1. Skip to Menu
  2. Skip to Content
  3. Skip to Footer>

IL GIURAMENTO DI GONG LI 13/11/08

Venerdì 10 Settembre 2010 09:34

Commenti e Opinioni - Diario da Hong Kong

Hong Kong - La foto ritrae la bellissima Gong Li in una delle sue famose espressioni intense e fiere: ha la mano sul cuore, chiusa a pugno e guarda, nell’immagine, verso destra, con sguardo ammaliante, ma chi osserva la fotografia non può vedere dove osservi l’attrice. Scorrendo dunque le pagine del giornale ci si arresta per un attimo incantati dal suo bel viso e ci si chiede: — oh, sta girando un nuovo film? Quale, diretto da chi? Invece, questa volta, no: Gong Li è semplicemente stata fotografata mentre presta giuramento alla città-Stato di Singapore, di cui è diventata cittadina da qualche giorno, dopo essersi sposata dal 1996 col maggior industriale del tabacco della città, il miliardario Ooi Hoe Soeng. A parte il cambiamento di passaporto di Gong Li, dunque, questo giuramento di lealtà ad uno Stato sovrano che non è la Cina fa sì che Pechino abbia perso una delle stelle che venivano invitate ogni anno, in marzo, come delegati VIP all’Assemblea Nazionale del Popolo– ovvero, persone che si sono fatte notare non tanto per il loro impegno politico quanto per quello artistico, sportivo, industriale, etc. Dal momento che si tratta per lo più di un ruolo pro-forma e decisamente minore, la perdita, per entrambe le parti, sembrerebbe essere infima, ma per alcuni internauti cinesi invece si tratta, tanto per cambiare, di un affronto all’onore nazionale. Nel sito sohu.com, uno dei portali più popolari che ospita una frequentatissima chat room, infatti, alcuni hanno notato una manciata di commenti iper-nazionalisti, dove la bella Gong viene tacciata di “tradimento”, promettendo che la storia non dimenticherà quest’affronto (già per la seconda volta: già il film Memorie di una Geisha le era valso insulti e accuse, dato che aveva accettato di impersonare una giapponese). Pazienza, si sa che il web cinese pullula di ultra-nazionalisti, che sono presenti online in modo molto più massiccio che non nella vita al di fuori dagli schermi di computer. Quello che è interessante notare, però, è come anche star ricchissime e coccolate (nonché apolitiche) quali Gong Li siano pronte a giurare fedeltà ad un altro paese… Che non tutto luccichi poi così splendidamente, a Pechino? Un altro recente, clamoroso esempio: Yang Yuanqing, il presidente e capo dell’esecutivo della Lenovo, l’azienda di computer cinese che fece scalpore qualche anno fa acquistando l’IBM, ha annunciato da qualche mese che “per conoscere meglio il mercato americano” aveva deciso non di compiere una serie di viaggi e soggiorni transoceanici, bensì di… trasferirsi in America. Con moglie e figli. La lista di star dell’industria o del cinema pronte a partire è piuttosto lunga – per non parlare di quella di persone che famose non sono. Con buona pace degli indignati nazionalisti online, che continuano a lanciare strali infuocati ed anonimi dalle loro tastiere.

