordo del suo vecchio Tupolev 154, fabbricato dal “nemico” sovietico, versione 1990, ultima revisione nel 2009. Un velivolo dal curriculum nero, 17 disastri aerei negli ultimi 15 anni, 1175 vittime. Piu volte i collaboratori gli avevano suggerito di cambiarlo, ma Kaczynski ci era affezionato, e poi mancavano i fondi per comprarne uno nuovo. Nebbia fitta, la torre di controllo dell’aeroporto Severny (Nord), una ex base militare, suggerisce al Tu-154 di ripiegare sull’aeroporto di Minsk, nella vicina Bielorussia, più attrezzato per atterraggi col maltempo. Ma il pilota insiste, per 3 volte vira verso la pista, poi urta le creste degli alberi, sotto le cui radici sono sepolti migliaia di polacchi dalla seconda guerra mondiale, e precipita prendendo fuoco, a 400 metri dalla meta. A bordo oltre al leader di Varsavia c’è la moglie Maria, e l’alta dirigenza polacca: il capo di stato maggiore dell’esercito, il vice-ministro degli esteri, il presidente della banca centrale, 13 ministri. Più le famiglie di alcuni ufficiali trucidati 70 anni fa non lontano dal luogo del disastro. 96 passeggeri inclusi gli 8 dell’equipaggio, nessun sopravvisuto. Da Smolensk, 400 km a sudovest di Mosca, la delegazione polacca avrebbe dovuto proseguire in auto per Katyn, il luogo della cerimonia, la seconda dopo quella ufficiale di mercoledi 7 tra Vladimir Putin e Tusk, cui Kaczinsky non era stato invitato. Probabile un “errore umano”, dicono gli investigatori russi arrivati prontamente sul posto, insieme al ministro della protezione civile Shoigu, quello degli interni Nurgaliev. Il presidente russo Dmitri Medvedev crea immediatamente una commissione d’inchiesta sull’incidente. A guidarla sarà proprio il premier russo Putin, che accorre sul luogo della tragedia, dopo le condoglianze a Tusk, tra le prime pervenute. Le vittime, dice l’ex zar, saranno trasportate a Mosca per l’identificazione, ci sarà un centro d’accoglienza per i parenti delle vittime, tutto a spese del governo russo, attivato anche un numero verde, rispondono in inglese e russo. Nel pomeriggio alcune decine di persone a Mosca depongono fiori davanti all’ambasciata polacca, un enorme parallelepipedo bianco sospeso in aria. Il canale 3 della tv di Stato russa mostra la scena dello schianto, i pezzi del relitto dell’aereo sono sparsi su un campo, con un’ala che spunta. Ma è il capo del Cremlino a compiere il gesto più importante per la Russia nel giorno del dolore per Varsavia. Dalla tv si rivolge direttamente ai polacchi, esprime «le più sentite e profonde condoglianze e sentimento di dolore e solidarietà» ai parenti e amici delle vittime, “da parte di tutti i cittadini russi”. E dichiara una giornata di lutto nazionale in Russia per l’incidente per domani, lunedi 12 aprile. Un modo per dire, questa è una tragedia anche nostra, speriamo serva almeno a riavvicinarci dopo anni di aspri conflitti. Conclude: "In questi difficili giorni un rafforzamento della vicinanza tra i popoli è molto importante per superare le conseguenze di questa terribile tragedia". Oggi sul Messaggero

