OUT OF JOINT, LA DETROIT DESERTIFICATA DI ANDREW MOORE
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:08
Un orologio da muro rotondo, di quelli che segnavano le ore nelle fabbriche, nelle scuole, nellle biblioteche : la sua plastica bianca si è sciolta e accartocciata sotto il fuoco e ora lascia scorgere un fondo azzurro, lucido e irreale come un cielo. di Attilio Scarpellini
IL LADRUNCOLO E IL VIDEOGAME 9/8/10
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:08
Oscar non è più un bambino, ma è ancora solo un ragazzetto alle porte dell'adolescenza. Quella dura di un barrio sudamericano, dove bisogna dare una mano in casa e rimediare qualche peso per condividere, coi compagni, un salto alla sala dei videogiochi, l'altra comune passione, con il calcio, di un misero quartiere di una cittadina del Nicaragua. A lui, come a tutti, piace l'ultima diavoleria tecnologica per poter videogiocare fuori dalla sala; ma costa 200 dollari, forse quanto il salario di suo padre. Oscar si scontra, nel breve spazio del corto di Yamin Segal, con la dura realtà: ci sono i figli dei ricchi che si
possono comprare il videogame e quelli come lui, cui non resta che lavorare sodo o, se non ce la si fa, trasformarsi in ladro, anzi in ladroncito, ladruncolo, come recita il titolo del corto di Segal, che sembra addolcire e perdonare una mutazione che appare quasi obbligata. Genetica darwiniana della povertà che si è guadagnata la palma alla rinnovata edizione di “Universo Corto”, filmfestival dedicato alle microstorie raccontate in un pugno di minuti .
IL TEMPO PUNTUALE DI DON DELILLO
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:08
C’è un’immagine che apre e chiude Punto Omega, l’ultimo romanzo di Don DeLillo (traduzione di Federica Aceto, Einaudi editore, 2010) e come tutto il libro ha a che vedere con il tempo. E’ quella di uno schermo appeso nella sala di un museo che diffonde un film, Psycho di Alfred Hitchock, ma spasmodicamente rallentato, fino a raggiungere le 24 ore di durata, un tempo assurdo che non consente alcuna visione integrale allo spettatore, tranne a non rassegnarsi a restare chiuso nella sala per un’intera giornata. di Jean RouxSANTARCANGELO, IL FASCINO TOTALITARIO DEL CONTEMPORANEO 28/7/10
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:08
Un excursus su alcuni spettacoli visti all'ultima edizione del festival di Santarcangelo. Dove sembra che il teatro non cominci mai e molto spesso si parla di fine di Graziano GrazianiLE TRE SORELLE SHAKESPIRIANE DI MARTA GILMORE 23/6/10
Mercoledì 08 Settembre 2010 12:08
"Solo il figlio è vivo" (Roland Barthes)
di Attilio Scarpellini. Siena 20 giugno 2010. Sono in tre, seduti su una panca, due ragazze e un giovane uomo. Sono eleganti, le donne in nero, l’uomo un po’ ingessato in un abito quasi matrimoniale. Non assomigliano che a se stessi, agli attori che sono – in ordine di schieramento, Elisa Porciatti, Laura Riccioli e Armando Iovino – e sui loro visi sovreccitati, rivolti al pubblico, passano, come nubi che corrono sul cielo, i segni frementi dell’attesa: ossessivi e deliranti nella prima, che punta il dito verso il nulla, sensuali e sdilinquiti nella seconda, nevrotici e untuosi nel terzo. Sono tre fratelli, anzi, come diverrà chiaro non appena romperanno il silenzio, tre sorelle e, per tutto costume di scena, indossano tre nomi altisonanti: Goneril, Cordelia e Regan. Come calciatori in panchina aspettano di essere ricevute dal padre per dividere il regno e nell’attesa proiettano sogni, speranze, conflitti in un fitto dialogo che sarà l’unica forma di mutazione scenica a cui per un’ora scarsa verranno intensamente sottoposte: una trama relazionale che, a forza di contaminare voci e corpi, finisce per richiamare l’intero impianto di quello che è forse il vertice poetico del teatro di Shakespeare, il Re Lear. Senza Lear, lo spettacolo di Marta Gilmore che dopo aver vinto come studio il premio Lia Lapini l’anno scorso è tornato sul palcoscenico del Festival Voci di Fonte di Siena, offre l’inedito piacere di un ritorno al grado zero della finzione. Se si può “essere un altro” al punto di non curarsi neanche della propria apparenza, senza travestire il corpo e la voce, come Armando Iovino che nel ruolo di Cordelia finisce nudo davanti al pubblico – con un ironico corto-circuito della natura nell’antinaturalismo - allora si può essere anche molti “altri”: sbattere le ciglia per far apparire Gloucester, girarsi bruscamente ed essere Kent o il Francia (presentato in una irresistibile versione franco-barese), finché le tre donne non divengono anche, per un momento, tre uomini. Senza Lear è una ronde di possessioni e di trasformazioni che si comunica per contagio da un attore all’altro e dagli attori al pubblico, investendolo con le onde sempre più alte di una comicità naufraga che solo la misura della regia trattiene nel suo ring (un green ispido e posticcio), impedendole di esondare nella farsa (che è ormai il registro canonico delle riscritture shakespiriane). E’ Shakespeare più Cechov, non solo per la scontata evocazione delle Tre sorelle, ma perché togliendo al vortice della tragedia il rocchetto della figura paterna – senza Lear dall’inizio alla fine - e trasformando quest’ultima in una proiezione meramente simbolica, tanto irraggiungibile quanto vuota (chissà se la Gillmore è una lettrice di Lacan…) sulla scena resta solo la malinconica commedia dell’impotenza filiale: uno spazio sospeso nell’assenza dell’evento, una stanza dei giochi saturata dai fantasmi dell’azione. E’ nella dilazione della maturità – dell’eredità e del potere - che l’improvvisazione adolescenziale si illude di colmare la distanza tra sé e il padre, mentre la sta fatalmente approfondendo. E’ nella rivalità mimetica tra le sorelle, nel gioco delle parti che avvelena i rapporti in ogni “buona” famiglia, che si consuma il dramma sottostante a questa performance rapida e accattivante come una sessione di atletismo: il disagio e l’ambivalenza di una generazione obbediente che vorrebbe sostituire i padri ma non osa ucciderli (o viceversa: che li vorrebbe uccidere, ma non osa sostituirli). Certo, nel vitalismo di una partitura testuale che appare interamente spostata sullo scambio attoriale, euforizzata dalla frenesia espressiva di tre interpreti davvero straordinari, Senza Lear riesce a dimostrare, una volta in più, che solo il figlio è vivo – vivo e in qualche modo capace di godere (come Goneril che, negli interstizi del protocollo, se la spassa con i cavalieri). Ma nel contempo, la natura, inesorabilmente borghese, di questo godimento non sembra sfuggire a Marta Gilmore. Questi (queste) simpatici desideranti in lotta contro la gerontocrazia che trasumanano a grande velocità dalla reticenza alla brama sono incantevoli e, a tratti, repellenti proprio in ciò che hanno di più incantevole: uno spudorato sentimentalismo. Come tutti gli eterni adolescenti, come tutti gli eterni consumatori cresciuti alle spalle del Padre (e all’ombra del Capitale) cantando we are the children, we are the world.
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