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ABBAS-HANYEH: PARLIAMONE A QUATTR'OCCHI 23/9/06

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Basta con gli annunci pubblici. Se un governo s’ha da fare, ne discutiamo a quattr’occhi. È questo il sottotesto della doccia gelata che il premier palestinese Ismail Hanyeh ha gettato sulla testa di Mahmoud Abbas, il giorno dopo il discorso del presidente dell’Anp di fronte all’assemblea generale dell’Onu. Nel braccio di ferro tra Hamas e Fatah, o meglio, tra Abbas e Hanyeh, si è ben compreso che le forzature servono a poco. Anzi, sono controproducenti. A nulla è servito, insomma, il discorso con il quale Abu Mazen ha cercato di forzare la mano a Hamas, dichiarando che il futuro governo di unità nazionale rispetterà tutti gli impegni sottoscritti dall’Olp e dall’Anp, compresa quella lettera di mutuo riconoscimento che si erano scambiati Ytzhak Rabin e Yasser Arafat or sono tredici anni fa. Quel passo del discorso di Abbas al Palazzo di Vetro è andato oltre l’accordo raggiunto pochi giorni fa da Abu Mazen e Hanyeh. Oltre il documento dei prigionieri, oltre quel detto e non detto che aveva consentito a Hamas di superare – attraverso i sottili metodi della diplomazia – i limiti precedenti. L’intento del presidente dell’Anp, reduce dagli incontri con George W. Bush, Shimon Peres e Tzipi Livni, era invece chiaro: superare le diffidenze israeliane e americane, e guadagnarsi il sostegno totale del Quartetto. Tornando a casa con la riapertura dei canali politici con l’Anp e dei rubinetti finanziari verso la Palestina. A giudicare dalle reazioni di Ismail Hanyeh in persona e del suo entourage, Hamas si è però sentita troppo scavalcata. Una cosa è acconsentire che sia Abbas a trattare la riapertura del dialogo con la comunità internazionale. Un’altra cosa è accettare che lo faccia andando oltre quello che Hamas e Hanyeh sono in grado oggi di concedere. Soprattutto sulla questione del riconoscimento di Israele e della legittimità dell’occupazione israeliana. Da Gaza, quindi, è arrivato lo stop. Prima con il consigliere politico di Hanyeh, Ahmed Youssef, che ha precisato i termini dell’accordo con Abbas: nessuna inclusione nell’intesa del riconoscimento di Israele. Poi, è stato lo stesso premier a prendere la parola. Non al Palazzo di Vetro, ma nel tradizionale intervento del venerdì in moschea a Gaza City. Quello che Hamas accetta, sino a questo momento, è di costituire uno stato lungo i confini del 1967, in cambio del riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e di una tregua di lunga durata – dieci anni – con Israele. Una hudna, dunque, non il riconoscimento. D’altro canto, le parole di Hanyeh arrivano alla fine di una settimana che non è stata certo segnata da segnali di apertura da parte israeliana. I ministri e i deputati di Hamas, catturati da Israele e imprigionati dentro un carcere militare, non sono stati liberati, anzi, la loro detenzione è stata prolungata almeno sino al 5 ottobre. L’esercito israeliano ha poi requisito sei milioni di shekel, l’equivalente di oltre un milione di euro, negli uffici di cambio di mezza Cisgiordania, giustificandoli con il sospetto che siano finanziamenti provenienti da Siria e Libano verso Hamas e Jihad islamica. Due giorni fa, cinque palestinesi sono stati uccisi in due raid a Gaza e, infine, da ieri sino a domenica sera Cisgiordania e Gaza sono di nuovo sigillate in concomitanza con il capodanno ebraico. Chiusure, queste, che come ogni anno si ripeteranno spesso nel prossimo mese, in cui si concentrano molte festività religiose ebraiche. Tra i pochi segnali positivi, la riapertura (ma solo per due giorni) del valico di Rafah, unico passaggio che consente a Gaza di essere legata con il mondo. La riapertura è arrivata dopo l’ennesimo richiamo fatto dal ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, che da New York aveva definito inaccettabile la chiusura del valico, in cui ci sono una settantina di osservatori europei guidati da un generale dei carabinieri. In cinque mesi, il passaggio tra la Striscia e l’Egitto è rimasto aperto solo sette giorni. Una situazione insostenibile sia sotto il profilo politico sia sotto quello umanitario, visto che in quest’ultimo mese migliaia di palestinesi sono rimasti ad attendere che i cancelli si aprissero. Dal 25 agosto scorso, ultimo giorno in cui è stato possibile passare da una parte all’altra. Rafah, però, è solo uno dei problemi di cui Abbas parlerà al Cairo, dov’è giunto ieri sera di ritorno da New York, con il presidente egiziano Hosni Mubarak. Molto più probabile, invece, che al centro dell’ennesimo incontro ci sia la questione della liberazione del caporale Gilad Shalit. Il premier israeliano Ehud Olmert si è detto disposto, nell’intervista di fine anno a Yedioth Ahronot, a consegnare i prigionieri palestinesi nelle mani di Abbas in cambio di Shalit. Ma non di consegnarli a Hamas. La trattativa, però, è ancora in salita. E la questione del governo di unità nazionale è di certo un punto nodale nel percorso che le cancellerie stanno compiendo, per superare almeno uno degli ostacoli in questa crisi sempre più complessa. Ci lavorano alacremente anche gli arabi. É soprattutto l’Arabia Saudita a spingere perché il suo vecchio piano di pace del 2002 sia la vera piattaforma sulla quale Fatah e Hamas possano fondare il loro accordo. È per questo che il ministro degli esteri di Ryadh, il principe Saud al Faysal, ha chiesto ai palestinesi – dagli schermi di Al Arabiya - di unificare finalmente le loro posizioni. Leggi l’articolo sul Riformista

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