KIRGHIZISTAN: BAKIEV RESISTE NEL SUD, OPPOSIZIONE VOLA A MOSCA

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario dall'ex Urss

MOSCA – Kurmanbek Bakiev puo’ lasciare il Kirghizistan senza che gli sia torto un capello, ma deve farlo subito, e rinunciare ufficialmente alla presidenza. E’ la proposta di Roza Otunbayeva, la premier del governo provvisorio nella repubblica dell’Asia Centrale. Che, a tre giorni dalla rivolta che ha portato al potere l’opposizione e costretto alla fuga il capo dello stato, rifiuta ogni negoziato con lui. Pare l’unico modo per sbloccare la crisi, ferma a un braccio di ferro e un botta e risposta tra opposizione e potere uscente. Ma il leader deposto non intende mollare per ora. La sua base di sostenitori nel sud resta combattiva. Ieri in un’intervista a France Presse nella sua citta’ natale di Jalal-abad, ha ripetuto il suo no alle dimissioni e la proposta di dialogare con gli oppositori, per evitare “che scoppi una guerra civile nel Paese”. Cioe’ che esplodano le tensioni interetniche esistenti in Kirghizistan, tra clan avversi e tra nord ricco e sud povero, gia’ alla base della rivoluzione dei tulipani del 2005. “Non ho mai dato l’ordine di sparare sui manifestanti, ’e’ l’opposizione che ha le mani insaguinate’’, dice, avrebbero mandato allo sbaraglio gente armata ad attaccare il palazzo del governo. Chi ha ragione? Ieri nel giorno del lutto a Bishkek, migliaia di persone si sono raccolte nella piazza centrale per i primi funerali delle 76 vittime degli scontri (1520 i feriti). Inveendo contro Zhanibek Bakiev, fratello maggiore del leader e capo delle guardie presidenziali, avrebbe dato lui l’ordine di far fuoco sui rivoltosi. Caccia anche ai due figli del presidente, Marat, vicecapo dei servizi segreti, e Maxim, responsabile dell’agenzia statale per lo sviluppo e gli investimenti. Forse gia’ fuggiti all’estero, mentre il governo ad interim ha congelato i conti della famiglia Bakiev, accusata di aver svuotato le casse dello stato. 
Otunbayeva in visita a un ospedale mette in guardia: “Nel sud, i partigiani di Bakiev cercano di farlo tornare al potere - oggi si riuniranno a Jalal-Abad - Le sue forze non si stanno preparando alla resa, continuano a orchestrare incidenti intorno alla citta’”. Alcune bombe sono state trovate e disinnescate ieri in edifici pubblici a Bishkek. Ma Roza sostiene anche di aver piazzato un governatore di propria fiducia proprio a Jalal-abad. Vero? Secondo altre fonti, nei villaggi circostanti folle di manifestanti pro-Bakiev avrebbero nominato a forza nuovi governatori e amministratori locali. Per calmare gli animi Otunbayeva promette un referendum tra 2 mesi per una nuova costituzione, ed elezioni presidenziali e parlamentari entro 6. Intanto vola a Mosca il vicepremier provvisorio Almazbek Atanbaiev, dopo l’avallo dato da Putin ai “golpisti”. Alla Russia, dove vivono e lavorano 800mila kirghizi, chiedera’ petrolio e aiuti finanziari, la crisi economica ha infiammato la rivolta.  Sbarcano a Bishkek gli inviati Onu, Ue e Osce per trovare una soluzione. Sul Messaggero di Roma, pagine esteri

KIRGHIZISTAN, BAKIEV: NON ME NE VADO, PARLIAMONE. OTUNBAIEVA RIFIUTA

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario dall'ex Urss

MOSCA – “Non mi dimetto, e’ un colpo di stato, dietro ci sono forze esterne che vogliono destablizzare il paese, e l’opposizione che ne e’ responsabile dovra’ risponderne davanti alla legge”. Prova a resistere fino all’ultimo Kurmanbek Bakiev, il leader kirghizo 60enne scacciato due giorni fa dal suo trono a Bishkek. E lo fa dalal roccaforte di Oshe, nel sud del paese, dove si trovano la maggioranza dei suoi sostenitori. Prima una dichiarazione all’agenzia kirghiza kg24, poi in uno sfogo alla radio russa Eco di Mosca, in cui definisce “baccanali” la rivolta dei suoi avversari. E’ un colpo alla sicurezza del governo provvisorio di Roza Otunbayeva. Che in mattinata aveva affermato: “Abbiamo il controllo della capitale, e di 4 regioni su 7 nel paese”. L’esecutivo formato ieri sera si era gia’ messo al lavoro, promettendo di rivedere privatizzazioni “sospette”, abbassare le bollette elettriche, una delle micce della rivolta, e “nuove elezioni presidenziali entro 6 mesi”. A Bishkek pero’ la situazione rwesta tesa: continuano violenze e saccheggi, esercito e polizia, schieratisi con gli oppositori, fanno di tutto per mantenere l’ordine, insieme a ronde civiche di vigilantes create appositamente. Lo si legge anche sul sito Twitter di Otunbayeva, anche in Kirghizistan il sistema di microblog piu famoso al mondo ha messo le ali alla rivoluzione come in Iran, aggirando la censura dei media imposta da Bakiev, e il blocco di molti siti internet e linee di telefonia mobile attivato a meta’ marzo. Per fermare gli sciacalli il ministro degli Interni, Bolot Sherniazov, avrebbe dato ordine ai propri uomini di sparare sui piu’ recidivi. Il Kirghizistan insomma oscilla ancora tra rivoluzione e controrivoluzione, afferrato nel “Grande Gioco” dell’Asia Centrale dove si confrontano le potenze mondiali. La caduta del governo infatti ha fatto riemergere la rivalita’ Russia-Usa nell’area. Per ora il punteggio segna un deciso vantaggio del Cremlino. Chiaro che l’accusa lanciata da Bakiev porta proprio a Mosca. Poco prima dalla lontana Novosibirsk Vladimir Putin aveva telefonato a Otunbayeva, dandole la sua benedizione, offrendole aiuti umanitari,. mentre inviava 150 paracadutisti a Kant, il presidio militare di Mosca in Kirghizistan.. Lei ha risposto con un grande grazie, annunciando l’invio in Russia, presto, di una suo rappresentante per colloqui. L’emissario si chiama Almazbek Atambaiev, che ha gia’ chiarito il suo pensiero: “La e’ un nostro partner strategico, speriamo che aiutera’ il popolo fratello del Kirghisistan”. Secondo esperti russi, un mese fa la nuova leader della protesta con altri esponenti dell’opposizione si era recata a Mosca incontrando dirigenti di Russia Unita, il partito di . Ma l’opposizione non dimentica il fronte avverso, troppo rischioso alienarsi di colpo le simpatie Usa. Nel pomeriggio Otunbayeva rassicura Washington: la base di Manas restera’ aperta. “Non cambiera’ nulla, e ogni decisione futura in merito sara’ equilibrata, secondo gli interessi del nostro paese”. Ma secondo un membro del nuovo governo kirghizo, il contratto di affitto della base Usa potrebbe essere accorciato. Resta spaccato in due il Kirghistan, tra nord e sud, zone urbane piu’ ricche e sviluppate contro campagna e villaggi poveri. Da Mosca il presidente Medvedev implora di “mettere fine allo spargimento di sangue”. 75 i morti, almeno mille i feriti, domani a Bishkek arriva l’inviato Onu Jan Kubis. Oggi sul Messaggero