LA BABELE CINESE 22/08/08

Venerdì 10 Settembre 2010 09:34

Commenti e Opinioni - Diario da Hong Kong

Hong Kong - Come dipanare Babele? Per Pechino, ormai si sa, le Olimpiadi dovevano essere il momento in cui la Cina, potente e modernizzata, si presenta al mondo esigendo rispetto e chiedendo a tutti di giocare seguendo le sue regole, o almeno di far finta. Questo ha significato dunque anche un grande sforzo a livello linguistico per rendersi un po’ più intelligibili anche a chi non parla cinese -- compito arduo in un paese in cui lo studio delle lingue straniere, per quanto assiduo, resta limitato, e dove la lingua dominante non ha nessuna affinità né con l’inglese né con altre lingue europee. Certo, man mano che almeno alcune delle città cinesi si internazionalizzano, l’inglese andrà diffondendosi, e molte più persone nel mondo parleranno il cinese, ma per il momento il problema rimane ed è solo stato reso più visibile dai Giochi. Pechino è stata tutta “tradotta”, con insegne e nomi di luoghi importanti trascritti anche in inglese. I menù dei ristoranti sono una nota sabbia mobile, dato che moltissimi piatti cinesi non rispecchiano nemmeno in cinese gli ingredienti con cui sono preparati, bensì storie a loro associati. Chi ride del piatto tradotto come “Polmoni della moglie e del marito”, per esempio, non sa che in cinese si dice esattamente nello stesso modo, dato che il manicaretto fu inventato da una coppia di sposi la cui armonia coniugale era leggendaria. Pechino non è certo la prima metropoli di cultura cinese ad avere questo tipo di difficoltà: Hong Kong e Singapore, piazze finanziarie e del commercio internazionali, hanno entrambe lingue parallele, chiamate Chinglish (Chinese-English) e anche Singlish (Singaporean English) o anche la versione analfabeta dell’inglese, chiamata invece pidgin English, fatta tutta di sillabe ripetute e significati approssimativi. A Hong Kong, la questione linguistica è irrisolta: le lingue ufficiali di questo territorio di sette milioni di abitanti sono tre (cantonese, inglese e mandarino) e il governo locale vorrebbe che tutti parlassero tutto – cosa che naturalmente non succede. Le scuole insegnano principalmente in cantonese, molto in inglese, e sempre più in mandarino, ma i risultati variano dall’eccellente al confuso. A Singapore, invece, dove la lingua ufficiale è l’inglese, il governo cerca da anni di dare una cattiva reputazione al Singlish e bandirlo, senza riuscirci, dato che è divertente, irriverente e flessibile come un dialetto, e almeno lì i singaporiani sembrano voler affermare la loro indipendenza di pensiero. Chi vuole, può divertirsi a leggere talkingcock.com, dove l’improbabile pronuncia dell’inglese singaporiano viene trascritta in articoli satirici. In tutti questi posti, restano però diffusissime le scritte del tutto improbabili su magliette, borse, e anche teli da spiaggia, fatte di zuppe di lettere che sembrano essere cadute a caso cercando però di mantenere l’impressione estetica di una frase scritta con senso comune. Diversi siti web sono dedicati ai nonsense linguistici nati dalla passione cinese e giapponese per scritte dall’aspetto inglese (o, più raramente, francese e italiano: chiaramente legati dunque ai paesi esportatori di moda) ma prive di significato o con significati equivoci, il più esteso dei quali si chiama engrish.com La risposta cinese non si è fatta aspettare troppo, ed ecco che altri website collezionano fotografie di non-cinesi che vanno in giro con i peggiori scempi tatuati sulla pelle, che vorrebbero essere invece dei caratteri cinesi. Spesso si tratta solo di ideogrammi scritti sbagliati, ancora riconoscibili, ma solo a mala pena. In altri casi, la vittima ignara si ritrova con stampato sulla pelle qualcosa di imbarazzante: nel caso più diffuso, giovani ragazze con scritto che sono “costose”. L’interesse reciproco è sancito, ora resta da capire come comunicare. L’articolo è oggi su Il Riformista

