Il diario da Kabul di Emanuele Giordana
IL DIARIO DA KABUL DI EMANUELE GIORDANA
Appunti da una città sulla linea del fronte
Obarra0 Edizioni 2010
In libreria da Mercoledì 19 Maggio 2010
Emanuele Giordana, giornalista e fondatore di Lettera22, torna a parlare di Afghanistan, paese che ha seguito nelle alterne vicende politiche sin dal suo primo viaggio nel 1974.
Diviso in due sezioni, Noi e l’Afghanistan e L’Afghanistan e noi, il libro non vuole essere un’indagine sui perché della guerra, ma un diario che racconta la situazione e gli eventi di oggi da un’altra angolazione, che consente di osservare afgani e occidentali convivere e sopravvivere in una città da oltre trent’anni sulla linea del fronte.
Un punto di vista di forte impatto che affronta e analizza anche l’attuale vicenda dei medici di Emergency.
Con la rara qualità di conciliare dramma e ironia, mai a discapito di un’analisi critica e profonda dei fatti, l’autore raccoglie le riflessioni e le impressioni personali già in parte affidate al suo blog e che non trovano spazio nel veloce avvicendarsi di notizie sulle pagine dei quotidiani. Ne emerge la cronaca di un paese e di un popolo più complessa di quella riportata dalla retorica mediatica.
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LIBRI: DIARIO DA KABUL, DI EMANUELE GIORDANA
(AGI) - Roma, 19 mag. - Diplomatici, militari, funzionari dell'Onu, cooperanti, attivisti delle organizzazioni non governative. In Afghanistan, Paese in guerra da trent'anni, esiste una nuova categoria sociale che conta ormai diverse decine di migliaia di occidentali: gli expat, protagonisti dagli alti salari di un conflitto dove gli afgani restano sempre sullo sfondo di un quadro essenzialmente dipinto da "noi", cosi' lontani da "loro" da sembrare gli attori di due diverse commedie umane drammatiche e inconciliabili. Emanuele Giordana, tra i fondatori dell'associazione giornalistica Lettera22 e da poco alla guida dell'agenzia NTNN, torna a scrive dell'Afghanistan utilizzando nel suo 'Diario da Kabul.Appunti da una citta' sulla linea del fronte' (Edizioni ObarraO, pp 120, euro 10) diversi registri: analisi, ironia, racconto, riflessione. E coniugando l'esperienza da inviato ai pensieri confidati al suo blog, e che sui giornali non sembra aver senso scrivere, racconta una guerra diversa da quella che siamo abituati a leggere o vedere in tv. Un conflitto dove i contractor stanno superando in numero i militari in divisa, dove la guerriglia talebana e' un'entita' per lo piu' ignota e dove logiche economiche perverse -dal traffico dell'oppio al business dell'acqua minerale per le truppe- disegnano parte del pantano in cui, dice Giordana, pare essersi arenata la Nato e l'iniziativa politica occidentale. Se ne potra' parlare domani con l'autore alla libreria 'Bibli' di Roma, dove il volume sara' presentato da Eric Salerno e da Alberto Negri.
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AFGHANISTAN: GIORDANA, URGE SVOLTA IN STRATEGIA, PIU' RESPONSABILITA' A FORZE LOCALI =
SERVE DIBATTITO ANCHE IN ITALIA, COINVOLGERE OCI ACCANTO ALLA NATO
Roma, 21 mag. - (Aki) - Ci vuole una "svolta a centottanta gradi", bisogna
investire di più sul processo di pace in Afghanistan se si vuole evitare il
fallimento. La vede così Emanuele Giordana, fondatore e direttore di
Lettera22, profondo conoscitore dell'Afghanistan, dove si è recato più volte,
la prima nel 1974, soggiornandovi per lunghi periodi. "Bisogna affidare
maggiori responsabilità agli afghani - spiega Giordana in un'intervista ad
AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL - e mettere in piedi una serie di iniziative che
appoggino il processo negoziale".
Tra queste iniziative, particolarmente utile sarebbe "una conferenza internazionale con i Paesi confinanti
dell'Afghanistan: India, Pakistan, Cina e Iran", paesi che hanno interessi in
Afghanistan e "devono accompagnare il processo negoziale", spiega Giordana,
il cui libro 'Diario da Kabul, appunti da una città sulla linea del fronte' è
da poco in libreria. "Si rischia di andare avanti all'infinito - aggiunge - è
questo non sarebbe tollerabile anche dal punto di vista militare".