ZHANNET LA KAMIKAZE DI MOSCA 3-4-10

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario dall'ex Urss

MOSCA - Chissà se Zhannet, in arabo Paradiso, di cognome Abdullaeva o Abdurakhmanova, era mai stata a Mosca, la capitale del suo paese, prima di lunedì 29 marzo. Quando, secondo gli investigatori, dal suo Daghestan viaggia in bus per 36 ore con una cintura di exogene e bulloni stretta in vita, per poi farsi esplodere nel metrò Parco della Cultura, dando la morte a tanti suoi concittadini. E vendicare il suo amore, Umalat Magomedov, 30, conosciuto un anno prima su internet, pare un leader di spicco della guerriglia locale, ucciso dai federali il 31 dicembre in una sparatoria di strada. Forse no, come la maggior parte dei giovani caucasici. Chissà quando aveva cominciato a indossare l’hijab, e chissà se, come altre ragazze devote del Caucaso, per quel fazzoletto troppo stretto sotto il mento era stata tallonata da polizia e servizi, guardata con diffidenza in strada dai “laici”, la maggioranza nella regione, sentendosi chiamare “wahabita”, cioè estremista religiosa, o meglio, sinonimo di “terrorista” per le autorità locali. Veniva da un villaggio vicino Khasaviurt, la città dove il 31 agosto 1996 il generale Lebed e Aslan Maskhadov firmano gli accordi di pace che mettono fine alla prima guerra cecena. Grozny è di fatto indipendente, ma nel 1999 esplode un nuovo conflitto. È qui che l’incubo del Caucaso ricomincia per Mosca, se è vero ciò che affermano gli investigatori. Nella città più cecena del Daghestan, un immenso bazar, il mercato occupa l’intera città, non chiude mai, ci trovi di tutto. Chissà dove, a soli 17 anni, aveva imparato l’arabo scritto sulla lettera d’amore per il suo compagno che voleva vendicare, trovatale in tasca: “Ci vedremo in cielo”. Forse, non all’estero: oggi in Daghestan tra i monti fuori Makhachkala, puoi leggere insegne bilingue, arabo e dialetti locali, e gli imam andati a studiare nei paesi arabi la lingua di Allah, sono tornati. Non solo loro. Un anno fa a Kizilyurt conoscemmo Asya, un fratello morto guerrigliero, un altro “nei boschi” come dicono qui per indicare chi si è dato alla lotta contro il potere filorusso: perfetto inglese e perfetto arabo studiato al Cairo, al villaggio l’Fsb non le dava tregua, disse di scrivere per KavkazCenter, il sito dei ribelli ove Doku Umarov ha rivendicato gli attentati di Mosca: “La nostra è la retta via, loro sono peccatori”. “Loro”, è un sistema corrotto e clientelare, un potere dominato dai clan e dagli anziani, inaccessibile ai giovani. La disoccupazione alle stelle. Dove l’islam radicale diventa desiderio di moralizzazione in un mondo senza chance; rottura con padri e nonni cresciuti nell’ateismo sovietico, che coltivano un islam soft. Ma anche moda, “essere religiosi da noi oggi è come essere punk” ci spiegò a gennaio un intellettuale ceceno. La lotta armata, una via per vendicare mariti, fidanzati, padri, fratelli uccisi dalle odiate forze dell’ordine al servizio di Mosca, a volte innocenti. O ricattati, rapiti, fatti sparire nel nulla dalla polizia locale. Nella foto pubblicata da Kommersant, Zhannet ha viso pienotto da bimba, abbraccia il compagno innamorata, entrambi brandiscono una pistola. Sarebbe lei la testa incenerita e mozzata mostrata su tutti i giornali all’indomani della strage. Di Markhta invece, 20 anni, forse la kamikazze della Lubianka, si sa poco. Anche lei sarebbe una “vedova nera”, scappata da casa dei genitori in Cecenia per raggiungere Said-Emin Khazriev, conosciuto su quel web dove i video degli attentatori sono una hit, sposato nei boschi, eliminato a ottobre scorso dalle truppe speciali. Pare preparasse un attentato contro il presidente ceceno Kadyrov. Oggi sul Messaggero

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