E’ MORTO HUA GUOFENG, EREDE DI MAO 21/08/08

Venerdì 10 Settembre 2010 09:34

Commenti e Opinioni - Diario da Hong Kong

Hong Kong - La morte di Hua Guofeng, riportata ieri dagli organi di stampa ufficiali cinesi, può prendere molti di sorpresa: la maggior parte delle persone, infatti, si stupiscono del fatto che fosse ancora vivo, talmente apparteneva ad un’altra epoca. Hua, deceduto a 87 anni a Pechino per un’imprecisata malattia, fu per breve tempo Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, dopo essere stato eletto a tale ruolo da Mao Zedong stesso, sul letto di morte. “Con te al comando, sono tranquillo”, si dice che Mao abbia detto poco prima di morire al sicofante Hua, che aveva perfino modificato il suo aspetto fisico il più possibile per assomigliare al Grande Timoniere, assumendone il taglio di capelli e alcune delle movenze – e venendo dunque accusato di volersi far adorare come un “Nuovo Mao” e di star cercando di creare un culto della personalità intorno a sé. Una volta al potere, il suo regno fu di breve durata, e il suo ruolo rimane incerto, almeno nella storiografia ufficiale – per quanto il necrologio pubblicato ieri dall’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina lo chiami “un grande membro del Partito Comunista Cinese, un combattente comunista di lunga durata e lealtà, e un rivoluzionario proletario”. Fu l’uomo-cerniera che riuscì ad evitare che il paese cadesse nel caos alla morte di Mao, e diede il via al periodo di limitate purghe che ebbe luogo dopo la morte di questi. Privo di carisma o personalità significativa, Hua, all’epoca chiamato “Il Saggio Leader”, era Segretario quando venne denunciata ed arrestata la Banda dei Quattro (a cui furono attribuiti tutti gli eccessi della Rivoluzione Culturale e delle varie altre campagne radicali dell’ultimo decennio maoista), un’azione che mise formalmente fine agli anni di acuta follia politica del paese. La vedova di Mao, Jiang Qing, nel corso del processo contro di lei accusò l’intera dirigenza cinese (incluso Hua) di essere colpevoli tanto quanto lei di quello che era avvenuto dalla fine degli anni ’50 in poi, dichiarando che tutte le sue azioni erano state approvate anche da Mao stesso. La politica più nota di Hua Guofeng, espressa subito dopo l’arresto della Banda dei Quattro, fu quella nota con il bizzarro nome dei “Due Qualunque”, che raccomandava che la Cina si attenesse a qualunque politica Mao avesse adottato in precedenza e seguisse qualunque istruzione che il Grande Timoniere avesse impartito. Appena due anni e mezzo dopo, però, Hua venne tolto di torno, senza troppe cerimonie, da Deng Xiaoping, l’architetto delle riforme economiche cinesi, e da allora veniva in particolare ricordato per essere rimasto “eccessivamente radicale”. Deng, perseguitato come “elemento di destra” sotto Mao, poté essere riabilitato e venire al potere grazie ad un colpo di mano sostenuto dai militari e da quei numerosi membri del Partito Comunista che avevano compreso che il paese fosse allo stremo, e che l’economia nazionale non poteva più essere vittima delle utopie politiche più estreme. Hua, un quadro di partito che aveva attirato l’attenzione di Mao per il suo idealismo agricolo e la sua disciplina non godeva di grandi amicizie fra i militari, ma soprattutto fra i burocrati di medio e basso rango. Nominato Segretario provinciale dello Hunan (regione natale di Mao Zedong) nel 1959, riuscì a mantenere una relativa neutralità politica negli anni più turbolenti della Cina moderna, per poi divenire l’erede apparente una volta deceduto l’altro ex-favorito di Mao, Lin Biao, scomparso in un misterioso incidente aereo nel 1971. Figura di transizione troppo attaccata al passato per poter essere utile nel vorticoso presente delle riforme di Deng, Hua venne ufficialmente sollevato dal suo ruolo di Segretario del partito nel 1980, e da allora non aveva più fatto parlare di sé, trascorrendo gli ultimi trent’anni impegnandosi nella calligrafia cinese e poco altro. vai a...

LIU XIANG, LA CADUTA DELL’EROE 20/08/08

Venerdì 10 Settembre 2010 09:34

Commenti e Opinioni - Diario da Hong Kong

L’impensabile è accaduto, dicono i giornali cinesi, e la star delle Olimpiadi di Pechino, Liu Xiang, si è ritirato dalla corsa ad ostacoli a causa di un infortunio al tendine e alla gamba sinistri. La televisione cinese ha mostrato molte lacrime, così come gran parte della stampa: quelle dell’allenatore di Liu, Sun Haiping, che ha pianto in semi-diretta nel corso di una conferenza stampa dopo che Liu si fosse ritirato, quelle di innumerevoli spettatori, che aspettavano il momento della corsa ad ostacoli del loro eroe con bandierine cinesi in mano e dipinte sul volto. La delusione è stata totale, la sorpresa, sembra, completa, e alcuni almeno non possono credere che tutto sia così semplice, e cercano colpevoli a cui addossare la responsabilità. Il ragazzo d’oro dello sport cinese, dopotutto, era diventato il simbolo delle Olimpiadi cinesi e della “riscossa del paese”, e che fallisca così, senza nemmeno provare, sembra troppo incredibile. Le balie dell’internet cinese hanno già tolto alcuni dei commenti poco gentili nei confronti di Liu, ma in due website almeno viene riportato il sospetto di un “complotto” ai danni di Liu, orchestrato nientemeno che dalla Nike, suo sponsor. I due website, zaobao.com e la versione cinese di msn.com, riportano dunque che, secondo alcune voci, l’abbandono di Liu sarebbe dovuto alla decisione di non rischiare che Liu avesse potuto perdere, con conseguenze negative per l’immagine della Nike prima di tutto, e anche dei tanti altri prodotti che il fotogenico Liu pubblicizza nel paese, che avrebbero scommesso su un “cavallo zoppo”. Una lettera scritta da un sedicente “lavoratore Nike che non può rivelare il suo nome”, già denunciata dall’azienda sportiva statunitense come falsa e ingiuriosa ma che circola molto su Internet, spiega che sarebbe stata proprio la Nike a mettere enormi pressioni sull’allenatore di Liu e su Liu stesso affinché si ritirasse, all’ultimo minuto, nel modo più drammatico e teatrale possibile. Sun, va ricordato, aveva stupito molto qualche settimana fa, dichiarando alla stampa che “l’oro è tutto” e che se il suo atleta non fosse riuscito a conquistare una medaglia d’oro a queste Olimpiadi, “tutti i suoi successi precedenti saranno insignificanti”. I quotidiani accantonano le voci di complotti orchestrati da aziende straniere, ma quasi tutti riportano grafici con sezioni di piedi, mostrando tendini e fibre muscolari, ripercorrendo le tappe della carriera dell’eroico corridore (una parola su cui si insiste molto), e pubblicano la foto dell’allenatore in lacrime. Sul Quotidiano del Popolo, però, c’è un messaggio speciale: quello di Xi Jingping, Vice-Presidente cinese e probabile successore di Hu Jintao, attuale Presidente, in cui si esprime dispiacere per l’infortunio dell’atleta, e gli si augura di guarire presto e “ricominciare a vincere per la patria, allenandosi ancora più duramente di prima”. L’articolo è oggi anche su Il Riformista