"Se fosse ridisegnata la strategia - dice ancora l'autore - anche la presenza dei
nostri soldati potrebbe avere più senso. In questo momento si sta chiedendo
loro di risolvere un problema che deve essere risolto dalla politica e non
dai soldati". Soldati come poliziotti, per il giornalista, che al momento
"stanno purtroppo combattendo una guerra che è diventata un pantano. Dove
nessun governo, compreso quello italiano, indica una strada precisa per la
pace, che è il primo obiettivo". (segue)
AFGHANISTAN: GIORDANA, URGE SVOLTA IN STRATEGIA, PIU' RESPONSABILITA' A FORZE LOCALI (2) =
Roma, 21 mag. - (Aki) - Seppure il generale americano Stanley McChrystal,
comandante Nato in Afghanistan "in qualche forma abbia cambiato passo, questo
non è ancora sufficiente. Il peccato originale è avere affidato a un militare
le sorti dell'Afghanistan", aggiunge Giordana. "Obama - afferma - avrebbe
dovuto indicare come uscire dal conflitto senza pensare che un soldato, per
quanto bravo, possa cambiare le sorti della guerra". E spiega: "Non spetta
certo al generale, il cui compito è chiedere più soldati per le operazioni
sul terreno, guidare il processo di pace, che è l'obiettivo
principale".
"Questo è un compito del governo afghano - dice - che dovrebbe
esser supportato dalla comunità internazionale, le cui strategia non è però
molto chiara". Per il giornalista, nel paese crocevia dell'Asia "c'è una
società civile piccola ma vivace, in un certo senso uno dei pochi prodotti
positivi del conflitto". Ma per far sì che emerga "deve essere appoggiata di
più e forse c'è ancora tempo per farlo, per fare in modo che la sua voce si
senta".
Quello che emerge chiaramente, per il fondatore di Lettera22, è "un
grande vuoto politico, dovuto a un'assenza di dibattito, che manca in Italia,
come in Spagna, come negli Stati Uniti". Dove la parola dibattito "significa
decidere cosa si vuol fare: uscire dalla guerra o trincerarsi dietro la
parola terrorismo, il cui significato ormai è diventato molto relativo,
perché sembra nascondere in realtà tutta una serie di problemi che noi non
sappiamo risolvere". (segue)
AFGHANISTAN: GIORDANA, URGE SVOLTA IN STRATEGIA, PIU' RESPONSABILITA' A FORZE LOCALI (3) =
Roma, 21 mag. - (Aki) - Giordana fa un appello a chi questa guerra l'ha
intrapresa: "E' venuto il momento in cui è necessario che la politica faccia
una riflessione, anche nel nostro paese". E confessa di sentirsi un po'
stufo, ogni volta che muore un soldato italiano, di sentire "chi dice
'Portiamo via i soldati', o chi dice 'Lasciamoli lì', senza sapere perché".
Secondo il giornalista, "il rischio di una nuova guerra civile esiste,
dipende naturalmente se si fa effettivamente un negoziato oppure no".
Si deve pensare "ad avviare un processo negoziale serio, che potrebbe anche
durare molto tempo, e non soltanto a portare i nostri soldati a casa, ma
anche a come creare una forza di appoggio, una forza di garanzia del processo
di pace, che possa monitorare la tregua". Una forza che, per il giornalista,
"non può essere solo la Nato, fatta solo di paesi occidentali". Un'ipotesi
quella di Giordana, forse "impossibile", ma che vede una partecipazione più
estesa della comunità internazionale, finora non considerata.
Per il futuro dell'Afghanistan, il giornalista immagina "un mandato più forte delle Nazioni
Unite e magari un accordo con i Paesi musulmani, quelli ad esempio
dell'Organizzazione della Conferenza Islamica". Indispensabile per il
fondatore di Lettera22 "che gli afghani sentano, e questo vale sia per i
talebani che per il governo che per la società civile, che dietro di loro c'è
effettivamente la comunità internazionale, non una parte". Mentre ora la
sensazione che li pervade "è che ci siano secondi fini. Gli afghani lo
pensano del Pakistan, lo pensano degli Stati Uniti o della Gran Bretagna.
Questo non deve succedere", conclude. (Chiara Aranci)
Diario da Kabul: l’Afghanistan da “sfatare” del libro di Giordana
A cura di Enrico Sbaffoni • 21 Maggio 2010
Le cause affaristiche di una guerra criminale; gli interessi strategici e geopolitici globali; il fondamentalismo islamico, foraggiato e strumentalizzato per anni dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica grazie all’azione del Pakistan e dei suoi servizi segreti; il business della guerra e quello della ricostruzione; la complessità di una regione che sin dall’antichità è stata il crocevia dell’Asia; il traffico di droga (dall’intervento militare americano ad oggi, la produzione di oppio afghano è arrivata a costituire oltre la metà dell’intera produzione mondiale); le strategie politico-militari per uscire dal “pantano” afghano; sono tutti temi, questi, di straordinario interesse ma la cui importanza è tale soprattutto ad uno sguardo occidentale. Dietro tutto questo si nasconde, da parte nostra, una grande ignoranza su quella che è la realtà del paese e sui modi in cui, concretamente, locali e occidentali convivono in Afghanistan. Tanto più questo vale per il nostro paese, dove si parla di Afghanistan solo quando ci si occupa delle truppe italiane e spesso, come in questi giorni, per raccontare (e sfruttare a vari livelli) degli eventi luttuosi.
