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DIARIO DA KABUL: L'ARTE DELLA DISSIMULAZIONE 13/7/10

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario asiatico

Kabul - Per gli uomini la barba è un segnale. Se non l'avete siete in linea con l'andazzo generale, se è corta e curata siete gente di rango, se è lunga e vagamente incolta siete dei pensatori al limite tra il guru e il minorato, ma se l'avete semplicemente incolta....allora siete inevitabilmente sciatti e trasandati. Persona da cui bisogna guardarsi. Così, più o meno, succede in Italia dove il metro di valutazione dipende, di primo acchito, dal taglio di barba e capelli e dal tipo di scarpe che portate. Quel che i particolari dicono non lo dice spesso un curriculum ma si tratta spesso anche di una sequenza di luoghi comuni. Se vi fermate a quelli, voi che guardate, siete fritti.

Altrove è lo stesso ma spesso la percezione è capovolta. In Afghanistan la barba incolta non va tanto ma è tollerata se è lunga e fluente a dimostrare che per voi la religione ha un certo peso. Anche se qui non si usa radersi male e raramente, la barba di tre giorni si può portare perché un buon musulmano ha sempre la barba. In Iran, ad esempio, ce l'han sempre tutta di tre, quattro giorni (come faranno quando la tagliano?), come insegna lo stresso Ahmadinejad. Fateci caso....

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LA SOLITUDINE DI McCHRYSTAL 24/6/10

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario asiatico

Il generale Stanley McChrystal è stato sollevato da Barak Obama, che ha accettato le sue dimissioni, dall'incarico di comandate Nato e delle truppe americane in Afghanistan dopo lo “scivolone” su Rolling Stone, la rivista che ha pubblicato i suoi commenti sui papaveri della Casa bianca e che lo stesso generale aveva rivisto e licenziato. Al suo posto arriva David Peatraeus, già a capo delle forze Usa in Iraq e ora al comando di Centcom, il fulcro della catena di comando dei militari americani in metà del mondo. Quello che  scotta.
Una vera rivoluzione in due giorni che lascia molti interrogativi e poche risposte ma che merita un tentativo di analisi.

Emanuele Giordana

Quello di McChrytsal, tanto per cominciare, non  può essere uno scivolone. Si, forse, il generale non ha dato tanto peso a certe parole, ma le frasi le ha dette: di James Jones, super consigliere di Obama, che è un clown; del vicepresidente Joe Biden che è un pusillanime; dell'inviato speciale Richard Holbrooke che è un fifone e un uomo di cui è meglio non aprire le mail; di Karl Eikenberry che si para i fianchi e, soprattutto, del suo presidente, che è un uomo impreparato e distratto sulla guerra in Afghanistan (ha salvato solo la Hillary Clinton).  Con bordate di questo tipo, un uomo come McChrystal, abituato a valutare il calibro delle bombe per non uccidere troppi civili afgani, non poteva non sapere che il colpo sarebbe stato ferale. E il bombardamento di parole così pesante da causare una reazione inequivocabile ed evidente: il suo richiamo a Washington con la conseguente perdita di un incarico pesante, ingrato e faticoso. La sensazione è che McChrystal, come farebbe Eikenberry, si è voluto parare i fianchi davanti al giudizio della Storia. Una Storia che, ogni giorno che passa, decreta la morte della campagna afgana per mancanza di idee e iniziative politiche, accompagnate da un 'incapacità di interpretare la realtà e dal desiderio di mollare tutto al più presto- Altro che forziere di ogni ben di Dio minerario! L'Afghanistan è un inferno da cui si deve fuggire, ma senza troppo farlo intendere. McChrystal  lo sa: non avrebbe mai avuto i 100mila uomini richiesti e non avrebbe mai visto l'iniziativa politica promessa da Obama oltre un anno fa e materializzatasi nei fatti in una sola richiesta a una sola persona: la richiesta era “sbrigati”, la persona era Stanley McChrystal.Un soldato.

 

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DIARIO DA KABUL, PRESENTAZIONE A MILANO

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario asiatico

Libreria Azalai

Via Gian Giacomo Mora, 15

Milano

ore 21 di lunedi 24 maggio

incontro con l'autore e presentazione  di

"DIARIO DA KABUL" Appunti da una città sulla linea del fronte, ObarraO edizioni

 