CONTROLLI DI PARTITO 19/08/08

Venerdì 10 Settembre 2010 09:34

Commenti e Opinioni - Diario da Hong Kong

Honk Kong - L’articolo è uscito nel fine settimana, ma lunedì mattina ancora molti ne parlano: il settimanale di Canton “Weekend Meridionale”, venduto e rispettato in tutto il paese, ha un’intervista esclusiva con Zhang Yimou che ha attirato molto l’attenzione. Nell’articolo infatti Zhang, il regista pluripremiato che ha diretto la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici a Pechino, rivela per la prima volta l’impressionante supervisione politica che la cerimonia ha ricevuto, dicendo che tutte le decisioni importanti sono state riviste dal Comitato Centrale, e approvate o modificate secondo il loro giudizio, per quanto malgrado questa pressione costante, ha detto il regista, il giudizio finale sarebbe stato lasciato a lui. Zhang infatti ha dichiarato che l’atteggiamento degli alti prelati del Partito Comunista Cinese rispetto alla cerimonia di apertura gli è parso essere “molto progressista”, dal momento che “uno dei leader più elevati” (non si sa quale sia il suo nome) gli avrebbe detto: “Yimou, è impossibile far contenti tutti. Voi registi dovete integrare l’opinione di tutti, ma dovete farlo rispettando il modo in cui funziona l’arte. Quali opinioni integrare e quali lasciare fuori è interamente affar vostro”. Il regista ha elaborato su questo atteggiamento progressista dicendo che “non mi hanno dato istruzioni specifiche per fare esattamente quello che volevano loro, e delle tante visioni diverse che ho sentite espresse, molte erano di natura tollerante, davvero comprensiva del modo in cui funziona l’arte”. Zhang Yimou fra l’altro ha dichiarato che dal 1949, data della fondazione della Repubblica Popolare cinese, non era mai successo che il Comitato Centrale del Partito si sia interessato così da vicino di un progetto artistico, e che abbia richiesto così tante revisioni di un progetto. Quando il giornalista del settimanale ha cercato di quantificare l’input governativo, il regista ha risposto che quando uno degli alti dirigenti del paese esprime un’opinione “non è che puoi controbattere, o spiegare il tuo punto di vista (…) Devi analizzare tutto e poi introdurre modifiche, anche se non pensi siano necessarie, vanno introdotte lo stesso”, aggiungendo: “i dirigenti sono esseri umani come tutti, dobbiamo trattarli come membri del pubblico ed ascoltare la loro opinione”. Negli ultimi anni, la forte adesione di Zhang al regime, confermata nell’intervista, è valsa al regista l’epiteto di “Leni Riefenstahl cinese”, in riferimento alla fotografa e regista autrice del film “Il trionfo della volontà” sulle Olimpiadi del 1936 a Berlino. Ma Zhang si dà la pena di specificare che lui non è, e non è mai stato, un membro del Partito Comunista, nemmeno della Lega Giovanile, ma che i leader hanno sempre fornito “ottimi suggerimenti” su come migliorare la cerimonia di apertura. L’articolo è oggi anche su Il Riformista

Zona22
il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

Comunicazione

Lettera22 opera come agenzia di comunicazione, ufficio stampa e servizi editoriali