A colmare questo buco antropologico contribuisce il libro Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO edizioni), scritto da Emanuele Giordana, giornalista esperto di Asia, fondatore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera 22 e, tra l’altro, direttore responsabile dell’agenzia Amisnet.
Raccogliendo le riflessioni e le impressioni personali già in parte affidate al suo blog e andando oltre l’ossessione per la notizia che normalmente tiranneggia l’attività giornalistica, lo scrittore fa emergere la cronaca di un paese e di un popolo più complessa e più “viva” di quella solitamente riportata dai media, coniugando a questa prospettiva inedita l’analisi critica e profonda dei fatti.
Uno degli esempi più macroscopici della miopia occidentale nei confronti della realtà afghana è il caso di Ramazan Bashardost, candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 2009, che Giordana ha incontrato e di cui parla nel libro. Bashardost ha ottenuto circa l’11% dei voti ed è risultato terzo per consensi ottenuti (senza far ricorso, peraltro, ai brogli di cui si sono avvalsi i due maggiori contendenti, Karzai e Abdullah). Il suo risultato, però, non ha avuto alcuna eco in occidente, così come il fatto che non ha preso voti solo tra gli appartenenti alla sua minoranza, la hazara, ma anche nelle aree pashtun, tagiche e tra i turcofoni del nord (tutti in larghissima maggioranza sunniti, al contrario degli hazara che sono sciiti).
Un altro aspetto passato sotto silenzio, in questi tempi di exit strategy, è il fatto che gli afghani, secondo quanto riporta Giordana, preferiscano l’occupazione al disimpegno dei paesi occidentali.
In una prospettiva globale, gli Usa hanno intenzione di lasciare Iraq e Afghanistan per concentrarsi su altre e ben più importanti “partite” nel Risiko geopolitico (Cina e probabilmente Russia) ma abbandonare a sé stesso un paese lacerato da trent’anni di permanente conflitto interno potrebbe equivalere a farlo precipitare in una situazione di endemica guerra civile.
Innanzitutto sarebbe auspicabile far cessare i bombardamenti; quindi, con la smobilitazione degli eserciti occidentali, si dovrebbe stabilire la garanzia di una forza di interposizione internazionale in modo da avviare un negoziato. Tale forza non dovrebbe essere formata dai paesi della Nato, verso cui gli afghani non potrebbero nutrire alcuna fiducia (anche con un mandato da parte del consiglio di sicurezza dell’Onu) ma, in un riposizionamento radicale del quadro delle alleanze, dovrebbe fare perno sul coinvolgimento dei paesi vicini e, in modo particolare dell’Iran (chiave di volta per gli equilibri dell’intera regione), anche attraverso l’Organizzazione della Conferenza Islamica.
Diario da Kabul
Afghanistan - di Pietro Costanzo, 06/06/2010
Aghanistan 2010: Emanuele Giordana, giornalista dalla lunga esperienza sul campo, raccoglie in questo libro quanto ha scritto negli ultimi anni, mettendo insieme i “pensieri liberi” riversati nel suo blog con le analisi e gli articoli pubblicati per quotidiani, riviste, radio, tv. Il risultato è una sintesi attenta, che mette in evidenza gli aspetti della vita vera in Afghanistan, quella dei militari e quella dei civili, quella degli expatriates e quella dei locali.
Noi è l'Afghanistan, l'Afghanistan e noi
Giordana divide così il suo libro, due parti in cui tenta di dare due visuali diverse, per poi arrivare ad una conclusione dura ma realistica: siamo in Afghanistan ma lo guardiamo solo con i nostri occhi. “Anche quando ci sforziamo di raccontare gli altri, finiamo sempre per parlare di noi”, afferma.
La comunità internazionale agisce sul quel territorio dalla storia e dalle tradizioni millenarie, spesso soprassedendo alle necessità ed alle caratteristiche reali della popolazione e dello Stato afghano, combattendo anzitutto contro le proprie ambiguità interne.
La prima conseguenza, da italiani, nota giustamente l'autore, è che non possiamo pronunciare la parola guerra; ma di più, è estremamente delicato raccontare anche solo che i nostri soldati facciano uso di armi in battaglia.
Questo tabù è però un limite culturale, una barriera che sembra impedire alla nostra politica ed alla nostra società civile di uscire dal pantano di un dibattito sterile e odioso che sembra solo voler semplificare: facciamo la guerra o portiamo la pace?
Racconta l'autore, invece, delle mille sfumature, delle particolarità di un missione internazionale che vive la tragedia quotidiana di scelte difficili e complesse; racconta di persone, militari o civili, che vivono in una realtà lontana da noi, ma per la quale noi decidiamo.
È possibile fare altrimenti?
Scriveva Tolstoj in Guerra e Pace: “ogni uomo vive per sé, si vale della libertà per il raggiungimento dei suoi fini personali e sente con tutto l’essere suo che egli può sull’istante fare o non fare la tale azione; ma appena l’ha fatta, questa azione, compiuta in un certo momento, diventa irrevocabile e diviene patrimonio della storia, nella quale ha una portata che non è libera ma predeterminata”.
