IL LADRUNCOLO E IL VIDEOGAME 9/8/10
Venerdì 10 Settembre 2010 09:51
Oscar non è più un bambino, ma è ancora solo un ragazzetto alle porte dell'adolescenza. Quella dura di un barrio sudamericano, dove bisogna dare una mano in casa e rimediare qualche peso per condividere, coi compagni, un salto alla sala dei videogiochi, l'altra comune passione, con il calcio, di un misero quartiere di una cittadina del Nicaragua. A lui, come a tutti, piace l'ultima diavoleria tecnologica per poter videogiocare fuori dalla sala; ma costa 200 dollari, forse quanto il salario di suo padre. Oscar si scontra, nel breve spazio del corto di Yamin Segal, con la dura realtà: ci sono i figli dei ricchi che si
possono comprare il videogame e quelli come lui, cui non resta che lavorare sodo o, se non ce la si fa, trasformarsi in ladro, anzi in ladroncito, ladruncolo, come recita il titolo del corto di Segal, che sembra addolcire e perdonare una mutazione che appare quasi obbligata. Genetica darwiniana della povertà che si è guadagnata la palma alla rinnovata edizione di “Universo Corto”, filmfestival dedicato alle microstorie raccontate in un pugno di minuti .
IL FILM CHE I GIAPPONESI (FORSE) NON VEDRANNO MAI 22/6/10
Venerdì 10 Settembre 2010 09:51
di Junko Terao
Una piccola baia ripresa dall’alto, una barca, e tutt’intorno il mare rosso sangue: è una delle immagini più impressionanti, tra quelle che circolano sul web, tratte dal film The Cove, che sta creando putiferio in Giappone. Vincitore, appena tre mesi fa, dell’Oscar come miglior documentario, questa produzione statunitense, opera di attivisti animalisti, racconta e denuncia la mattanza di delfini nel villaggio di Taiji, rinomato per la tradizionale caccia al cetaceo.
L'ALTRO UOMO 21/6/10
Venerdì 10 Settembre 2010 09:51
L'uomo che verrà è il film diretto da Giorgio Diritti; è distribuito nelle sale cinematografiche italiane a gennaio. Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano. Piero Pagliani lo ha visto per noi
Dopo “Il vento fa il suo giro” Giorgio Diritti, regista istriano-bolognese, ci regala un altro affresco mirabile sulla vita contadina, le sue durezze, le sue contraddizioni e le sue tenerezze: “L’uomo che verrà”.
Nel primo film, la condizione materiale e culturale contadina era resa tramite un’inversione, tanto paradigmatica quanto del tutto plausibile e priva di didascalismi: Philippe (Thierry Toscan), un ex professore francese che ha deciso di fare il contadino, e la sua famigliola, decidono di lasciare la Francia per “questioni ecologiche” (non può sopportare la centrale nucleare costruita vicino ai terreni dove lavora). Si capisce subito che marito e moglie sono quindi partecipi delle lotte e dell’ideologia “politicamente corretta” (detto stavolta senza ironia) che percorre o percorreva il movimento no-global europeo. Ma il mito urbano della vita bucolica loro lo vogliono realizzare realmente e si presentano nelle terre italiane della lingua d’oc, l’Occitania in provincia di Cuneo. Qui Philippe troverà, per coltivare e per far pascolare le sue bestie, terreni lasciati da contadini che, al contrario, si sono inurbati portandosi dietro miti identitari rancorosi e fossilizzati. Anzi, rancorosi proprio perché fossilizzati, non più vitali, solo pensati e rinchiusi in una sorta di mausoleo. Così il nostro contadino vivrà e lavorerà circondato dal sospetto, dall’incomprensione paradossale (sta facendo proprio quello che solo una generazione prima lì era pratica quotidiana), fino al boicottaggio incarognito.
