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SANTARCANGELO, IL FASCINO TOTALITARIO DEL CONTEMPORANEO 28/7/10

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Un excursus su alcuni spettacoli visti all'ultima edizione del festival di Santarcangelo. Dove sembra che il teatro non cominci mai e molto spesso si parla di fine di Graziano Graziani

Libertà è partecipazione, diceva Giorgio Gaber. Ma partecipazione è libertà? C’era un che di straniante nel vedere piazza Ganganelli piena di persone che, con le cuffie in testa, seguivano le istruzioni di Roger Bernat in Domini públic. Perché includere lo spettatore, nel lessico del teatro contemporaneo, si traduce con democrazia, pubblico attivo, orizzontalità. Ma in quelle persone radiocomandate come Ambra Angiolini da Gianni Boncompagni ai bei tempi di Non è la rai non suggeriva né democrazia, né attività, né orizzontalità. E non è solo l’artista catalano a sperimentare questa deriva: se lui lo fa in piazza, Fagarazzi & Zuffellato la portano in teatro, impiegando dei volontari bendati che, maschere in volto, vengono diretti e filmati per ricreare a posteriori un film che si muove (evocandolo in frammenti audio) lungo il mare magnum del thriller. Sia l’uno che gli altri si dicono consapevoli dei limiti del meccanismo, e in Enimirc si chiede ai partecipanti se credono ci sia libertà d’espressione nello spettacolo. Niente di inaspettato, l’arte è oggi un moloch che una volta individuata un’ambiguità del reale incorpora questa e, precauzionalmente, anche il suo contrario. Se nel caso di Domini públic l’associazione spontanea che viene da fare è col videogame e il gioco di ruolo, ritenute da alcuni studiosi le forme aperte della narrazione contemporanea, in Enimirc lo spunto ci porta altrove, verso un’idea di costruzione del senso che tira in ballo la postproduzione, ricordandoci che le immagini in sé non hanno senso, ma è il nostro cervello ad assegnarglielo. Enimirc, inoltre, traccia un’estetica visionaria e accattivante, che in Domini públic è assente, perché chi è fuori è escluso, il centro è tutto in chi partecipa, andando a disegnare un diagramma delle differenze umane, che a volte fa sorridere, a volte riflettere. Ma una cosa la mettono a fuoco ambedue, e cioè che forse l’idea di partecipazione, nel mondo del televoto, è un campo semantico conteso tra differenti visioni del mondo, e che va ripensata per essere pronunciabile.
Language della performer bulgara Snejanka Mihaylova si sviluppa invece come un percorso. La prima tappa la cura lei stessa, presentando la sua personale e arbitraria ideazione di una lingua naturale basata sulle farfalle e sulle scale di colore, che sarà alla base del lavoro. Quaranta minuti di un discorso astruso che si rivela poi totalmente sconnesso dalle due tappe performative che seguono, affidate a due artisti ospiti, un musicista e un performer. Lungo quella che si rivelerà, per lo spettatore, una sorta di via crucis, ci si chiede con insistenza quando comincerà il teatro. Ma purtroppo la risposta è mai, perché il teatro è del tutto espulso da Language, in favore di un discorso sul teatro. Una riflessione respingente per il pubblico, che evidentemente è l’ultimo degli interessi per questa artista, autrice di un lavoro in linea con una certa tendenza estetica che vede nel teatro un mezzo per celebrare la speculazione filosofica. Peccato che il pubblico non sia tra gli iniziati di questo rito, perché gli spunti iniziali possiedono un certo fascino, ma starebbero meglio nell’ambito di una mostra d’arte, dove ognuno vive la fruizione secondo il proprio tempo, e non certo in teatro dove i tempi sono dettati dallo spettacolo e da chi lo fa, mentre chi guarda non può fare altro che subirli.

e la fine del mndo...

Santarcangelo 2010 o Santarcangelo 2012? Sembrerà una battuta scontata, ma è davvero impressionante vedere raggruppati così tanti spettacoli che parlano a vario titolo della fine, di una cesura netta e violenta del tempo, spezzato in un prima e un poi, un prima e un mai. C’è chi la fine la incorpora già nel titolo, come Babilonia Teatri che citano i Doors, o «Finale del Mondo» di Teatro Sotterraneo, che gioca con la finale del mondiale di calcio – ma è impossibile non vedere l’ombra del ragionamento sulla fine della specie dei loro ultimi lavori. C’è chi la declina nella sfera individuale, quella intimista del “periodo nero” di Cosmesi e la fine dell’altro da sé della scena del crimine allestita da Fagarazzi & Zuffellato. Ci sono le deflagrazioni dei Portage e chi urla “me ne frego del futuro”, come Filippo Timi nel suo monologo. All’incertezza di un futuro difficile da decifrare, la giovane generazione del teatro italiano sembra opporre lo spettro della fine. Di un’apocalisse che, nel senso etimologico del termine vuol dire “rivelazione”, forse in questo senso attesa, persino reclamata.
Il teatro predica la fine, ma prima di tutto la pratica. Quasi tutti questi lavori si inerpicano lungo un crinale che nega il teatro come linguaggio specifico, la sua capacità di dire in quanto teatro, predicando la necessità di uscire da sé (verso l’arte, l’audiovisivo, la musica) o di implodere nell’autorefenzialità meta-artistica – e il primo lavoro di Codice Ivan, e le premesse del nuovo, sono da questo punto di vista emblematiche.
C’è vita oltre il teatro? Ovviamente solo chi vivrà potrà dirlo
.

 

(questo articolo è pubblicato anche su Zona 22)

 

 

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