Il realismo imposto dalla guerra suggerisce che no, non è possibile avere un approccio al problema con gli occhi dell'altro. Cionondimeno, lo sforzo da tentare è quello di guardare al problema insieme all'altro, cercare di decidere insieme e cercare di farlo consapevolmente, così che le nostre azioni siano determinate da libertà e la storia possa fare il suo corso senza che sia il caso a dettare le sorti.
In questo caso l'altro e l'afghano, anzi è l'Afghanistan: con tutte le sue complessità e le fazioni coinvolte in questo conflitto che è insieme una guerra americana, una guerra della NATO, un disordine civile, una battaglia geopolitica, un tentativo di portare aiuto.
Emanuele Giordana ci guida bene in questo sforzo di comprensione: parla di noi, e ci racconta del lavoro dei militari, dei diplomatici, delle organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, dell'ossessione per la sicurezza, del grande business della guerra e della sua incredibile logistica.
Parla degli afghani e ci racconta dei talebani, dei toelettatori per cani diventati i nuovi burocrati, delle loro particolarità.
Inoltre, l'autore non evita di trattare anche alcune spinose questioni di politica nazionale internazionale (dalle nomine diplomatiche al “caso Emergency”), relative anche alle posizioni della politica italiana .
Tutto questo senza di perdere di vista la domanda fondamentale: ma gli afghani, la maggioranza di loro, che ruolo hanno in tutto questo?
Pietro Costanzo
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Liberazione 23 giugno 2010
In libreria “Diario da Kabul”, un viaggio nella guerra
Nel labirinto afghano senza buoni e cattivi
Martino Mazzonis
In questi giorni le truppe britanniche
di stanza in Afghanistan hanno compianto
il loro 300esimo morto. Gli
italiani sono più fortunati, gli americani
molto meno. I civili afghani, sono
i più sfortunati di tutti. In questi
giorni da Washington arrivano notizie
preoccupate sulla possibilità di
cominciare a ritirare le truppe entro il
prossimo anno. I talebani, come ogni
estate, sono all’offensiva e tutto sembra
come era. Se i media avessero attenzione,
curiosità, voglia di raccontare,
testimoni, giornalisti capaci di
farci capire e appassionare, ce ne sarebbero.
Uno è Emanuele Giordana,
che in questi giorni ha pubblicato un
suo “Diario da Kabul” (Appunti da
una città sulla linea del fronte, ObarraO,
10 euro). Con lui il lettore potrà fare
un breve viaggio per le strade polverose
della capitale afghana, per i suoi
locali notturni per reporter e cooperanti
spaesati o scoppiati, per i baldi
gorilla delle multinazionali della sicurezza,
per i suoi alberghi, per le sua
ambasciate e persino nelle sale operatorie
degli ospedali pubblici.
Non è un trattato su guerra e pace,
non è un rapporto di un think-tank e
neppure una cronaca di guerra. E’ un
diario vero, pieno di incontri, riflessioni,
impressioni, personaggi. E’ il
lavoro di un giornalista che non vuole
spiegare il mondo o trasmettere
certezze ai lettori, ma dare informazioni
- divertenti e curiose - farci scoprire
che anche mentre ci si spara,
mentre i kamikaze si fanno saltare in
aria e i droni colpiscono le grotte sulle
montagne, la vita in qualche modo
scorre. Nelle case, come nelle caserme,
dove scopriamo che i soldati sono
sospettosi verso i civili tanto
quanto lo siamo noi nei loro confronti,
oppure che il contingente spagnolo
è più simpatico degli altri. «In
Afghanistan ho capito che non ci sono
militari buoni o cattivi (tutt’al più
c’è una minoranza sempre più esigua
di imbecilli gasati) ma soldati che una
decisione politica impegna in un determinato
teatro». Parlando di
un’esperienza in un campo militare
dove è finito per tre giorni, Giordana
racconta della reazione furiosa ad un
suo scritto sul blog su quella permanenza.
Informate e ben fatte sono le pagine
sui talebani, per forza di cose meno
diaristiche, sulle loro prospettive, sul
loro essersi trasformati in forza nazionalista
e, alle origini, in forza rassicurante
e di ordine in un Paese nel caos,
devastato dalla guerra civile e dalla
cacciata dei sovietici. «Mi obbligano
ad andare in moschea e a vedere le
esecuzioni capitali, ma mia figlia torna
a casa senza essere aggredita», spiega
un ingegnere. Come informate e
lucide sono le pagine sul futuro dell’Afghanistan.
Giordana è sempre stato
contrario all’invasione. Ma oggi è
passato del tempo e gli afghani, «ti
spiegano di essere favorevoli alla presenza
straniera». Tranne i pashtun, i
più solidali con i talebani e i più colpiti
dal conflitto. Ma anche gli americani
vogliono davvero una via
d’uscita da una guerra sempre più impopolare.