LE DAME E IL CAVALIERE, IL FILM CHE NON SI VEDE 5/6/10
Venerdì 10 Settembre 2010 09:51
Ci sono delle dame. C'è un cavaliere. Il tutto montato in un documentario sicuramente irrispettoso. E' un film che però non si può vedere, che nessuno si sente di distribuire. Una storia italiana che si chiama
“Le dame e il cavaliere”, documentario realizzato dalla casa di produzione ‘Telemaco’, e che nel Belpaese vedranno in pochi, in qualche cineteca, perché nessuno vuole distribuirlo. Franco Fracassi, regista del film, alza il sipario su una doppia realtà: da una parte quella descritta nel film, dove il sesso e il potere si mescolano per portare avanti gli interessi del premier, dall’altra quella della libertà di informazione, in un paese in cui le verità scomode sono cancellate. Bello o brutto che sia, giusto o sbagliato, irriverente o ipocrita, in Italia non lo si può giudicare. Semplicemente perché non lo si può vedere
Intervista di Francesca Gnetti a Franco Fracassi
IL GIARDINO INCANTATO DI SHIRIN NESHAT 16/04/2010
Venerdì 10 Settembre 2010 09:51
Attilio Scarpellini. Shirin Neshat ha più volte ribadito di non cercare la “bellezza fine a se stessa” nel suo Donne senza uomini .
Ma quando si vede Zarin, la piccola prostituta pelle ed ossa – di gran lunga il personaggio più struggente del film – sdraiata in uno stagno di orchidee è difficile non pensare all’Ofelia di John Everett Millais, e non è l’unica citazione in un’opera che, a dispetto della sua volontà di racconto, continua a trovare nell’immagine, e nel fermo immagine, il suo principale punto di forza. Non si è video-artisti per nulla, insomma. Con le sue manifestazioni stilizzate in coreografie di camicie bianche e pantaloni neri, la sua Teheran rappresa in una fuga di archi, i suoi veli che cadono leggeri e vuoti al posto dei corpi che avvolgono, l’artista iraniana maneggia con disinvoltura metafore e simboli, rischiando la ridondanza e non di rado la calligrafia. Chissà che non sia ancora una citazione, il momento in cui Munis, nero velata in una manifestazione di piazza composta in grande maggioranza da militanti maschi, si volta indietro, unica e sola, nel senso contrario a quello della folla, come l’angelus novus di Paul Klee che per Walter Benjamin rappresentava la malinconica consapevolezza dell’inarrestabile movimento della storia (o come la moglie di Lot che rimase folgorata). Ma alla fine è proprio trasgredendo le leggi del realismo che il suo film si impone, raro esempio di un formalismo politico che con la potenza dell’immagine riesce a sospendere il potere della Storia. La Neshat interpone il corpo ferito delle sue donne ai meccanismi di un evento – la caduta di Mossdeq ad opera della Cia e dello Shah, anno 1953 – che da una parte prosegue la sua corsa rovinosa, dall’altra si interrompe e si apre nell’inattesa meditazione di un giardino dove le quattro protagoniste si ritrovano. Così Donne senza uomini si presenta come un film sdoppiato, tra il possibile e il reale, dove Munis, la suicida, oppressa da un fratello bigotto – prototipo dei futuri pasdaran - risorge dalla terra in cui è stata seppellita e partecipa alle manifestazioni del Tudeh (il partito comunista) in qualità di fantasma, mentre Zarin la prostituta ritrova nel giardino di Fakhiri il corpo che aveva rifiutato. Il possibile di una rivoluzione che nel suo tradimento prefigura tutti i futuri regimi dell’Iran contemporaneo (Amadinejhad incluso) declinato nella fragranza di una liberazione del reale, nella lentezza vegetale con cui le donne della Neshat ( e del romanzo di Shahrnush Panipur a cui il film si ispira) ricrescono, lontane dallo sguardo falcato di padri stupratori, fratelli dispotici, mariti mal amati. Giardino utopico di una sottile liberazione della vita su cui anche i movimenti politici più radicali si sono solo affacciati, senza mai entrarvi.
questo articolo è uscito anche sul settimanale Carta
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