(AGI) - Roma, 19 mag. - Diplomatici, militari, funzionari dell'Onu, cooperanti, attivisti delle organizzazioni non governative. In Afghanistan, Paese in guerra da trent'anni, esiste una nuova categoria sociale che conta ormai diverse decine di migliaia di occidentali: gli expat, protagonisti dagli alti salari di un conflitto dove gli afgani restano sempre sullo sfondo di un quadro essenzialmente dipinto da "noi", cosi' lontani da "loro" da sembrare gli attori di due diverse commedie umane drammatiche e inconciliabili. Emanuele Giordana, tra i fondatori dell'associazione giornalistica Lettera22 e da poco alla guida dell'agenzia NTNN, torna a scrive dell'Afghanistan utilizzando nel suo 'Diario da Kabul.Appunti da una citta' sulla linea del fronte' (Edizioni ObarraO, pp 120, euro 10) diversi registri: analisi, ironia, racconto, riflessione. E coniugando l'esperienza da inviato ai pensieri confidati al suo blog, e che sui giornali non sembra aver senso scrivere, racconta una guerra diversa da quella che siamo abituati a leggere o vedere in tv. Un conflitto dove i contractor stanno superando in numero i militari in divisa, dove la guerriglia talebana e' un'entita' per lo piu' ignota e dove logiche economiche perverse -dal traffico dell'oppio al business dell'acqua minerale per le truppe- disegnano parte del pantano in cui, dice Giordana, pare essersi arenata la Nato e l'iniziativa politica occidentale.

VENDRELL: IN AFGHANISTAN MANCA UN MEDIATORE

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario asiatico

Al negoziato afgano servirebbe un mediatore terzo, un interlocutore che non sia un attore in causa e non sia schiacciato su una delle parti. Un mediatore che attualmente non c'è”. Esordisce così Francesc Vendrell, catalano prestato da una vita agli organismi internazionali e che dal 2002, fino al 2008, è stato a Kabul il rappresentante dell'Unione europea, poi sostituito da Ettore Sequi e recentemente dall'ex ministro degli Esteri lituano Vygaudas Ušackas.

Il nostro colloquio con Vendrell, ospite a Roma per qualche giorno del Centro studi americani e dell'Associazione “Argo”, verte sul processo di pace afgano, il cui inizio ufficiale è previsto a Kabul per fine mese, alla vigilia di un'offensiva durissima che la Nato ha già largamente annunciato per l'estate nella regione di Kandahar.

 

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L’OCCASIONE PERDUTA DI ISRAELE 12/10/09

Mercoledì 08 Settembre 2010 12:05

Commenti e Opinioni - Diario asiatico

Oggi a Sderot. E’ un luogo particolare questa cittadina dove da Gaza hanno tirato qassam e missili per quasi dieci anni. Per ora hanno smesso. Andiamo sulla collina da cui si vede la città più a Nord del territorio palestinese che, più di ogni altro luogo, è una sorta di enorme prigione a cielo aperto. C’è uno xilofono gigantesco sulla collina: ricorda la morte in Libano di alcuni militari. Non riesco a fare a meno di pensare che il vento che lo suona, accorda soprattutto note di dolore. Siamo accompagnati da israeliani che fanno parte di gruppi pacifisti. Una condizione difficile qui in Israele e ancor di più a Sderot dove a lamentarsi di essere oggetto dei qassam hanno le loro ragioni. Ma il viaggio in macchina da Gerusalemme a Sderot mi fa venire un altro pensiero. Anche perché vediamo una cosa ormai inusuale: tantissima genta che fa l’autostop, un segno di fiducia forte nel prossimo che oggi è piuttosto raro. E poi una campagna ordinata, le serre, l’acqua che, ben incanalata, innaffia i campi. In Israele hanno sviluppato un sistema parlamentare, un’eccellente capacità agricola, una buona qualità industriale e un’efficiente rete logistica. Le città sono ordinate e pulite e, tranne che per alcuni ecomostri davvero sorprendenti (specie a Gerusalemme), persino con una certa uniformità urbanistica. A Sderot vedi gente tranquilla che passeggia col passeggino e se non sapessi nulla di questa guerra, se non sapessi nulla delle sofferenze che crea soprattutto tra i palestinesi, penserei a un modello. Un buon modello per la regione: democrazia, efficienza, benessere. E invece... Si, certo, si dirà, è anche colpa degli arabi o dei palestinesi che tirano i kassam anche violando una tregua. Ma c’è un problema così evidente di furto della terra che non si può, venendo da queste parti, non essere d’accordo con le ragioni dei palestinesi. E così il modello finisce nascosto sotto le macerie della guerra. Un’occasione perduta per Israele e per gli israeliani. Forse non per quelli che abbiamo incontrato che invece ai palestinesi la terra non vorrebbero portarla via. E’ un pensiero semplice e forse persino leggero, forse puerile. Ma penso che se io fossi un israeliano, tra le tante cose, mi dispiacerei dell’occasione che il mio paese sta perdendo.

Zona22
il supplemento culturale di Lettera22 diretto da Attilio Scarpellini

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