La risposta di Giordana è
articolata e senza scappatoie ideologiche
in un senso e nell’altro.
LIBRI: AFGHANISTAN, COS'E' E QUALE GUERRA SI COMBATTE
(NOTIZIARIO LIBRI)
ROMA
(ANSA) - ROMA, 2 LUG - EMANUELE GIORDANA: 'DIARIO DA KABUL' (OBARRAO;
118 PAG. 10 EURO) - Genericamente la parola talebano ci fa venire in
mente l'immagine di accigliati uomini barbuti che, armati di moschetti
o nel migliore dei casi di grp, si affollano su vecchi e sbuffanti
camion che affrontano lande pietrose e deserte. Provengono dal contorno
destro della fotografia e proseguono oltre il bordo sinistro. Qualcuno
si ricorderà una generica definizione: studente di religione (taleb) e
la connotazione di combattenti pashtun nati in Afghanistan nel 1993 e
in seguito finanziati nelle scuole coraniche (madrasse) dal Pakistan.
Davanti all'obiezione che per studente si intende qualcuno che porta a
termine un corso in un certo periodo e che questo si svolge in
specifici parametri anagrafici, crollava ogni certezza. In realtà di
talebani e quant'altro - mediamente - la gente in Italia ne sa
pochissimo. Così come pochissimo si sa dell'andamento della guerra nel
martoriato paese asiatico: cioé, si sa che le forze della coalizione
sono impantanate in un macello nonostante l'ultima sbandierata
offensiva dai risultati molto molto limitati; si sa meno in merito al
defenestramento del grande capo delle forze armate MacChrystal e meno
ancora si sa su come è possibile che un numero imprecisato di barbuti
aggressivi ma ignoranti, male armati e peggio equipaggiati, privi di
aviazione, possano tenere in scacco da anni l'esercito più tecnologico
e meglio armato della storia umana. Certo, quei quattro disgraziati
abbigliati in salwar qameez hanno dalla loro parte un territorio in
parte impervio e montagnoso e la coltivazione di oppio che li ha
trasformati in narcos d'Oriente, capace di realizzare dai 200 ai 400
milioni di dollari l'anno (forse sufficienti per pagare un esercito
benché sfilacciato ma forse non provvedere a un continuo
approvvigionamento di armi). Ma questo non basta a spiegare la
situazione. Un aiuto lo fornisce il giornalista Emanuele Giordana con
il suo ultimo libro 'Diario da Kabul', città e Paese (l'Afghanistan)
che conosce bene e dove, dal 1974, torna con frequenza. Un libro che è
una guida della città oggi (per eventuali avventurosi amanti del
rischio) e, soprattutto, il tentativo di fornire indicazioni utili, a
noi occidentali bombardati e frastornati di nozioni e notizie, su cos'é
l'Afghanistan e chi sono gli afghani. Perché una cosa è certa: la
guerra che conosciamo non è quella che si sta combattendo ma la
"nostra" guerra. Né quella dei talebani o chi per essi, né tantomeno -
e di questo Giordana si fa un cruccio - quella della popolazione,
costretta a subire occidentali da un lato e fondamentalisti, banditi,
mujaheddin, talebani dall'altro. Una popolazione stremata da una guerra
cominciata con l'invasione dell'Armata rossa nel 1979, proseguita con
una sanguinosa guerra civile che si è internazionalizzata dopo l'11
settembre. Data che proprio qui ha prodromi forse mai approfonditi:
l'assassinio di Shah Massud. Ma tant'é: Giordana ci spiega, ad esempio,
che i talebani non sono un gruppo omogeneo e coeso, ma una realtà
frammentata e non sempre in sintonia, che vive in parte al di qua in
parte al di là del confine con il Pakistan. Elemento che rende ancora
meno chiara una corretta lettura della situazione. Una chiave può
essere il fatto che la guerra, e questa in particolare, è un affare per
molti. Non fosse altro che per il mantenimento dell'esercito in loco
(logistica; spaventoso giro di mazzette per garantire il transito di
vettovagliamenti e rifornimenti) e per le società private di mercenari,
contractors che svolgono il lavoro sporco. Ma Giordana è anche convinto
che la maggior parte degli afghani si augura, per ragioni diverse, di
ordine pubblico e sociale, che gli stranieri rimangano. Incantato dal
melmastia (ospitalità), lui questo paese lo ama, tanto da tornarci
anche in questi ultimi mesi, e non certo per gustarsi lo squisito
mazari palau al Jamil Restaurant, e da sottoporsi perfino a un
intervento chirurgico. (ANSA).
