DIARIO AFRICANO 10/03/07
Venerdì 10 Settembre 2010 09:59
Commenti e Opinioni - Diario africano
Unione Africana sotto tiro Giorni difficili per Amis, la missione dell’Unione Africana in Sudan. Mentre le diplomazie di mezzo mondo continuano a premere sul governo sudanese affinché accetti l’invio di una forza di peacekeeping “ibrida” composta sia da personale Ua che da quello dell’Onu, i caschi verdi africani sono finiti di nuovo sotto tiro. Questa volta a farne le spese sono stati due militari nigeriani di stanza a Gereida, in Sud Darfur, prelevati a forza da un gruppo di ribelli e poi uccisi. Un terzo sarebbe gravemente ferito. L’incidente di martedì, solo il più grave nella lunga serie registrata nelle ultime settimane, conferma che non ci sono speranze per una veloce soluzione del conflitto nella regione occidentale del Sudan. Secondo l’Ua, a uccidere i due caschi verdi sono stati gli uomini della fazione del Sudan’s Liberation Movement diretta da Minni Minawi, l’unico gruppo ribelle ad aver firmato lo scorso maggio un trattato di pace con Khartoum, che ha avuto l’unico “merito” di portare Minni nella capitale come consigliere speciale della presidenza. Ed è proprio dal suo ufficio a palazzo che lo stesso Minawi ha dichiarato nei giorni scorsi che è il partito del presidente Beshir a non volere la pace in Darfur. La convivenza sembra avere i giorni contati. Se il buongiorno si vede dal mattino Neanche in la missione Ua in Somalia se la passa benissimo. A inizio settimana sono arrivati a Mogadiscio 400 soldati ugandesi, prima tranche della nuova forza di peacekeeping africana inviata in Somalia per sostituire l’esercito etiope che ha occupato il paese dopo l’offensiva contro le Corti Islamiche di inizio anno. Una missione impensierisce i governi africani e con qualche ragione: appena atterrati, i caschi verdi ugandesi sono stati accolti da otto colpi di mortaio sparati in direzione dell’aeroporto, dove si svolgeva la cerimonia di benvenuto. È presto per dire se questo brutto inizio sia solo un episodio o se invece la forza Ua dovrà affrontare continui attacchi da parte di non meglio specificati “insorti”, che evidentemente non hanno dato molto credito alle assicurazioni del capo della delegazione dell’Ua, Geoffrey Mugunya, secondo cui i caschi verdi non interferiranno con gli affari interni somali. Certo è che il benvenuto riservato alle truppe ugandesi non invoglierà altri paesi africani a inviare i propri uomini in quello che potrebbe rivelarsi un nuovo pantano somalo. Oltre all’Uganda, primo paese ad aver assicurato la sua partecipazione alla forza di peacekeeping con 1700 uomini, finora sono arrivate solo le conferme di Burundi e Nigeria, che invieranno 1700 e 800 soldati rispettivamente. Poca cosa rispetto agli 8000 uomini previsti. Mezzo secolo di indipendenza Notizie più gioiose arrivano dall’altro capo dell’Africa. Il presidente del Ghana John Kufuor ha aperto questa settimana i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna dell’ex Costa d’Oro, primo paese dell’Africa sub-sahariana a porre fine all’esperienza coloniale. Un traguardo che il governo ghanese ha intenzione di festeggiare senza badare a spese: le commemorazioni seguiranno per un anno intero, con una previsione di spesa da parte delle autorità del paese di circa 15 milioni di euro. Anche perché la ricorrenza non riguarda il solo Ghana. Cinquant’anni fa l’esempio di Kwame Nkrumah e del suo Ghana spinse gli altri paesi sub-sahariani a chiedere il riconoscimento di autonomie sempre maggiori, coronate con la stagione delle indipendenza degli anni Sessanta. L’artiolo è uscito oggi su Il RiformsitaDIARIO AFRICANO 14/09/06
Venerdì 10 Settembre 2010 09:59