DO/ S0B QBXB (Francesco De Filippo)
L’Afghanistan di Giordana
Diritti e rivesci blog di Giampaolo Cadalanu su Repubblica.it 4 luglio 2010
E’ troppo citare le Lezioni americane di Italo Calvino per segnalare un agile saggio giornalistico? Secondo me, no. Soprattutto se la lezione messa in pratica nelle pagine di “Diario da Kabul“, di Emanuele Giordana (edizioni OBarraO), è quella sulla leggerezza. E’ una dote rara, in questo genere di libri: un rigore inattaccabile e allo stesso tempo un linguaggio semplice, con un filo di ironia e un grande rispetto per le persone coinvolte nelle tragedie afgane. Il racconto, derivato dal blog di Emanuele, si dipana per scene quotidiane, con un occhio asciutto ma sempre partecipato. L’autore, da cronista di razza, evita di prendere troppo sul serio la “missione” dei giornalisti e le crociate dell’Occidente, ma tiene al centro della narrazione gli afgani: come vivono, come sopportano la presenza degli stranieri, come alla fine saranno loro, senza dubbio, a salvare se stessi e il proprio Paese. Il libro, insomma, è la lettura giusta per chi voglia capire che cosa è oggi l’Afghanistan, senza affrontare tomi di Storia o analisi militari.
AFGHANISTAN/IL D IARIO DI GIORDANA
Leopoldo Tartaglia
Rassegna sindacale luglio 2010 n.26
Emanuele Giordana,
giornalista e
fondatore di
Lettera22, torna a parlare
di Afghanistan,
paese che ha seguito
sin dal suo primo viaggio
nel 1974. Diviso in due
sezioni, Noi e l’Afghanistan
e L’Afghanistan e noi,
il suo
Diario da
Kabul,
appunti
da una
città
sulla linea
del fronte
(Milano,
ObarraO,
pp. 120,
euro10,00),
è un libro che racconta gli
eventi da un’angolazione
originale, osservando
afghani e occidentali
convivere e sopravvivere
in una città da oltre
trent’anni sulla linea del
fronte. Diplomatici,
militari, funzionari
dell’Onu, cooperanti,
attivisti delle
organizzazioni non
governative: in
Afghanistan esiste una
nuova categoria sociale,
gli expat, che conta ormai
diverse decine di migliaia
di occidentali. Protagonisti
dagli alti salari di un
conflitto dove gli afghani
restano sempre sullo
sfondo di un quadro
essenzialmente dipinto da
“noi” occidentali, così
lontani da “loro” da
sembrare gli attori di due
diverse commedie umane
drammatiche e
inconciliabili, per quanto
inesorabilmente
intrecciate.
L’autore coniuga la
cronaca da inviato alle
riflessioni affidate al suo
blog, incluse alcune
“raccomandazioni
politiche” finali, di grande
competenza. Giordana
racconta i retroscena di
una guerra diversa da
quella che ci viene
presentata sulla carta
stampata e in tv, solo in
occasione dei “nostri”
morti, impegnati in una
“missione di pace”.
Un conflitto dove i
contractor stanno
superando in numero i
militari in divisa, dove
la guerriglia talebana
non è l’entità per lo più
ignota e indifferenziata
che ci viene spesso
presentata, ma si muove
su proprie motivazioni,
anche contraddittorie
tra i diversi gruppi, e
dove logiche economiche
perverse – dal traffico
dell’oppio al business
dell’acqua minerale per le
truppe – disegnano parte
del pantano in cui paiono
essersi arenati gli Usa, la
Nato e gli occidentali.
Da un punto di vista di
forte impatto si affronta e
analizza anche la recente
vicenda dei medici di
Emergency. Sapendo
conciliare dramma e
ironia, mai a discapito di
un’analisi critica dei fatti.
Ne emergono un paese e
un popolo ben più
complessi di quanto
riportato dalla consueta
retorica mediatica.
Il Messaggero 12/7/10
Diario da Kabul
Giordana e gli Afghani, protagonsiti invisibili
di Eric Salerno
Perché siamo in Afghanistan? Una domanda che suscita polemiche tra i nostri politici, negli ambienti militari e in quelli pacifisti, e che trova ospitalità puntualmente ogni qualvolta le notizie che rimbalzano da quel paese parlano di italiani morti o feriti o arrestati o preso ostaggio. Se ci limitiamo a guardare i pochi servizi televisivi o reportage sui quotidiani, i protagonisti di quel conflitto non sono gli abitanti di quel paese straordinario incastonato tra Occidente e Oriente; non sono gli uomini e le donne che riuscirono, nei secoli, a sbarazzarsi delle mire espansionistiche di conquistatori come Alessandro il Grande o dei dirigenti dell’impero sovietico.
Emanuele Giordana, uno dei pochi giornalisti italiani ad aver conosciuto quella regione decine di anni prima dell’attuale scontro e di quello che portò alla miserabile sconfitta dell’Armata rossa, ci offre uno strumento agile per capire non tanto il conflitto in atto quanto i suoi “protagonisti”.
“Noi e l’Afghanistan” e “L’Afghanistan e noi” sono le sue parti specchianti del suo accattivante diario da Kabul. Giordana racconta ciò che non troviamo su giornali o in tivù. Scetticismo e cinismo si incrociano quando descrive l’expat: il corrispondente di guerra o l’operatore di un’ong (non mancano le critiche a Emergency), il diplomatico talvolta alle prime armi e carico d’incerto entusiasmo e degli intrighi del suo mondo. Storie in parte pubblicate a caldo, sul blog dell’autore ancora in viaggio. Quando il buio imponeva cautela e il blocco degli spostamenti, l’inviato appuntava perplessità e piccole certezze colte in un mare di ambiguità. Come quando ci spiega come muoiono gli afgani, come soffrono gli afgani, come la società civile è debole; e dall’altra parte delle barricate, come in ogni guerra di questo tipo, c’è chi si arricchisce magari importando l’acqua minerale.
“Questo conflitto è assai più complesso delle semplificazioni che adoperiamo per raccontarlo, dei tabù che ci guidano la penna”: la sintesi obbligata del giornalista, si lamenta Giordana, gli “va stretta”. Ma con poche pagine a disposizione è riuscito a fornire al lettore un panorama umano e comprensibile di Noi, in Afghanistan. E degli Afghani, spesso tra i “protagonisti invisibili” della loro stessa vita.
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Di Afghanistan, qui da noi, si parla soltanto quando ci lascia (o rischia di lasciarci) la pelle qualcuno dei “nostri ragazzi”, come è accaduto ancora in questi giorni, o quando qualche reporter o medico italiano viene arrestato dalle forze governative o rapito dai talebani. Per il resto, sulla intricata matassa di quel lontano paese regna l’ignoranza più assoluta, e i media non fanno molto per colmare il gap. Ragione di più per leggere il bel libro di Emanuele Giordana, Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO edizioni, pagg. 118, euro 10,00): non tanto un’inchiesta sulla genesi di una guerra senza fine, quanto un tentativo di sfatare miti e luoghi comuni sulla realtà di un popolo e di raccontare in presa diretta la tormentata convivenza tra afghani e occidentali. Giordana conosce l’Afghanistan come le sue tasche, ne ha seguito le drammatiche vicende politiche da trentacinque anni, e il suo stile di reportage, asciutto, rigoroso, a tratti ironico, sempre alieno da ogni retorica, aiuta a comprendere risvolti poco noti del cosiddetto intervento “umanitario”. Apprendiamo per esempio che il rapporto tra cooperazione e missione militare mostra per tutti i paesi dell’alleanza un’enorme disparità. Nel caso dell’Italia, se nel 2006 per l’azione civile sono stati stanziati 49,5 milioni di euro, alle truppe ne sono andati 321. La forbice è cresciuta negli anni successivi, toccando 65,3 contro 455 milioni nel 2009, e nel 2010 è destinata ad aumentare ancora. Stiamo parlando di fondi pubblici, di soldi dei contribuenti, e forse invece di suonare le fanfare di un patriottismo di maniera e di raccontare la favola degli “italiani brava gente” sarebbe il caso di discutere come è meglio impiegare questi denari, soprattutto nell’ottica di una ricostruzione del paese.
Ma Giordana è un giornalista onesto, e non risparmia neppure le Ong, a cominciare da quella di Gino Strada. “Se non ci fosse Emergency bisognerebbe inventarla – scrive Giordana – ma non è tutto oro ciò che luccica”. Malgrado la sua immensa popolarità presso il grande pubblico, Strada non è esente dalle critiche dei suoi colleghi. “Due sono i punti oscuri del lavoro pur prezioso di Emergency. Il primo è che è una Ong molto schierata. Troppo. Dalla parte delle vittime, d’accordo, ma col rischio di venir meno ad alcuni imperativi umanitari: l’imparzialità e la neutralità…” L’altro neo – continua Giordana – è che almeno in Afghanistan Emergency opera fuori dal sistema sanitario nazionale in nome di un’autonomia dai governi che è il suo cavallo di battaglia. Gestisce insomma degli ospedali privati, contravvenendo un principio sacrosanto di cooperazione che dovrebbe mirare a non sostituirsi mai al sistema di sanità pubblica del paese”. Sono critiche giuste, o dettate solo dall’invidia? Sta di fatto che il malumore cresce tra i medici afghani e occidentali a Kabul. Il problema esiste, è inutile nasconderlo dietro le magliette con la scritta “Sto con Emergency”. Giordana non è certo sospettabile di simpatie per Frattini o per La Russa, è da sempre amico e sostenitore delle organizzazioni umanitarie, ha perfino lavorato nelle loro file in vari paesi del terzo mondo. Proprio per questo, vale la pena di ascoltarlo anche quando osa parlar male di Garibaldi.
La guerrainfinita raccontata da un cronista vero
Enzo Mangini
Carta 24/7/10
Non sono molti i giornalisti, italiani o stranieri, che scrivono un libro per lasciare al lettore più dubbi che certezze. Eppure è questa la sensazione che si fa strada man mano che scorrono le pagine di «Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte», di Emanuele Giordana [ObarraO, 120 pagine, 10 euro].