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La Dottoressa Barbabietola. È con questo nomignolo poco rispettoso che ormai la controversa ministro della salute della Repubblica del Sudafrica è conosciuta e sbeffeggiata da studiosi e attivisti della lotta all’Aids. Manto Tshabalala-Msimang, questo è il suo vero nome, è contestata da anni. Ma nelle ultime settimane si è trovata a dover arginare attacchi su tutti i fronti. Il perché è presto detto: la titolare del ministero della salute di uno dei paesi più colpiti dalla pandemia di Hiv-Aids, dove secondo l’ultimo rapporto di Unaids il tasso di prevalenza dell’Hiv tra la popolazione adulta tocca il 18,8 (ovvero quasi una persona su cinque tra i 15 e in 49 anni), ha più volte sostenuto pubblicamente che rimedi tradizionali a base di aglio, limone e barbabietole possano curare la malattia e vadano quindi uniti alle terapie con anti-retrovirali. Non frasi dette per dire, ma una convinzione radicata che è diventata parte della politica del suo dicastero. Tanto da far esporre limoni e agli nello stand sudafricano alla Conferenza internazionale sull’Aids svoltasi a Toronto in agosto. Ed è proprio da Toronto che quest’ultima fase di attacco frontale al controverso ministro è iniziata. Con la richiesta di dimissioni avanzata pubblicamente sia da alcuni attivisti sudafricani presenti al summit che dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Aids in Africa, Stephen Lewis. Vista la resistenza del governo di Thabo Mbeki, che ha sempre difeso la Tshabalala-Msimang, la scorsa settimana è stata la volta di un gruppo di 60 esperti internazionali, che in una lettera a Mbeki hanno di nuovo chiesto le dimissioni di Manto, definendo “disastrosa e pseudo-scientifica” la politica anti-Aids adottata da Pretoria. Nonostante tutto, però, la Dottoressa Barbabietola rimane al suo posto. Ma da lunedì è affiancata da una commissione interministeriale. Owiny-ki-Bul e Ri-Kwangba, Sud Sudan. Due nomi difficili per due villaggi senza alcuna rilevanza internazionale. Fino a qualche giorno fa. Il loro destino è cambiato per volontà dei negoziatori di Juba, che li hanno indicati nell’accordo di cessate-il-fuoco tra governo ugandese e Esercito di resistenza del Signore (Lra) come centri di raccolta dei ribelli nord-ugandesi. Lunedì a Owiny-ki-Bul, sulla riva destra del Nilo Bianco appena al di là del confine tra Sud Sudan e Nord Uganda, è arrivato anche Vincent Otti, il numero due dell’esercito ribelle, alla testa di un gruppo di ribelli pronti a deporre le armi. La stessa cosa potrebbe fare nei prossimi giorni anche il super-ricercato Joseph Kony. Che, a detta del vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar, sarebbe poco lontano dall’altro punto di raccolta, Ri-Kwangba. Tutto sembra confermare quindi che lo Lra stia facendo sul serio. Tanto sul serio da fidarsi delle assicurazioni di quello che fino a qualche settimana fa era il suo più acerrimo nemico: il governo di Kampala. Che potrebbe però trovarsi ora in una posizione molto scomoda. Dopo aver deferito Kony e i suoi al Tribunale penale internazionale (Tpi), che l’anno scorso ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti dei cinque massimi comandanti dei ribelli, ora Kampala si rifiuta di consegnarli al Tpi. Una mossa necessaria e vincente per assicurarsi che i negoziati vadano avanti, ma allo stesso tempo una misura che Nazioni Unite e i paesi firmatari del Trattato di Roma non possono, almeno in linea di principio, appoggiare. A cosa dare la precedenza? Alla possibilità, concreta, di una pace o alla necessità di garantire che la giustizia faccia il suo corso? La rubrica è stata pubblicata oggi su il RiformistaDIARIO AFRICANO 06/09/06
Venerdì 10 Settembre 2010 09:59