Diario, innanzi tutto. Giordana, cronista di grande tatto, rifugge per indole dalle generalizzazioni e dalle formule preconfezionate. Il diario, scritto in soggettiva stretta, senza nascondere la parzialità dell’inquadratura, l’arbitrarietà nella scelta dei temi, i propri gusti personali, consente di procedere per accumulo. Una nebulosa di storie, analisi e aneddoti sulla vita quotidiana di Kabul: la capitale afghana prende forma poco a poco, rivelando gli aspetti meno noti della guerra e rosicchiando le certezze che tutti, chi più chi meno, pensiamo di avere a proposito di quello che si dovrebbe fare in Afghanistan, per il bene nostro e degli afghani.
Solo nelle ultime pagine, quando il lettore è ormai «maturo», arriva l’asso: «Rivendico orgogliosamente di aver scritto, prima dell’attacco del 2001, che questa guerra non andava fatta e resto dell’idea che vi fosse un’altra soluzione - scrive Giordana, che l’Afghanistan lo frequenta da quando era una meta dei viaggi un po’ freak alla scoperta dell’Asia alla fine degli anni settanta - Ma andando laggiù, parlando con la gente, facendo lo sforzo di ascoltare le loro opinioni, tappando la parte del mio cervello che mi forniva risposte preconfezionate, mi sono reso conto che la maggior parte degli afghani, come confermano i sondaggi, non vuol affatto che i soldati della Nato se ne vadano».
A questa opinione, scomoda per chi chiede il ritiro delle truppe subito, corrisponde quella per cui ha ancora meno senso continuare con la guerra così come sta avvenendo. Scrive Giordana che la presenza delle truppe Nato [e in parte del contingente Usa] è, per gli afghani, il «meno peggio», rispetto ai talebani, alla guerra civile che ha dilaniato città e campagne dopo la fine dell’invasione sovietica, alla possibilità concreta che il paese diventi una Somalia asiatica, un gorgo nel cuore del continente più grande e popoloso del pianeta. Il meno peggio, sì, a patto però che la conduzione della guerra cambi e soprattutto che cambi il modo in cui gli occidentali guardano gli afghani. Un aspetto evidente, nel Diario da Kabul, è proprio la cecità dello sguardo occidentale sul paese e i suoi cittadini. L’Afghanistan sfida di continuo i cliché usati per raccontarlo e Giordana, nella sua scrittura diretta, asciutta, cerca di rivelarli a se stesso - è un diario, appunto - prima che al lettore. Lo fa raccontando: di quei bar della vita notturna di Kabul; dei contractors e del business della guerra; dell’operazione di ernia subita all’ospedale pubblico di Kabul; del cibo, degli abiti, dei mercati e dei piccoli piaceri che pure è possibile trovare, a cercare bene, in una città ossessionata dalla sicurezza e dalla paura. Non è leggerezza, è una reazione intellettuale e intima all’orrore che potrebbe essere dietro l’angolo e che aleggia anche in una conversazione rilassata davanti a un té fumante. Perchè la guerra, la paura, spingono a cercare conferma delle proprie idee, al giornalismo embedded, a chiudersi nei compound protetti dalle guardie armate e dai cavalli di frisia, ad attraversare Kabul in convogli corazzati, a colpire dal cielo con i bombardieri, uccidendo centinaia di civili. A trattare, insomma, l’Afghanistan come una cartina geografica su cui muovere le pedine di una partita a scacchi con la guerriglia.
E’ una partita destinata a durare ancora molto a lungo, se non si esce dagli Humvee e dalle garritte. Se non si scommette sugli afghani, non per «vietnamizzare» il conflitto o per affidare il lavoro sporco della lotta «villaggio per villaggio» a un governo che puzza di corruzione ed è inquinato dai rapporti con i signori della guerra. La scommessa è sulla capacità degli afghani di immaginare per il loro paese, oltre le griglie delle appartenenze etniche - altro cliché - un futuro di pace e di faticosa, lenta ma inesorabile ricostruzione.
Da questa prospettiva possono venire indicazioni per il «da farsi». E più che indicazioni sono considerazioni basate sul buon senso del cronista, lontano dai ragionamenti geopolitici, dagli equilibrismi di governi e stati maggiori ma anche dalle formule e dai formulari delle Ong che lavorano per progetti, griglie di excel, acronimi e «buone pratiche». Perché anche un concetto come «società civile» - formula magica a cui si ricorre sempre più spesso per qualsiasi male politico - in Afghanistan [come in qualsiasi paese «reale»] rischia di diventare solo un’altra declinazione dello sguardo occidentale, e un’altra, ennesima occasione sprecata senza imparare a camminare sulla terra con meno orgoglio.
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Il titolo, "Lettera22". Il sottotitolo: "L'unica linea che un giornalista è tenuto a rispettare è quella ferroviaria...", lo slogan della nostra Associazione. La trasmissione radiofonica che gli dà voce va in onda il martedì alle ore 15,30 sulle frequenze di Radio Popolare Roma (103.3)

