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NIENTE PEACEKEEPERS PER IL DARFUR Continua il “tira e molla” tra il governo di Khartoum, l’Unione africana e il Palazzo di Vetro. Mentre Khartoum giungeva ieri a più miti consigli sul prolungamento o meno della missione di paecekeeping africana, era la stessa organizzazione continentale a ribadire che le truppe dispiegate in Darfur concluderanno il loro mandato il 30 settembre, come previsto. Tutto a posto, allora? No, perché il vero pomo della discordia, ovvero l’eventuale sostituzione delle truppe Ua con i caschi blu dell’Onu, è ancora sul tavolo. Ed è sull’ipotesi di un intervento delle Nazioni Unite, approvato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il 31 agosto, che il governo di Khartoum continua a non transigere. E dopo le minacce di confronto militare scagliate nei giorni scorsi dal presidente Beshir, è arrivata ieri la lettura politica data da uno dei consiglieri della presidenza, l’ex ministro degli esteri Mustafa Osman Ismail: il vero obiettivo degli Stati Uniti nel far adottare la risoluzione dell’Onu è indebolire il governo sudanese fino a causare un cambio di regime a Khartoum. UN ESERCITO SOMALO Da Khartoum non arrivano solo cattive notizie. Lunedì sera nella capitale sudanese, che ospita i dialoghi mediati dalla Lega Araba tra il governo transitorio somalo e l’Unione delle corti islamiche, è stato raggiunto un accordo di principio per la formazione di forze armate nazionali somale. Un’intesa i cui tempi particolarmente rapidi hanno stupito positivamente gli osservatori internazionali. In realtà la messa in atto di questo primo passo sulla via della pacificazione del paese dipenderà dal raggiungimento o meno di un accordo politico durante il prossimo round di colloqui. Al di là del risultato in sé, è il dato politico che va sottolineato: il governo transitorio e le corti islamiche sembrano realmente intenzionate a trovare una ricetta per una pacifica convivenza. Anche perché hanno entrambi da guadagnarci. Le corti hanno dimostrato una forza che il governo non ha mai avuto (il porto e l’aeroporto di Mogadiscio sono stati riaperti poche settimane fa dopo 11 anni di chiusura totale) e controllano larga parte del territorio nazionale. Mancano però di riconoscimento internazionale, che è invece uno dei pochi punti fermi su cui si regge il debole governo transitorio. IN MARCIA Continua il cammino dei ribelli nordugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) verso i due “punti di raccolta” in sud Sudan stabiliti dall’accordo per il “cessate il fuoco”, firmato tra Lra e governo ugandese il 26 agosto a Juba, la capitale sudsudanese. Un segnale positivo, che lascia ben sperare per la tenuta di una intesa che di fatto riconosce, pur senza nominarla apertamente, un’amnistia per i capi ribelli. A partire dal leader storico dello Lra, Joseph Kony, e dai suoi più fidati e potenti luogotenenti Vincent Otti, Okot Odhjambo e Dominic Ongwen, tutti con un mandato di cattura internazionale sulla testa, emesso un anno fa dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. E proprio ieri i giornali ugandesi riportavano la notizia di un incontro tra Dominic Ongwen e alcune personalità dell’esercito ugandese e della società civile dei distretti settentrionali colpiti dalla ventennale guerra. Un incontro durato quattro ore, durante il quale il capo Lra ha ricevuto viveri per i ribelli diretti a nord. Ma ha anche parlato con il ministro degli interni ugandese, capo della delegazione governativa ai colloqui di Juba. Che proprio in queste ore dovrebbero riprendere, in un clima di cauto ottimismo. L’articolo è apparso su Il Riformista oggi in edicolaNotizie - Categorie
Il titolo, "Lettera22". Il sottotitolo: "L'unica linea che un giornalista è tenuto a rispettare è quella ferroviaria...", lo slogan della nostra Associazione. La trasmissione radiofonica che gli dà voce va in onda il martedì alle ore 15,30 sulle frequenze di Radio Popolare Roma (103.3)














